Alla voce “sorte”, il vocabolario Treccani recita: “Forza che regola o s’immagina regolare in modo imprevedibile le vicende umane, senza che la volontà degli uomini possa nulla contro di essa”.
Questa definizione non trova nell’attuale sentire comune un riscontro fattivo, ma viene spesso, se non sempre, accompagnata da un profondo scetticismo che suscita derisione nei confronti dell’altro, con la perentoria affermazione che il destino ce lo costruiamo noi, con le nostre decisioni e le strade intraprese ai bivi che la vita ci pone davanti.
Certo, nel nostro attuale modello di vita, fatto prevalentemente di spregiudicata e forsennata concretezza, non si ha il tempo di fermarsi a riflettere; non ci si accorge che la sequenza di fatti che ci riguardano, o che ci hanno riguardato, porta a incrociare percorsi di altre vite, conosciute e non, che vengono da lontano e che hanno avuto momenti di contatto o che finiranno con l’intrecciarsi.
Questa premessa introduce la storia di tre giovani donne la cui tragica fine avviene nello stesso luogo, nello stesso momento, per lo stesso evento fatale, e che vengono tumulate nello stesso quadrato di terra.
Loro sono tre ragazze di Cerda, paese della provincia di Palermo, e si chiamavano Giuseppina Del Castillo, Rosina Cirrito e Santina Salemi, morte nel famoso incendio della Triangle Shirtwaist Factory a New York, nel marzo del 1911. Abitavano nella stessa strada, due di loro nello stesso palazzo; tutte le mattine prendevano lo stesso tram per recarsi all’edificio di Greene Street dove lavoravano al nono piano come camiciaie.
Non poteva essere stato solo il “caso” se le tre famiglie, in tre diversi anni, 1899 i Salemi, 1901 i Del Castillo e 1904 i Cirrito, decisero di emigrare per l’America; di certo l’intraprendenza della prima fece da traino alle altre. È molto probabile che le tre madri si conoscessero già da ragazze e che avessero vissuto nello stesso quartiere. Ognuna di loro avrebbe potuto prendere decisioni diverse, dettate da esigenze particolari, eppure i tre percorsi di vita finirono con l’intrecciarsi tragicamente. Anche a New York, per parecchio tempo, vissero vicine senza mai separarsi, come legate da un vincolo invisibile.
Un’antica leggenda popolare cinese narra che ogni essere umano, fin dalla nascita, porti legato al mignolo della mano sinistra un filo rosso che lo unirà a quello della propria anima gemella. Questo invisibile filo rosso che tiene legate alcune persone, in certi momenti diventa visibile e si svela nel manifestarsi di certi inspiegabili accadimenti. A quanti è capitato, in un dato momento e in un dato luogo, di pensare a un fatto collegato a una persona e di notare, in un modo o nell’altro, il manifestarsi della sua presenza? Perché non dovremmo essere tutti collegati a uno stesso sistema di forze impercettibili che, attraverso invisibili fili rossi, tengono le persone legate da sensazioni e sentimenti comuni che riescono, in qualche forma, a manifestarsi?
Le risposte, di certo, non saranno dettate dalla nostra razionalità.
Dalla storia vera di queste giovani vittime di un incendio avvenuto nel Nuovo Mondo trae ispirazione la trilogia dello scrittore Vincenzo Muscarella, nativo di Cerda, piccolo centro ai piedi delle Madonie, famoso per la Targa Florio e i carciofi. Maruzza, Marietta e Antunina, protagoniste dei tre romanzi editi da Edizioni Arianna, come le madri delle giovani operaie morte arse dalle fiamme, lasciarono la Sicilia per raggiungere la ‘Merica con motivazioni personali e situazioni familiari diverse, ma tutte accomunate da un solo obiettivo: migliorare il proprio futuro.
A quel tempo lasciare la propria terra sottintendeva quasi sempre il “non rivederla mai più”. Non sempre per i nostri conterranei immigrati giungeva la fortuna cercata; in verità, dovevano ritenersi fortunati per il solo fatto di riuscire a mettere piede sulla terraferma dopo settimane di navigazione in vere e proprie carrette del mare. Molte famiglie, durante il viaggio, incontravano già la “mala sorte”, perdendo i figli piccoli a causa di dissenteria, malnutrizione o totale assenza di igiene.
Spesso erano le madri con la prole al seguito a raggiungere il marito che, mesi o addirittura anni prima, era partito da solo per creare le condizioni necessarie al ricongiungimento familiare. Non poche volte di quegli uomini partiti in cerca di fortuna non se ne seppe più nulla.
Fatico a immaginare quale possa essere stato lo stupore e l’incredulità con cui i nostri immigrati affrontavano lo sbarco in America, giungendo in una città come New York in cui, già nel 1911, era stato costruito un palazzo alto 213 metri come il Metropolitan Life Insurance Company Tower.
Le case che conoscevano, ed in cui avevano vissuto, erano fatte appena di un piano terra e talvolta avevano un soppalco in legno, “u sularu”, erano le cosiddette “case terrane”, all’interno delle quali, oltre alle famiglie, alloggiavano le galline e spesso anche “la mula”. Niente corrente elettrica, niente acqua corrente. Per avere un bene indispensabile come l’acqua in casa, le donne si recavano “cu i bummari o cannolu do quartieri” e, in coda aspettando il proprio turno, spesso nascevano risse e battibecchi simili a quelli narrati da Nino Martoglio nell’atto unico “Civitoti in pretura”, scritto nel 1893.
Fu un vero e proprio urto culturale quello che dovettero ammortizzare, restando sospese tra due mondi: una collisione tra le antiche origini e una modernità che per le tre madri si rivelerà fatale. Per loro l’unico modo per non restare schiacciate dalla metropoli è stato ritrovarsi e restare vicine, ricostruire quel microcosmo che avevano lasciato alle spalle e che purtroppo non le ha preservate dalla sorte che le attendeva.
Nel tragico incidente avvenuto nel marzo del 1911 perirono 146 persone di cui 126 donne, moltissime siciliane, tre di esse erano cerdesi.
Maruzza, la prima madre della trilogia di cui si attende la pubblicazione dell’epilogo, figlia del più povero contadino del paese, sposa il figlio del farmacista dopo avere messo in atto la classica “fuitina” e che scatena le ire più indomabili del suocero, tanto che il figlio Ciccio sarà costretto a partire per l’America. Maruzza resterà in paese con i figli e sarà tanto forte da affrontare in pubblica piazza il suocero.
Marietta, coraggiosa e determinata, si ribella alle ingiustizie e alla povertà, mette la propria istruzione a servizio dei bambini delle famiglie povere e osserva con passione il movimento dei “Fasci dei Lavoratori”.
Antunina, una crapara, che non si arrende alle sue povere e umili origini e sceglie di raggiungere l’America per quel futuro migliore, che si befferà di lei privandola di una figlia sì, ma che non riuscirà a privarla della sua intraprendenza e forza d’animo.
Le tre madri, memoria collettiva, testimoni della resilienza delle donne siciliane, mi perdoneranno se in questo mio scritto le uso quasi quasi come pretesto, ma è doveroso per me svelare che il mio scrivere di loro in fondo non fa altro che testimoniare quel filo invisibile che proprio qui si manifesta e che ha a capo la mia passione per il teatro, i legami di amicizia, la cultura e gli intrecci che spero si continuino a tessere con fitti e saldi nodi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *