
Squilla il telefono: quello a forma di telefono, quello con lo squillo sempre uguale, quello senza un display che ti rivela subito chi sta effettuando la chiamata. Quello degli anni Ottanta, o Novanta.
Se risponde mia moglie: – Pronto, buonasera signora, sono l’altro.
Oppure: – Sìì, signora, anch’io Traina…
O ancora, se rispondo io: – Pronto, ciao, sono mister Hyde.
In tutti e tre i casi a chiamare è lui, l’utente telefonico più fantasioso del mondo, “Giuseppe Traina, notaio in Vittoria”, come lo definì Leonardo Sciascia, con una formula d’antan ma azzeccata; lo ringraziava davanti al suo non sparuto pubblico di lettori per avergli fatto leggere un pacco di lettere di Giuseppe Antonio Borgese giovane, sulle quali Sciascia, per l’appunto, imbastì il suo libro-inchiesta Per un ritratto dello scrittore da giovane.
Perché Giuseppe Traina – per gli amici Pippo (e per me Peppe, giusto per distinguerci un poco, perché già l’omonimia è cosa complicata, ma l’omonimia anche sul diminutivo del nome è davvero una faccenda da racconto ottocentesco) – era quel tipo di persona che, trovate da un rigattiere con fiuto da segugio un mannello di lettere di uno scrittore importante, non le rivende al miglior offerente, non le conserva per rimirarsele solo soletto, ma le offre a uno scrittore importante, che sa essere interessato a trouvailles come quella, perché è certo che ne ricaverà qualcosa di utile. Un libro, per l’appunto.
Un libro.
Che era una delle ragioni di quelle e altre telefonate, utili per riportare al destinatario giusto un plico librario indirizzato a lui e consegnato a me o, più raramente, indirizzato a me e consegnato a lui.
La telefonata poteva anche servire ad avvertirmi che c’era la possibilità di andare a vedere un suo nuovo acquisto librario, più stuzzicante del solito; oppure d’incontrare, nel suo studio, il professor Salvatore Guglielmino, in una delle sue rare apparizioni a Vittoria, la sua e nostra città, così avara di riconoscimenti nei confronti dell’intellettuale emigrato a Milano perché, si sa, “cu nesci, arrinesci” ma lascia dietro di sé una perdurante bava d’invidia. Un’occasione nuova di zecca per me ma vagheggiata da anni: cioè da quando La bussola prima, e Guida al Novecento poi (i magnifici libri scolastici pubblicati da Guglielmino quand’io ero studente) m’avevano dischiuso mondi letterari e artistici ancora tutti da esplorare. A proposito: la sezione artistica di Guida al Novecento era stata curata proprio da Giuseppe Traina, e fu quella la prima volta in cui appresi di avere un omonimo così illustre, che scriveva parte dei libri su cui, sbarbatello, studiavo; ne chiesi notizie ai miei genitori, i quali mi dissero che era uno stimato e coltissimo notaio, che viveva a Vittoria, e mia madre mi raccontò di quando, giovane commissaria agli esami di maturità, era rimasta sbalordita dalla cultura e dall’intelligenza di quel piccoletto diciottenne, vivacissimo maturando coi controfiocchi. Lo conoscevano ma, più anziani di lui, non lo frequentavano: sicché un incontro col notaio Traina, vis à vis, fu rinviato a quando, neolaureato, mi presentai nel suo studio con notevole faccia tosta, per chiedergli se avesse voglia di leggere la mia tesi di laurea, in parte dedicata al libro d’esordio di un altro suo amico diventato, nel frattempo, illustre, anzi illustrissimo: Gesualdo Bufalino.
Lo sventurato rispose e nacque così tra i due omonimi un’amicizia, sbilanciata da una differenza d’età di un po’ meno di vent’anni e, soprattutto, da una ben diversa cultura ed esperienza di vita. Differenze che rendevano quest’amicizia per me un onore insperato e per lui, immagino, la fonte di affettuose commiserazioni per l’ingenuità di questo giovinotto omonimo: sicuramente una brava persona ma quanto illuso, ahilui!, delle magnifiche sorti e progressive, illusioni che la successiva esperienza e qualche lettura in più si sarebbero incaricate di ridurre al lumicino.
