
Un libro in cammino tra Dante e Francesco De Gregori
Ecco un libro che può far da guida (s’intitola Pentalogia dell’amore, è pubblicato da Pungitopo editore) e che è scritto da una vera guida, anche se nel linguaggio universitario si preferirebbe chiamarlo “maestro”. Lo preciso perché l’autore, Rosario Castelli, insegna Letteratura italiana all’Università di Catania e, dunque, con l’università e il suo linguaggio ha quotidianamente a che fare. Beninteso: è lo stesso Rosario Castelli che ha scritto magnifici studi su Sciascia, su De Roberto, su Verga, sulla poesia religiosa del Duecento ed altro ancora. Ma, allo stesso tempo, l’autore di Pentalogia dell’amore è un Rosario Castelli un po’ diverso, come proverò a raccontare.
Nel linguaggio universitario, inteso in senso stretto, il “maestro” è il professore o la professoressa con cui ci si è laureati, che ha insegnato i rudimenti dell’arte della ricerca e che dovrebbe poi dare all’allievo o all’allieva ulteriori consigli e ulteriore sostegno per lo sviluppo di un’eventuale carriera da ricercatore. Ma anche fuori dall’alquanto ristretto mondo universitario la parola “maestro” può indicare qualcosa di ben circoscritto – l’insegnamento d’un’arte o d’un mestiere – o qualcosa di molto più importante, che riguarda l’insegnamento etico.
Siamo arrivati, così, al “maestro di vita”, che nella vita d’ognuno può esserci o può non esserci stato ma che può essere stato chiunque: dal maestro elementare al professore di scuola o d’università, dal fratello maggiore all’amico più esperto e fedele, fino allo zio caro a Paolo Conte (quel Paolo Conte che con un’altra canzone ci certifica che “il maestro è nell’anima / e dentro all’anima per sempre resterà”). Ma, per essere tale, il “maestro di vita” deve avere altri requisiti fondamentali: generosità, moralità, una buona dose d’empatia che non escluda una certa severità… Se è un professore, deve avere introiettato i principi dell’humanitas proprio perché non può ridursi a insegnare soltanto una tecnica.
Dev’essere, insomma, una persona che sappia insegnare contenuti, concetti, dottrina ma anche – a partire da quei contenuti, concetti e dottrina – come essere e come muoversi nel mondo: all’apparire del verbo “muoversi” torniamo all’idea essenziale di “guida” da cui questa riflessione è iniziata. Sono certo che Rosario Castelli sia una guida eccellente per i suoi studenti ma io, coetaneo e collega, non posso saperlo per esperienza diretta. Non ho mai avuto dubbi in proposito ma leggere il suo Pentalogo dell’amore mi rafforza in questo convincimento con l’autorevolezza fragrante della carta stampata. E sono particolarmente felice che abbia pubblicato questo libro perché in tal modo anche chi non è o non è stato suo allievo può averlo come guida.
Non è frequente, infatti, che dal mondo universitario provenga un libro così colto, cordiale, comunicativo, che sa parlarti al cuore come se si stesse chiacchierando in veranda, sorseggiando un latte di mandorla: di solito le nostre pubblicazioni sono il frutto di ricerche specialistiche che, per statuto, parlano ad altri specialisti senza preoccuparsi di adoperare un linguaggio fruibile da parte di chi specialista non è. Sono le pressoché immutabili “regole del gioco” (oggi forse si dovrebbe dire “le regole d’ingaggio”) e soltanto in casi rari e felici un ricercatore si preoccupa di rendere il suo linguaggio comprensibile ai lettori non specialisti: i casi rari e felici li conosciamo tutti ma, spesso, la riuscita dell’operazione prelude alla trasformazione del ricercatore in star televisiva, teatrale, da festival. Ne derivano lauti guadagni, candidature politiche e quotidiani massaggi all’io ma non mi pare che questi brillanti studiosi-divulgatori si possano poi annoverare tra i “maestri di vita”.
