
Tum tum tum. Mentre la scritta Spalding rimbomba ripetutamente per segnalare la fase di riscaldamento, il parquet del palazzetto emana il suo odore specifico: un misto di legno, polvere, sogni e sudori adolescenziali. È il basket baby….
Oggi tra quei ragazzi di un tempo ci sarà chi nella memoria avrà conservato un suono, chi un profumo, chi una immagine. Ma per Turi, ne sono certo, il ricordo della partita sarà sempre legato alla ceramica fredda dei bagni negli spogliatoi.
Un orologio svizzero. Prevedibile come la passeggiata di Kant a Konisberg.
L’arbitro richiama i quintetti in campo. I coach chiudono le ultime raccomandazioni alla squadra, la tensione sale e con essa anche la mano di Turi. Un riflesso condizionato del sistema nervoso. Così, mentre noi uniamo i pugni e urliamo qualcosa di irripetibile per spaventare gli avversari, Turi lancia lo sguardo verso il tunnel. È “la chiamata”. Proprio quella… fisiologica, improrogabile, che arriva sempre a trenta secondi dalla palla a due.
È nato così, tra una risata e uno spintone, quel soprannome. Ad affibbiarglielo era stato il nostro allenatore del tempo. Un personaggio che meriterebbe di per sé un intero numero di Operaincerta. Modi rudi e fare molto poco educativo, il coach, altrimenti detto “il professore”, lo aveva soprannominato “Turi Piscio”. Un marchio di fabbrica volgare che il ragazzo si portava dietro come un destino. Però va precisato subito che, per quanto rozzo, l’epiteto nascondeva anche un certo affetto e, di sicuro, tanta simpatia. La pipì era divenuta una specie di rito propiziatorio senza il quale, forse, non saremmo stati la stessa squadra.
Va detto che, una volta svuotata la vescica e allacciate le Nike di ordinanza, Turi si trasformava. Se lo spogliatoio con il WC era il suo buen retiro, il parquet era la sua rampa di lancio. Correva come un razzo, ciuffo al vento e con quelle gambe magre che sembravano non conoscere acido lattico. Non guardava in faccia nessuno. Non temeva nessuno: un gigante di due metri della squadra del nord o il bullo del campionato provinciale per lui avevano lo stesso valore. Turi, difendeva con il piglio di una zanzara impazzita che ti ruba il sonno e la calma. Lui non la smetteva finché non ti rubava la palla.
E poi in fase offensiva si lanciava per fermarsi solo al momento supremo del tiro a canestro. Un respiro, le dita sulle scanalature del cuoio e una parabola secca che cercava la carezza della retina. Quando poi infilava la tripla, si girava verso la panchina con un sorriso che era tutto un programma, consapevole che quei tre punti pesavano anche il doppio perché messi a segno da uno che, cinque minuti prima, stava lottando con uno sciacquone difettoso.
Ma il vero spettacolo iniziava dopo il fischio finale di ogni partita in trasferta, a patto che il tabellone ci sorridesse. Il viaggio di andata era sempre abbastanza silenzioso, teso. La gara impone concentrazione.
Ma al ritorno, se i due punti erano in tasca, il pullmino diventava un cinema. Turi si alzava in piedi, si aggrappava ai sedili e diventava un’altra persona. Conosceva a memoria ogni battuta di “Vieni avanti cretino”. Poteva rifare la scena del “dottor Thomas non è in sede” o quella del “Baudaffi Pasquale!” con una precisione chirurgica ancora più spassosa dell’originale.
E se la vittoria era stata di quelle epiche, sofferte fino all’ultimo secondo, scattava il capolavoro: “L’allenatore nel pallone”. Sentire Turi urlare “Speroni, maledetto!” o recitare il modulo 5-5-5 di Oronzo Canà mentre sfrecciavamo al buio del ritorno a casa resta uno dei momenti più epici e buffi della nostra adolescenza.
Oggi Turi, come tutti noi, non corre più dietro a un pallone a spicchi. Il ciuffo c’è ancora ma è innevato. Ha il suo lavoro, la sua vita adulta con i suoi impegni più ardui da superare di un “blocco cieco” o di un arbitro venduto.
A volte lo incontro per le vie della città. Ci scambiamo uno sguardo e io so che entrambi stiamo pensando alla stessa cosa. Sorridiamo. Non è malinconia, è solo il soffio di un tempo passato velocemente, proprio come lui sulla fascia col suo numero “7”.
Ognuno segue la sua strada come è giusto che sia. Ma io non posso fare a meno di trattenere un sorriso. Immagino che ancora una volta, prima di un impegno quotidiano di una certa importanza Turi abbia ancora una volta quella “chiamata”. Perché certe tradizioni, a differenza dei campionati e della giovinezza, non finiscono mai.