
La s prima della u o la u prima della s, sembrerebbe una piccola differenza ma è sostanziale. Due parole che suonano quasi allo stesso modo ma che hanno significati diametralmente opposti. Nella superstizione si crede che la sorte sia un meccanismo governabile da precise cause: la cattiva sorte è influenzata dall’incontro con uno iettatore, dal malocchio, dal passaggio di un gatto nero, dall’olio caduto, dal transitare sotto una scala, mentre si può orientare la buona sorte affidandosi a oggetti o riti apotropaici. Quindi parlando di buona o cattiva sorte, sembrerebbe opportuno inserire il tutto nell’ambito della causalità, tuttavia se usiamo il termine sorte come si fa quando ci si affida a un sorteggio, ecco che si torna nel dominio della casualità.
In effetti basterebbe dire che per il primo esempio più che di causalità in senso stretto si debba parlare di illusione di causalità, siamo infatti nell’ambito della superstizione e ci sarebbe poco da discutere; se invece approfondiamo l’argomento da un punto di vista più filosofico, ci accorgeremo che la questione è più complessa e articolata di quanto si possa immaginare.
Hume, per esempio, sosteneva che il nesso causale non esistesse di per sé, ma che fosse la risultante di un’abitudine legata a una ripetizione: per il solo fatto che due eventi si sono presentati in una successione precisa per più volte nel tempo, noi immaginiamo che ci sia un collegamento causale tra i due eventi, e questo induceva nell’autore inglese un profondo scetticismo sulle possibilità conoscitive dell’uomo. Kant trovò interessanti le riflessioni di Hume, ma spostò il problema dall’oggetto al soggetto, dicendo cioè che la causalità sia una forma a priori della conoscenza, una modalità specifica dell’uomo di interpretare i fenomeni, che non sono le cose in sé, ma appunto le cose come ci appaiono.
Quindi secondo Hume la connessione causale tra un evento nefasto e uno iettatore non è meno discutibile della certezza che il dolore provocato dal contatto con una fiamma sia causato dalla fiamma stessa. Questo non conferma la giustezza della superstizione, ma piuttosto toglie la certezza di altre cause comunemente ritenute accettabili.
In effetti, in epoca più recente, lo studioso gestlaltista Albert Michotte, nella sua opera “La percezione della causalità” confuta l’assunto di base di Hume secondo cui il nesso causale sia frutto della ripetizione di due eventi in successione, dicendo che il nesso causale viene in realtà percepito subito, al primo colpo, a livello praticamente psicologico-sensoriale, dicendo che sia una struttura dell’organizzazione visiva che ci permette di dare un senso immediato alla dinamica del mondo fisico. Egli cercò di dimostrarlo attraverso diversi esperimenti, utilizzando dispositivi meccanici per creare animazioni di oggetti in movimento, evidenziando che quando un oggetto A tocca un oggetto B, il primo si ferma e il secondo inizia a muoversi, l’osservatore non vede due movimenti separati ma vede solo un oggetto A che urta B e lo fa muovere.
Stando a questo si smonta nuovamente la “causalità superstiziosa” , perché il nesso causale tra la buona sorte e l’oggetto apotropaico non è visibile, è solo supposto sulla base di una coincidenza temporale che non necessariamente si potrà ripetere più di qualche volta.
Quindi nel caso della sorte siamo sicuramente nel campo della casualità, della coincidenza, del fortuito.
Ma il caso in filosofia che posto ha?
Secondo Democrito fondamentale, perché è casuale l’incontro degli atomi che dà origine alla realtà e secondo Nietzsche la vita è un susseguirsi di eventi casuali che bisogna accettare con entusiasmo o, appunto Amor Fati.
Sicuramente si potrebbe pensare che ogni cosa sia causata da qualcos’altro e quindi risalire a una causa prima che ha presente tutto l’ordine della concatenazioni secondo un piano preciso e dettagliato che però includa tutte le nefandezze del mondo, oppure pensare che sia tutto casuale e deresponsabilizzarsi definitivamente. O semplicemente ricordarsi che inquadrare il problema in termini assolutistici è solo un esercizio mentale che può fuorviarci se preso troppo sul serio, ma può aiutarci a comprendere meglio la problematicità e la complessità dell’esistente qualora se ne veda la funzione in qualche modo “ginnica” che ogni esercizio ha in sé: è allenamento.