Fidatevi: meglio leggere Pentalogia dell’amore, libro che ci insegna tante cose ma senza dare l’impressione di stare insegnando – che è la forma più raffinata d’insegnamento. È strutturato in cinque parti, ognuna dedicata a un argomento particolarmente caro all’autore: il silenzio, le parole, la menzogna, l’amore, il vivere nascosto. La mia preferita, tanto vale dirlo subito, è la quinta, che è anche, mi sembra, quella di più raffinata valenza politica: di una politicità che naturalmente non ha nulla a che fare con la politica politicante e politicata bensì con la politicità del nostro stare al mondo e nel mondo. Partendo dal nobile esempio letterario dello scrivano Bartleby inventato da Melville, Castelli ci ricorda che ognuno di noi ha l’occasione, prima o poi nella vita, di dire con ferma gentilezza o gentile fermezza il suo «preferirei di no», risposta che si traduce – scrive Castelli – in una «eroica passività che è la più alta forma di resistenza». E aggiunge che Bartleby è «l’inquilino di una voragine che è quella della possibilità, per cui non conta quello che vuoi o che devi, ma quello che potresti perché la potenza non è la volontà e l’impotenza non è la necessità». Conclusione tutt’altro che ovvia: non soltanto il dire “preferirei di no” può salvaguardarci dalla dittatura dell’obbligo carrieristico, dell’iperproduttività sempre più affannata che ci fa rassomigliare a tanti criceti sulla ruota, ma è anche il mezzo più cortese ed efficace per non chiuderci dentro una dimensione sola, lasciandoci invece aperti al grande campo del possibile.
Da questo primo esempio avete già capito come lavora l’autore: il patrimonio culturale accumulato, in questo caso il magnifico racconto di Melville, gli serve come esempio per la riflessione sulla possibilità di mettere in atto, anche nella travolgente società di oggi, il consiglio dei consigli che ci proviene dal pensiero greco: “vivi nascosto” o, se preferite l’originale, “late biosas”. Altri esempi seguiranno, in questo e negli altri quattro capitoli, e non saranno sempre ricavati dalla letteratura o dalla filosofia ma anche dall’amatissimo cinema o dalla musica di ogni genere (tanti cantautori italiani, tanto rock anglosassone, ricapitolati in una playlist conclusiva). Saranno però sempre esempi che riportano all’umanità, a quello che Castelli ha imparato da un libro, da un film o da una canzone, e che, essendogli stato prezioso per la vita, ha deciso di rilanciare a chi lo ascolta o, come in questo caso, lo legge: non per fare sfoggio di citazioni colte (quelle che ammutoliscono l’uditorio risolvendosi in un ennesimo automassaggio dell’io) ma per dare sostanza di parola o d’immagine o di suono a un ragionamento che in tal modo si ravviva perché in esso rivivono le storie create per un meraviglioso personaggio di carta o perché un verso perfettamente riuscito ha detto una volta per tutte quel che c’era da dire, e allora non resta che evocarlo, con devozione.
Insomma, non soltanto Castelli crede che la letteratura serve per la vita ma pratica questa religio della letteratura nella vita, tanto che lo si potrebbe definire un religioso praticante (che non vuol dire necessariamente un praticante della religione). Il sapere non si è accumulato in lui e lui non lo riversa come quando si svuota un sacco in pubblico, badando soltanto alla quantità che dal sacco fuoriesce: questa forma del sapere necessario per la vita è stato distillato e viene distillato, nella modica ed esatta quantità, nel momento giusto del ragionamento discorsivo. Ed è così che Castelli ci parla della vita: di quanto ami il silenzio e di quanto rispetti, per questo, l’uso della parola («Ogni parola è un mondo da esplorare, ma se è usata a sproposito o in modo improprio è come una banconota falsa: mistifica, adultera i rapporti, li inquina introducendo un elemento di corruzione che investe tanto chi la pronuncia che chi la riceve») e di quanto sia importante, per evitare questa dissipazione mistificante, conoscere l’etimo di una parola, il che vuol dire conoscerne la storia, la storia dell’uso che se n’è fatto. Ragionare sul silenzio, peraltro, conduce Castelli a farci riflettere non soltanto su passi celeberrimi di Leopardi o di Dante ma su un misconosciuto gioiello della letteratura francese come Il silenzio del mare di Vercors, arrivato a lui – come a me arrivò: siamo coetanei e abbiamo visto gli stessi film negli stessi momenti – con la mediazione di un ancor più misconosciuto film di Jean-Pierre Melville: ricordare questi dettagli, vale la pena ripeterlo, non è fare sfoggio d’erudizione ma ricostruire una filiera di nutrimento spirituale che si è stratificata – età per età, anno per anno – nella nostra condizione umana.
Nel capitolo sull’importanza delle parole non troviamo, come ci si potrebbe aspettare, soltanto ironiche considerazioni sullo sciupìo di parole, sul loro uso improprio o distorto che dilaga nella lingua d’uso: l’autore stigmatizza anche l’abuso del punto esclamativo, sappiatelo! Bellissima è la sua difesa etica del punto e virgola, segno interpuntivo che «non c’entra niente con la sostanza, ma dice tutto delle sfumature» e dei dubbi; e infatti si usa sempre più di rado in un mondo ostile alle sfumature e ai dubbi. Ancor più importante è, a mio avviso, il paragrafo nel quale Castelli demolisce l’abuso del turpiloquio, di cui disvela la sorda e impotente aggressività come movente innanzitutto psicologico, fino a concludere, con esatta semplicità, che «il turpiloquio è il punto molle del pensiero e colpisce di più chi l’adopera, avvilendolo nella dignità e rendendolo ostaggio della propria aggressività». Insomma, l’insulto non è liberatorio ma ci imprigiona.