Quante cose ho imparato da Peppe Traina… Che per tanti anni fu professore di filosofia nei licei ma che con me mai parlò di filosofia, perché era il parlar d’altro che mi faceva capire tante cose che la filosofia dei manuali scolastici mai mi avrebbe spiegato. Perché Peppe Traina era uno scettico (in senso prettamente filosofico), un machiavelliano, un leopardiano, un flaianeo e, soprattutto negli ultimi anni, un adepto del prezzoliniano sodalizio degli Apoti, quelli che non se la bevono: e da lui, dalla sua persona prima ancora che dalla sua parola, ho imparato che il lampo dell’entusiasmo (per un libro, per una persona, per un quadro, per un’immagine poetica) può balenare nella stesso occhio che ha visto e praticato la disillusione, la quale si radica più profondamente soprattutto in chi ha nutrito, da giovane, le illusioni più generose e disinteressate. Per esempio, in campo politico: quando il giovane Peppe Traina s’affaccia alla politica, nell’Italia delle opposte chiese un intellettuale lucido come lui non può che approdare, quasi per “chiamata”, all’Italia “di minoranza”, in questo caso sul fronte del PSIUP, ala scissionista del Partito Socialista Italiano, contraria al centrosinistra storico. Ma anche quel partito di progressisti onesti non dovette bastare all’intransigenza morale di Peppe e la politica praticata svanì abbastanza presto dal suo orizzonte: la sostituì l’impegno culturale, per esempio nella gestione attiva di un Circolo del Cinema che, per merito suo e di Salvatore Marangio, produsse un libretto addirittura su Orson Welles, che ho visto citato in non peregrine bibliografie; oppure, molti anni dopo, nella presidenza della Pro Loco, anch’essa trasformata in piccola fucina editoriale.
I libri, sempre i libri…
Quanti ne avrà studiati nel campo giuridico, per me misterioso ma nel quale lo vedevo muovere con assoluta padronanza e memoria formidabile… Notaio di inflessibile rettitudine (non è scontato, non è scontato…), lo ascoltavo criticare con implacabile severità, e nessuna speranza che l’andazzo cambiasse, la pletora di leggi che ingorgavano la vita pubblica, complicavano inutilmente la sua professione e soprattutto rovinavano la vita della povera gente. Nei confronti della quale, però, se non la scopriva vittima dello Stato-Moloch, non aveva alcuna compassione populistica: perché la responsabilità individuale è tutto, e la legge non ammette ignoranza, si potrebbe sintetizzare. Ma c’era dell’altro. C’era il rifiuto delle spiegazioni comodamente sociologiche del restare indietro ma crogiolandosi nell’ignoranza e nel fatalismo, nella rassegnazione sovvenzionata dallo Stato: l’antico seguace del Psiup era diventato un liberale di puro conio, destinato a non trovare nemmeno lui un partito che, in modo puro, rappresentasse quegli ideali.
Era stata una “chiamata”, per lui, quella verso il notariato? Non posso dirlo con certezza: l’essere stato figlio di un precedente notaio avrà influito, ma una collezione di sigilli campeggiava nel suo studio profumato di sigari, in un’apposita vetrina, dunque con più rilievo rispetto ad altre collezioni (di pipe, per esempio). Doveva esserne orgoglioso: della collezione di sigilli ma soprattutto della professione. E una volta mi disse che era felice di essere il notaio meno richiesto di Vittoria: pensai ingenuamente che si riferisse al fatto che così gli rimaneva più tempo per leggere e collezionare libri; adesso sospetto che sottintendesse dell’altro…
I libri, sempre i libri…
Invadevano il suo studio, ospitati non soltanto nelle librerie ma disseminati in due enormi stanze su ogni superficie possibile, in pile che si susseguivano senza interruzione. Davanti alla sua scrivania c’erano gli ultimi arrivi: ne sbirciavo i titoli, per chiedergliene poi notizia, ogni volta che, sul finire del pomeriggio, andavo a trovarlo, il più delle volte senza preavviso e senza un motivo preciso ma senza mai essere respinto con un pretesto, a meno che non stesse pubblicando un atto. Libri freschi di stampa ma anche libri d’antiquariato, scovati a poco prezzo su bancarelle frequentate insieme a pochi amici appassionati come lui o acquistati presso librerie antiquarie, di cui io non sospettavo l’esistenza. Fu lui a regalarmi due o tre cataloghi di librerie antiquarie. E fu un altro mondo che si aprì, dal quale ho imparato cose che mai avrei trovato su altri libri o enciclopedie: innanzitutto, la caducità di ogni gloria. Mentre a lui la tecnologia apriva nuovi mondi, per esempio quello delle aste online: sempre per acquistare libri, beninteso. Libri o riviste, come si conviene a una persona colta formatasi in pieno Novecento: ricordo il suo giubilo per l’acquisto online, con poca spesa, da un venditore insipiente, di un numero di “Lacerba” che decise di incorniciare.
