
La chiamata può giungere da ogni dove. Quella che ha accolto il nostro interlocutore lo ho condotto lungo la via del sacerdozio e, da alcuni anni, all’episcopato nella Diocesi di Ragusa. La sua è una testimonianza “alta” di ciò che può chiamarsi a pieno titolo “vocazione”
Eccellenza, se dovesse presentarsi ad un estraneo, che parole userebbe per spiegare chi è lei e che cosa fa oggi?
Se dovessi presentarmi a qualcuno che non mi conosce e mi chiedesse chi sono e che cosa faccio, direi questo: sono vescovo della Chiesa cattolica e svolgo il mio servizio nella diocesi di Ragusa. Prima ancora di ogni ruolo, però, mi considero un credente: una persona che ha incontrato Cristo e che cerca ogni giorno di vivere e testimoniare il Vangelo.
Il mio compito è accompagnare la Chiesa che mi è affidata: sostenere le parrocchie e i sacerdoti, incoraggiare i laici nella loro vocazione e contribuire a rendere la Chiesa una casa aperta, accogliente e vicina alle persone.
Tutto questo passa anzitutto attraverso l’ascolto: delle comunità, delle famiglie, dei giovani, di chi vive situazioni di difficoltà o di ricerca. Accanto all’ascolto si collocano i servizi propri del ministero episcopale, che si esprime nel triplice compito di insegnare, guidare e santificare: il ministero della Parola, con cui la Chiesa annuncia il Vangelo; il ministero del governo, con cui accompagna e custodisce la comunione; e il ministero della santificazione, attraverso cui la grazia di Dio raggiunge il suo popolo nei sacramenti e nella vita di preghiera. È in questi tre ambiti che si concretizzano le scelte necessarie perché la Chiesa rimanga fedele al Vangelo e attenta alle sfide del nostro tempo.
L’inizio del mio ministero episcopale in diocesi ha coinciso provvidenzialmente con l’avvio del Cammino sinodale della Chiesa italiana, un’esperienza che ha segnato profondamente il mio servizio. Ho maturato sempre più la convinzione che la Chiesa debba riscoprire lo stile della comunione, dell’ascolto reciproco e del discernimento condiviso. Non si tratta soltanto di un metodo pastorale, ma di un modo di essere Chiesa: una Chiesa che cammina insieme, che non procede per strade parallele o isolate, ma che si lascia guidare dallo Spirito nella corresponsabilità e nella ricerca comune della volontà di Dio.
Per questo richiamo sempre – anche attraverso le Lettere pastorali – l’importanza della fraternità ecclesiale e della collaborazione tra le comunità. Le parrocchie non possono vivere come realtà isolate o autosufficienti, ma sono chiamate a sentirsi parte di un unico corpo, in relazione tra loro, soprattutto tra comunità vicine, condividendo risorse, cammini formativi e percorsi pastorali. È una conversione che chiede tempo, pazienza e fiducia, ma che è decisiva per il futuro della Chiesa.
Quello del vescovo non è un ruolo di potere, ma di servizio. Cerco di vivere il ministero nello stile di Gesù Buon Pastore: vicino alle persone, attento alle loro fatiche e capace di offrire una parola di speranza.
In fondo, il senso di ciò che faccio è aiutare le persone a non sentirsi sole e a riconoscere nella loro vita la presenza di Dio che accompagna e apre al futuro, dentro una Chiesa che impara ogni giorno a camminare insieme.
Il tema del mese della nostra rivista è la “chiamata”. Quando è avvenuta per lei la vocazione sacerdotale? Quali segnali ha colto?

Non è facile fissare in un momento preciso, perchè è stato un cammino graduale, maturato attraverso l’ascolto, la crescita personale e alcuni incontri decisivi. Se però devo indicare un passaggio particolarmente significativo, penso agli anni dell’adolescenza, quando ero ministrante nella parrocchia del mio paese.
Il servizio all’altare e la partecipazione alla liturgia erano per me motivo di gioia, ma al tempo stesso si faceva strada una domanda interiore sempre più insistente: che cosa chiede il Signore alla mia vita?
È stato il mio parroco a intuire qualcosa che io ancora non riuscivo a comprendere con chiarezza. Un giorno mi disse: «Ti piacerebbe entrare in Seminario?».
