
Viviamo nell’epoca delle continue chiamate. Il telefono vibra a ogni ora del giorno, a volte persino della notte. Lo schermo si illumina e il gesto che segue è quasi automatico: se il numero è sconosciuto, rifiutare, silenziare, ignorare, bloccare.
La giornata di ognuno di noi è spesso inquinata da cifre strambe, prefissi sospetti, algoritmi travestiti da voci umane che propongono contratti, contatti, improbabili guadagni. Abbiamo imparato a difenderci e non rispondiamo più. E, in un certo senso, facciamo bene.
Questa selezione preventiva, per molti, è diventata una regola di sopravvivenza quotidiana. È una forma di autodifesa che protegge il nostro tempo, la nostra attenzione, perfino la nostra intimità. È una barriera necessaria contro l’invadenza pubblicitaria e contro un mondo che sembra voler occupare ogni spazio della nostra giornata. Non rispondere è diventato, così, un atto di libertà.
Eppure, pensando a questo editoriale, è sorta una domanda più insidiosa.
Cosa accade quando questa abitudine si estende oltre il necessario? Quando il filtro diventa un automatismo, e l’automatismo una forma di chiusura? C’è il rischio che una semplice difesa ci porti a non rispondere non solo allo spam, ma anche all’imprevisto, all’ignoto, alla sorpresa?
Perché ogni chiamata, in fondo, porta con sé anche una possibilità. Non tutte — anzi, pochissime — sono degne di attenzione. Ma alcune potrebbero contenere una direzione nuova, una parola inattesa, un invito che non avevamo programmato. Potrebbero essere, in senso pieno, delle chiamate.
La tradizione spirituale ha sempre riconosciuto nella vocazione qualcosa di sconvolgente. Non arriva quando siamo pronti, né rispetta le nostre aspettative. È un evento che interrompe, ci sposta, spesso disturba la nostra calma apparente. Proprio per questo, però, trasforma. Una chiamata reale non è mai neutra: ci costringe a prendere posizione, a rispondere o a lasciar squillare.
Oggi, accanto al rischio di essere invasi, corriamo anche quello di diventare impermeabili. Di costruire una vita perfettamente filtrata, dove nulla entra se non ciò che abbiamo già previsto. Una vita sicura, ma incapace di sorpresa. Protetta, ma non disponibile. È un segno inquietante del nostro tempo.
Dunque parliamo, questo mese, di chiamata. Sapendo che può arrivare da un numero irriconoscibile, oppure avere il volto di un incontro casuale, di una domanda che ci turba, di una richiesta che non avevamo messo in conto. Può essere una voce esterna o qualcosa che emerge da dentro, con l’insistenza di una notifica che continua a lampeggiare.
In tempi come questi, il punto non è solo difendersi, ma affinare la capacità di ascolto. Imparare a distinguere senza chiudere a priori. Proteggersi senza diventare insensibili. Accettare che non tutte le chiamate meritano risposta, ma che alcune — proprio perché inattese — meritano almeno un attimo di attenzione.
La vera sfida, forse, è restare, nonostante tutto, raggiungibili.
Operaincerta chiama. Noi proviamo a rispondere.