
“Se è vero che la fortuna è cieca, la sfiga, invece, ci vede benissimo!” Se non avete mai sentito questo motto vuol dire che appartenete alla sparuta schiera dei benvoluti dalla sorte. Altrimenti benvenuti nell’affollatissimo club di chi crede che un destino ci sia, ma sia a noi prevalentemente avverso!
Ecco perché la frase d’apertura di questo “quasi editoriale” strappa un sorriso amaro: perché è vera. Ognuno di noi ha avuto in tasca una moneta capace solo di cadere sempre dalla parte sbagliata, un autobus importante perso per un minuto, l’occasione d’oro mancata proprio quando sembrava fatta. Una situazione, insomma, in cui la distanza tra la sorte e la beffa è stata davvero troppo ravvicinata.
Eppure la sorte non è solo questo. Dietro l’ironia che ci protegge nelle disavventure quotidiane, si nasconde una triade di parole antiche e ingombranti. Sorte. Destino. Fato e i figlioletti che tengono per mano: il Caso, la Predestinazione, l’Ineluttabilità. Termini che richiedono a gran voce la maiuscola e che attraversano i secoli senza mai invecchiare. Perché l’uomo di oggi, come quello di ieri e dell’altro ieri ancora, deve pur sempre e per sempre fare i conti con ciò che non sa controllare.
Se diciamo “Destino” ci sembra di avvolgerci in una nebbia ambigua ma affascinante. Forse ci abbandoniamo alla resa consapevoli di avere contro un nemico invincibile. Altre volte usiamo la Sorte come scorciatoia per alleggerire il peso delle nostre scelte. Altre volte, infine, usiamo queste parole con quella ostinazione di chi vuole dare ordine e senso a ciò che altrimenti resterebbe puro caos.
Su questo tema le antiche civiltà erano più avvantaggiate di noi. Loro non dubitavano: la sorte esisteva, ed era una forza con cui fare i conti. Bisognava agire e farlo per il meglio perché nell’alba delle grandi civiltà umane non c’era contraddizione tra libertà e destino. Anzi, era proprio nell’azione che il destino dell’uomo prendeva forma. Non è dissimile, forse, l’idea orientale del karma che altro non è che un destino costruito con le nostre stesse mani.
Per i moderni le cose si sono via via sempre più complicate. È cresciuta la fiducia nel calcolo, nelle previsioni e nelle strategie più o meno scientifiche capaci di ridurre l’incertezza.
Negli intrecci dei Big Data sembra nascondersi una garanzia di controllo assoluto che ci rende onnipotenti.
Eppure, anche oggi, è difficile pensare ad una delle nostre vite senza ricorrere ad una trama che prevede infinite coincidenze, incontri imprevisti ma decisivi, minime variazioni che hanno dato armonie nuove alle nostre esistenze. Sorti per le quali ci siamo chiesti più e più volte quanto della nostra esistenza attuale dipenda da ciò che non avevamo previsto, immaginato o voluto.
Nel nostro ostinato tentativo di dare coerenza al caos la sorte ci accompagna ancora, circonfusa di divinità per chi crede, assolutamente casuale per chi non ha la fede. Una grammatica segreta per decodificare tutto quello che non riusciamo a ridurre al calcolo, alla previsione e al tanto contemporaneo algoritmo.
Oggi che vorremmo prevedere tutto, anticipare ogni passo, noi proviamo a parlare di sorte in un giornale che ha fatto dell’incertezza il suo manifesto. Perché in fondo, l’incertezza non è un limite, ma l’unico spazio dove la vita può ancora sorprenderci. Buona lettura.