Da quel momento è iniziato un percorso più consapevole, fatto di preghiera, di confronto e di ricerca interiore. Poco alla volta ho compreso che il Signore, proprio attraverso quella voce discreta e la vita della comunità cristiana, stava indicando una strada.
La consapevolezza della chiamata si è consolidata soprattutto negli anni della formazione teologica. In quel tempo la scelta di rispondere al Signore è diventata progressivamente più chiara e stabile. Affrontare con serenità le difficoltà della vita formativa – sul piano umano, spirituale, comunitario e dello studio – rafforzava in me la certezza che quella non fosse soltanto una decisione personale, ma la risposta a una chiamata che mi precedeva e mi sosteneva.
Non ci sono stati segni straordinari, ma una luce interiore cresciuta nel tempo, accompagnata dalle persone che il Signore mi aveva posto accanto, in parrocchia e in Seminario. È così maturata in me la convinzione che la vita trovi la sua pienezza nel dono di sé al Signore e alla Chiesa.
Guardando indietro, riconosco che la vocazione nasce sempre dall’intreccio tra la grazia di Dio e mediazioni umane concrete: volti, relazioni e comunità che aiutano a leggere la propria vita alla luce del Vangelo.
Che ruolo ha o potrebbe avere la famiglia nel supportare una vocazione? Che ruolo ha avuto nel suo specifico caso?
La famiglia ha un ruolo decisivo nel cammino vocazionale, perché è il primo luogo in cui la vita viene accolta, educata alla libertà e aperta al senso profondo dell’esistenza. Una vocazione, infatti, non nasce contro la famiglia, ma cresce più facilmente dentro un ambiente capace di educare all’ascolto di Dio e alla fiducia nel futuro.
Il contributo più prezioso che una famiglia può offrire non è quello di scegliere al posto dei figli, ma di accompagnarli con rispetto e pazienza nel loro discernimento, soprattutto quando il cammino appare ancora incerto o difficile da comprendere. Significa saper dare fiducia, non chiudere gli orizzonti e vivere un autentico ascolto reciproco.
Nel mio caso, la mia famiglia è stata fondamentale proprio per questo atteggiamento. All’inizio, come è naturale, non tutto era immediatamente chiaro. Tuttavia, i miei genitori hanno saputo rispettare il percorso che stavo compiendo e le domande che maturavano dentro di me.
Con il tempo sono entrati sempre più nella comprensione di ciò che stavo vivendo, senza forzature, ma con uno sguardo sereno e partecipe, fino a condividere anche la gioia della scelta che andava prendendo forma.
Per me è stato un passaggio molto importante: comprendere che la mia decisione non veniva percepita come una perdita, ma come una chiamata capace di portare frutto anche per la mia famiglia. Credo che questo sia uno degli aspetti più belli della vocazione: quando viene accolta nella fede, diventa sorgente di pace e di crescita non solo per chi la riceve, ma anche per le persone che gli stanno accanto.
Come distinguere una vocazione sincera da una che non lo è?
Distinguere una vocazione autentica non è mai semplice né immediato. La vocazione non si presenta come una certezza già definita, ma matura nel tempo, attraverso l’ascolto interiore, le esperienze della vita e la verifica nella comunità ecclesiale.
Un primo criterio fondamentale è la libertà interiore: una vocazione vera non nasce da pressioni esterne o da fughe dalla realtà, ma da un desiderio profondo di donarsi al Signore e alla Chiesa. A questo si uniscono la capacità di vivere relazioni equilibrate, di assumere responsabilità e di inserirsi con serenità nella vita comunitaria.
Il discernimento, però, non può essere affidato soltanto alla percezione personale. Per questo il ruolo dei formatori è tanto delicato quanto decisivo. Essi sono chiamati ad accompagnare i giovani con equilibrio, prudenza e rispetto della coscienza, aiutandoli a leggere la propria esperienza alla luce della fede.
Accompagnare una vocazione significa verificarne progressivamente la maturazione umana, spirituale e pastorale. Non si tratta semplicemente di “valutare” una scelta, ma di aiutarla a crescere, purificarsi e consolidarsi; e, quando necessario, anche di riconoscere con sincerità che un determinato cammino potrebbe non corrispondere alla chiamata sacerdotale.