I capitoli sull’amore e la menzogna sono strettamente correlati: fine lettore qual è, dunque abituato a convivere con le feconde ambiguità della scrittura letteraria, Castelli si domanda se la bugia non sia perfettamente inscindibile dall’espressività, dal parlare, cioè dal vivere. Di fronte agli slogan che raccomandano la verità a ogni costo, in questo libro si prospettano ragionevoli dubbi: «Lo capiranno gli ultrà e i pasdaran della parresia che la vita psichica ci impone continuamente di stabilizzarci quotidianamente in un sistema di meccanici inganni e autoinganni? Rifletteranno abbastanza sul fatto che mentire e simulare sono procedimenti intrinseci a qualsiasi forma non dico di comunicazione, ma di relazione?». E Castelli ne conclude che «la bugia, quando non è usata per danneggiare intenzionalmente il prossimo, è una resina in cui, come insetti, restiamo tutti invischiati, nessuno escluso, perché è parte del gioco stesso della sopravvivenza». Strepitosa, anche in questo caso, la galleria di personaggi letterari e di autori che vengono portati a testimone (ma saranno testimoni attendibili?): dall’emblematico Pinocchio al non meno emblematico Pessoa, passando per Yeats, Dante, Kafka…
Il capitolo dedicato all’amore deluderà chi, magari basandosi sul titolo del libro, si aspetta che il professor Castelli si metta ad alberoneggiare sull’argomento. Operazione impossibile perché la convinzione da cui l’autore muove, sulla scia di Francesco Petrarca e Federico De Roberto, è che l’amore sia un processo mentale, e che in questo non ci sia proprio niente di male: perché è «della mente che ci si innamora e quando siamo innamorati prestiamo attenzione proprio a tutto quello che l’amato ci dice, alle sue idee, alle sue parole, le stesse che s’invischiano nella pece dell’indifferenza e della distrazione quando l’amore se ne va. Anzi, è proprio la morte dell’amore a svelare la sua natura di artificio tutto intellettuale, nel momento in cui l’oggetto del desiderio appare completamente diverso ai nostri occhi». S’è già capito: Castelli vuole proporci riflessioni inaspettate, prospettive originali, altrimenti che senso avrebbe trattare argomenti così dibattuti nel corso della storia? Ecco che, perciò, ci propone di rivalutare l’attesa, che «è l’essenza stessa dell’amore, il momento immobile e fondativo in cui l’innamorato riconosce sé stesso in quanto tale proprio perché sa aspettare», e la delusione, «sentimento sottovalutato» che, invece, ci aiuta ad avere una «più esatta percezione dei nostri bisogni» perché «ci consente di vedere le cellule malate di una situazione che non corrisponde alla realtà, ma unicamente alla rappresentazione che ce ne eravamo fatti». Ma non direi tutto del capitolo sull’amore se non accennassi alle pagine dedicate a Françoise Hardy, meravigliosa cantante e scrittrice francese di cui Castelli si confessa innamorato fin dall’infanzia; al disperato e folle amore di Adéle Hugo; alla specialissima forma d’amore che legava san Francesco e santa Chiara passando, secondo l’autore, per i rattoppi che Chiara cuciva sul saio di Francesco; all’originalissima interpretazione di Nuovo Cinema Paradiso come un grande film sull’amore.
Ricapitolando, tutto dipende dall’ampiezza che Castelli in questo libro riconosce ai plurimi significati della parola “amore”: e vale la pena ribadire, per concludere, che da Pentalogia dell’amore impariamo innanzitutto ad amare noi stessi proprio nella misura in cui riconosciamo l’importanza di praticare un’ecologia del parlare e del tacere, di accogliere le nostre contraddizioni (la menzogna e le delusioni, le attese e gli illusionismi), di aprirci alle mille dimensioni del possibile. Queste trasformazioni saranno più semplici da realizzare se impareremo altre due cose da questo libro, delle quali l’autore non tratta distesamente ma che mette in pratica riga per riga: l’umorismo e la tolleranza. Basterebbe la continua presenza di questi due ingredienti, profondamente introiettati come costitutivi dell’essere e dello scrivere (che sono poi la stessa cosa), a rendere questo libro memorabile; e molto, molto utile.