Preferiva sicuramente i libri di storia, filosofia e soprattutto, mi sembra, politologia; ma la letteratura e l’arte non mancavano mai all’appello. C’era sempre di che discutere o, dal mio punto di vista, di che imparare: perché le letture “reagivano” chimicamente nella sua testa e si trasformavano in idee mai banali. In un pubblico dibattito generato dalla nuova legge sull’elezione diretta dei sindaci, ricordo il suo auspicio che da questa riforma venissero fuori finalmente tanti sindaci “grigi”: non protagonistici capipopolo o cacicchi ma, piuttosto, corretti esecutori della legge e della buona amministrazione. Parole sagge ma decisamente fuori corso in una città come Vittoria: espressione, ancora una volta, di una visione “di minoranza”, da politologo disperatamente affezionato al bene comune, ma che il leaderismo del XXI secolo ha smentito impietosamente.
I libri, sempre i libri…
Ne scrisse pochi, e sintetici, come tanti intellettuali troppo rispettosi del valore sacrale della pagina per dar luogo a inutili disboscamenti: consapevole, come pochi altri, che per scrivere un libro bisogna prima averne letti tanti, tanti altri… Predilesse il genere del pamphlet, così adatto al suo umorismo polemico, consegnando a Utopia Edizioni due libelli: il primo a suo nome, Se sia ancora possibile essere (o credersi) di sinistra; il secondo, La moltitudine poetante. Fenomenologia del delirio poetico, sotto lo pseudonimo pseudo-barettiano di Aristarco Scannapulci. Nel primo, pubblicato dopo la caduta del muro di Berlino, sospettai una componente di maramaldismo ma, come al solito, non avevo capito niente: Peppe Traina non stava commentando acidamente il presente, cioè la fine dell’utopia comunista, ma stava delineando (e prefigurando) una crisi che dura ancora oggi e che non consente di dormire sonni tranquilli a chi ostinatamente vuole considerarsi, appunto, non comunista ma “di sinistra”. Del secondo, ancor più dell’analisi lucida (ma, in conclusione, umanamente comprensiva) di un fenomeno ancor oggi dilagante – cioè l’assurdo proliferare di persone che credono di scrivere poesie soltanto perché esprimono di getto le loro emozioni preoccupandosi talvolta di andare a capo –, mi commuove, rileggendolo, il conclusivo “ragguaglio sull’autore”, nel quale definiva il suo alter-ego “persona ombrosa e suscettibile” che vive “in una sua pressoché clandestina estraneità al mondo ed ai suoi costumi, affettando disprezzo e ripulsa per le convenzioni, le educate menzogne, i botti di capodanno e il campionato di calcio”: basta questa breve citazione perché il lettore d’oggi gusti l’eleganza nitida del suo stile da ostinato illuminista. Sorge, insomma, il dubbio commovente che Peppe Traina abbia voluto aprire un minimo squarcio sulla sua dimensione esistenziale, là dove si spinge a definire quello di Aristarco Scannapulci un “non-vivere” messo in relazione con la sua “insofferenza del mondo”. Certo, ogni parola di Aristarco e su Aristarco era tramata di leopardiana ironia ma è anche possibile che il rigoroso illuminista ogni tanto si chiedesse se la strenua coerenza con cui rifiutava i compromessi con la stupidità universale non lo avesse privato di qualche piccola scheggia di gioia proveniente da quel “mondo” rispetto al quale professava indifferenza. Certo, non proveniente dai botti di capodanno e nemmeno, ahimè, dal campionato di calcio…
Perché, d’altra parte, dietro ogni intellettuale, e soprattutto dietro un intellettuale consapevole dei limiti propri e altrui, c’è un uomo attirato dal vivere più che dal non-vivere, da un’inevitabile bellezza del vivere. Credo che per il notaio Giuseppe Angelo Traina (questo il nome completo con cui firmava gli atti), che il 5 aprile di quest’anno è davvero entrato nel mondo del “non-vivere”, la bellezza del vivere sia stata rappresentata dai suoi figli e in loro si sia inverata. A loro ha saputo trasmettere l’amore e il rispetto sacrale per il bello, per la sapienza, per la legge; valori che Fabrizio, Andrea ed Emanuele professano nel mondo d’oggi, così cambiato rispetto agli anni in cui il padre s’era formato, nei loro rispettivi campi d’azione: l’avvocatura, la regia, l’architettura. Anche in tutto questo c’entrano, come sempre, i libri: quelli che Giuseppe Traina ha insegnato loro a leggere, perché sapeva bene come leggerli e come, di tanto in tanto, scriverli.
Giuseppe Traina (l’altro)