Un ruolo importante appartiene anche alla comunità parrocchiale, che spesso è il primo luogo in cui una vocazione nasce e si sviluppa. Nella vita ordinaria della parrocchia – nella liturgia, nel servizio, nella catechesi e nelle relazioni quotidiane – un giovane impara ad ascoltare il Signore e a misurare concretamente la propria disponibilità al dono di sé.
Alla fine, il criterio decisivo rimane sempre lo stesso: una vocazione è autentica quando conduce a una maggiore libertà interiore, a una più profonda configurazione a Cristo Buon Pastore e a un amore concreto e perseverante per la Chiesa e per il popolo di Dio.

Oggi la società sembra indirizzata verso la materia come unico dogma. Secondo lei c’è ancora posto per la ricerca, la conoscenza e l’amore di Dio?
Sì, credo che ci sia ancora spazio per la ricerca, la conoscenza e l’amore di Dio. In realtà, questo spazio non è mai venuto meno, perché appartiene profondamente al cuore dell’uomo. Anche in una società spesso concentrata sulla dimensione materiale e tecnica dell’esistenza, continuano a emergere le domande di senso, di verità e di pienezza.
L’uomo, infatti, non può essere ridotto soltanto alla materia. È un essere aperto all’infinito, capace di interrogarsi sul significato della vita, del dolore e della speranza. È proprio in queste domande che si apre la possibilità dell’incontro con Dio.
La fede cristiana non si oppone alla ragione o alla ricerca, ma le accompagna e le orienta verso una comprensione più profonda della realtà e della persona umana. Conoscere Dio non significa allontanarsi dal mondo, ma entrare più pienamente nella verità della vita.
In questo contesto si comprende anche il limite di alcune correnti del pensiero moderno, come quella di Feuerbach, spesso considerato tra i padri dell’ateismo contemporaneo. La sua riduzione dell’uomo alla sola dimensione materiale – espressa nell’affermazione “l’uomo è ciò che mangia” – rischia infatti di impoverire profondamente la comprensione della persona, chiudendo la domanda di senso entro i confini del bisogno materiale.
La sfida di oggi è soprattutto educativa e culturale: aiutare le persone a non perdere la capacità di interrogarsi, di sostare nel silenzio e di riconoscere che non tutto può essere spiegato o controllato.
Anche la Chiesa ha qui un compito importante: custodire spazi di ricerca autentica, nei quali la fede possa essere proposta non come imposizione, ma come incontro che illumina la ragione e il desiderio umano.
Per questo sono convinto che la domanda di Dio non scompaia mai. Talvolta resta nascosta o silenziosa, ma continua ad abitare il cuore dell’uomo. E quando incontra testimoni credibili, comunità vive e percorsi seri di ricerca, può riemergere con forza e bellezza.
Oggi la sua vocazione le chiede di essere non solo un sacerdote, ma un vescovo. Cosa comporta questo ruolo e come è cambiata la sua vita dal giorno della sua nomina?
Il passaggio al ministero episcopale ha rappresentato un cambiamento profondo nella mia vita. Nei trentacinque anni di sacerdozio precedenti alla nomina a vescovo ho vissuto all’interno di una comunità sacerdotale, condividendo con altri presbiteri la preghiera, il lavoro pastorale e la vita fraterna. È stata un’esperienza che ha segnato profondamente il mio modo di vivere il sacerdozio e la Chiesa nello stile della comunione.
La nomina a vescovo ha aperto una nuova fase, non solo per le responsabilità affidate, ma anche sul piano umano ed ecclesiale. Il vescovo è chiamato a custodire l’unità della fede, guidare il popolo di Dio, sostenere i sacerdoti e accompagnare la vita della diocesi nelle sue diverse dimensioni: pastorale, educativa, caritativa e missionaria.
Questo ministero comporta anche un cambiamento nel modo di vivere la quotidianità. Alla dimensione più condivisa della vita sacerdotale si affianca una responsabilità personale più ampia e, talvolta, più solitaria nel momento delle decisioni. Il vescovo porta nel cuore le gioie e le fatiche di un’intera Chiesa ed è chiamato a discernere e accompagnare situazioni spesso complesse.
