
Che gran maleducato il telefono, diceva sempre mio nonno. Come ospite non sempre gradito, era collocato vicino alla porta principale, nello spazio neutro, che oggi non esiste più, dell’ingresso.
Piccolo o grande, l’ingresso era uno spazio neutro, che volutamente poteva essere chiuso per permettere un po’ di privacy agli interlocutori.
Il telefono suonava e a rispondere spesso non era l’interessato. I piccoli non potevano farlo fin quando non fossero in possesso delle capacità di prendere appunti e di scrivere chi fosse il chiamante, per quale membro della famiglia fosse la chiamata, e il sintetico contenuto della comunicazione. Il telefono stava su un centrino, e accanto un’immancabile blocco per gli appunti e un portapenne.
Poi c’era l’agenda telefonica: una sorta di diario delle persone importanti della famiglia. A casa dei miei genitori esiste ancora: di forma allungata, la rubrica è rivestita di una stoffa ad arabeschi arancione e marrone. I nomi di tante persone, alcune morte, altre perse di vista, sono scritti da penne e mani diverse.
C’è la grafia corretta e un po’ scolastica di mio nonno, quella vivace e volitiva di mia madre, quella elegante e chiarissima di mio padre, quella mia e delle mie sorelle, con tutte le loro evoluzioni. Il nome della prima compagnetta delle elementari occupa quasi due righi, mentre i nomi dei liceali sono scritti con grafie più moderne e tipografiche, di adolescenti in cerca di un’identità.
Conoscevamo l’orario a cui certe persone chiamavano, e cercavamo di sottrarci. C’era la zia chiacchierona, o l’onorevole che aveva solo voglia di scherzare, ma che a noi bambine faceva paura. Ma conoscevamo anche l’orario in cui speravamo arrivasse una chiamata, e allora stavamo lì a sbattere i piedi se qualcuno si dilungava, oppure stazionavamo nei paraggi per evitare che a rispondere fosse qualcun altro.
Il telefono fisso costituiva un filtro. Se volevi evitare di parlare con qualcuno, bastava negarti con la più classica delle scuse: mi dispiace, non è in casa, devo riferire qualcosa? Chi di noi può negare di avere abbassato la cornetta, quando a rispondere è stata la mamma, anziché la persona per cui “avevi una simpatia”?
Al tempo stesso ai giovani d’oggi sembra incredibile che esistesse l’elenco telefonico, a tutti accessibile, con il numero di telefono di tutti e l’indirizzo di residenza. Potevi tranquillamente recuperare il numero di chiunque, ed addirittura recarti alla SIP, per cercare il numero di telefono di qualsiasi utente telefonico italiano.
Infine ci sono le storie surreali dei fuorisede alle prese con i contascatti e l’immancabile quadernone, muto testimone di infinite conversazioni. Si chiamavano colleghi e amici, mai i genitori: per puro calcolo economico (le interurbane costavano di più) erano sempre loro a chiamare, preferibilmente ad orari fissi per ognuno/a dei coinquilini/e. I miei discretamente chiamavano intorno alle 21, e poi ero libera di uscire in serenità e senza controlli.
Mi piacerebbe che tra i commenti qualcuno aggiungesse un ricordo, un episodio, un’abitudine dei tempi in cui le dita facevano ruotare il selettore a rotella, che tornava tintinnando indietro, di quando i numeri erano ancora a 5 cifre, e ciascuno poteva riconoscere dal numero l’area della città dove viveva il proprietario della linea. Ed il mondo sembrava (ed era) molto più piccolo.
Io avevo un terrore sacro del telefono perché mio padre, molto severo, con le sue urla, allontanava i miei corteggiatori! Quanto è stata dura conservare sei morosetti con mio padre che sbraitava e mia madre che ascoltava tutte le conversazioni per poi rimproverarmi! La privacy? A casa mia non esisteva e il telefono fisso era amatoodiato proprio per questo motivo!
Brava, Gaudenzia, che mi hai ricordato i tempi che furono!
‘TELEFONATE BREVI’ : era il motto di mia madre, sussurrato o urlato a seconda da quanto tempo eravamo con la cornetta in mano. E che spauracchio avevamo noi figlie quando arrivava la bolletta e ci veniva attribuita la colpa dell’importo troppo alto!
Che fantastico esercizio era per la nostra memoria ricordare i numeri di telefono di parenti, amici e compagni di classe: riesco ancora a fare telefonate immaginarie alla zia che non c’è più o alla mia cara amica che non vive da tempo a Ragusa, perché i loro numeri di telefono sono impressi nei miei ricordi. Oggi non ricordo neanche i numeri di telefono dei miei figli!