Tuttavia, non si è mai soli. La comunione con sacerdoti, diaconi, religiosi e laici è essenziale, così come il sostegno della preghiera del popolo di Dio. Il ministero episcopale si vive dentro una rete di relazioni ecclesiali che sostiene e accompagna.
Per me questo passaggio continua a essere un cammino di grande responsabilità, ma anche di profonda fiducia. Il cambiamento più importante non riguarda soltanto ciò che si è chiamati a fare, ma il modo di viverlo: con maggiore consapevolezza, ma anche con la gioia di servire una Chiesa concreta, fatta di volti, storie, fatiche e speranze.
In fondo, ciò che rimane immutato è il senso del ministero: essere, pur nella propria fragilità, segno della cura di Cristo Pastore per il suo popolo.
La crisi delle vocazioni sembra essere un problema serio per la Chiesa. Come si affronta? Ci sono dei segnali di incoraggiamento?
È vero: la crisi delle vocazioni è una realtà che la Chiesa vive da anni e che non va né negata né sottovalutata. È una sfida che interpella la qualità della vita ecclesiale, la credibilità della testimonianza cristiana e la capacità di accompagnare i giovani nel discernimento.
Affrontarla non significa cercare soluzioni immediate o solo organizzative, ma tornare all’essenziale: la preghiera, la testimonianza, la cura delle comunità e la qualità dell’annuncio. Le vocazioni nascono infatti dentro una Chiesa viva, capace di trasmettere la gioia dell’incontro con Cristo.
Accanto alle difficoltà, però, ci sono anche segni concreti di speranza. Nella diocesi di Ragusa stiamo vivendo una piccola ma significativa “primavera vocazionale”: oggi abbiamo 12 seminaristi e 4 giovani nell’anno propedeutico, una presenza particolarmente rilevante nel contesto attuale della Chiesa italiana.
Questo non è motivo di vanto, ma di gratitudine e responsabilità. È il segno che il Signore continua a chiamare e che, quando le comunità pregano, accompagnano e propongono con fiducia il cammino della fede, i giovani sanno ancora rispondere.
Accanto alla vocazione sacerdotale, inoltre, lo Spirito continua a suscitare molte altre forme di chiamata: la vita consacrata, la missione, il matrimonio cristiano e l’impegno dei laici nella Chiesa e nella società. Sono vocazioni diverse, ma tutte necessarie alla vita ecclesiale.
Ci sono giovani che scoprono la bellezza della vita religiosa, altri che vivono il matrimonio come vocazione all’amore fedele, altri ancora che testimoniano il Vangelo nel lavoro, nella scuola, nella cultura e nel servizio ai più fragili. Anche questo è segno che Dio continua a parlare al cuore dell’uomo.
Per questo la crisi non può essere l’ultima parola. È piuttosto un tempo che chiede conversione, autenticità e fiducia nel Signore della messe. E i segni di vita vocazionale che continuiamo a vedere sono un invito a non scoraggiarsi e a continuare a seminare con speranza.
8) Il tema della guerra imperversa. Il Pontefice ha fatto sentire con chiarezza la sua voce. Cosa pensa lei dell’attuale situazione mondiale? Quali riferimenti religiosi, umani e politici potranno salvarci dalla risoluzione violenta dei conflitti?
La situazione mondiale che stiamo vivendo è motivo di grande preoccupazione. Le guerre, le tensioni internazionali e le crisi umanitarie mostrano quanto la pace sia fragile e quanto l’umanità fatichi ancora a trovare vie credibili di dialogo e di riconciliazione.
In questo contesto, le parole del Santo Padre assumono un forte valore profetico. Egli ha più volte denunciato la guerra come una “strada senza ritorno”, che lascia dietro di sé non solo rovine materiali, ma anche ferite morali e spirituali. Per questo non bastano analisi geopolitiche o strategie militari: è necessario un cambiamento più profondo, che coinvolga la coscienza delle persone e dei popoli.
Dal punto di vista cristiano, il riferimento decisivo resta la dignità di ogni persona umana, creata a immagine di Dio. Nessuna ragione politica o economica può giustificare la distruzione della vita o l’annientamento di intere comunità. Papa Francesco ha spesso richiamato alla responsabilità di custodire la fraternità universale come vocazione dell’umanità, ricordando che siamo tutti “fratelli e sorelle” chiamati a riconoscerci e a sostenerci reciprocamente oltre ogni barriera, culturale, sociale o religiosa.
Sul piano umano, diventa essenziale riscoprire il valore del dialogo, dell’ascolto e del rispetto reciproco. Il Papa, nei suoi interventi pubblici e nei messaggi per la pace, insiste sul fatto che il vero progresso dei popoli non si misura nella potenza degli armamenti, ma nella capacità di costruire relazioni giuste e durature. La pace non nasce mai dall’imposizione, ma da un paziente lavoro quotidiano di riconciliazione.
Anche la politica e le istituzioni internazionali sono chiamate a una responsabilità più grande: rafforzare il diritto internazionale, sostenere il dialogo multilaterale e rilanciare la diplomazia, affinché la guerra non venga mai considerata uno strumento ordinario della politica.
Da questo punto di vista, la Chiesa continua a offrire il proprio contributo non attraverso il potere, ma mediante la parola, la preghiera e la testimonianza, ricordando che la pace è insieme dono di Dio e responsabilità dell’uomo. Solo l’intreccio tra conversione del cuore, responsabilità politica e apertura al trascendente può aprire vie nuove. Senza questo, la logica della violenza rischia di prevalere ancora.
L’obiettivo, allora, non può essere soltanto l’assenza della guerra, ma una pace autentica: una pace giusta e duratura, fondata sulla dignità della persona e dei popoli; una pace disarmata e disarmante, come dice Papa Leone, capace di sostituire la forza delle armi con quella del dialogo, della riconciliazione e della fraternità.
Lei incontra spesso i giovani della diocesi. Molti sentono la “chiamata” ad andare via per cercare fortuna altrove. Cosa si sente di dire a questi ragazzi e alle loro famiglie per alimentare una vocazione al restare, al costruire qui, in una terra così bella ma così difficile?
Quando incontro i giovani della nostra diocesi, anche durante gli incontri che sto vivendo nelle scuole in occasione della Visita Pastorale, colgo spesso nei loro occhi una domanda concreta e talvolta sofferta: la possibilità reale di costruire qui il proprio futuro. Molti di loro non esprimono soltanto desideri, ma anche preoccupazioni molto precise: la difficoltà di trovare un lavoro stabile, la precarietà delle opportunità, la sensazione che il proprio impegno e i propri studi non trovino sempre uno sbocco adeguato nel territorio.
È una situazione che non possiamo né ignorare né spiritualizzare troppo in fretta. Quando un giovane è costretto a partire per mancanza di alternative, non si tratta solo di una scelta personale, ma del segno di un limite oggettivo della nostra società e di una perdita reale per l’intera comunità. Ogni partenza impoverisce il tessuto umano, sociale ed economico del territorio.
Per questo non basta invitare i giovani a “restare”: è necessario, con onestà, riconoscere che spesso le condizioni per restare non sono ancora sufficienti. Accanto alle buone intenzioni, servono scelte concrete e strutturali. Le istituzioni, a tutti i livelli, hanno una responsabilità decisiva: creare lavoro dignitoso, sostenere l’imprenditorialità giovanile, investire in formazione collegata alle reali esigenze del territorio, promuovere politiche che contrastino lo spopolamento e valorizzino le competenze. Senza questo impegno, ogni appello rischia di rimanere astratto.
Allo stesso tempo, è importante non lasciare soli i giovani in questa attesa. La scuola, il mondo produttivo, la Chiesa e la società civile devono collaborare per aprire spazi reali di partecipazione, di formazione e di responsabilità, affinché nessuno si senta “di troppo” nella propria terra.
Solo dentro questo intreccio di responsabilità condivise può diventare credibile anche un messaggio di speranza: non quello di trattenere a tutti i costi, ma quello di rendere possibile scegliere di restare. Una comunità cresce davvero quando non è costretta a perdere i suoi giovani, ma è capace di offrire loro motivi concreti per restare e per costruire qui il proprio futuro.