
Ciascuno è artefice del proprio destino.
Quante volte abbiamo sentito, se non esclamato noi stessi, “è colpa del destino” “era destino”. Gli attribuiamo di tutto. Dal piccolo incidente alla tragedia più dolorosa, dal lavoro che abbiamo intrapreso al partner che abbiamo scelto. Gli affibbiamo la responsabilità di quel che accade come se non ci fosse altra via ma solo quella tracciata dalla fatalità o dalla sorte che dir si voglia.
Se solo ci soffermassimo a considerare quanto dipende, invece, da nostre scelte saremmo probabilmente sorpresi da come l’ineluttabilità di alcuni accadimenti sia invece un comodo alibi.
Quante volte abbiamo chiuso storie sentimentali dicendo” mai più” senza renderci conto che quello che pensiamo sia il prossimo incontro, secondo noi favorito dalla sorte, è invece una sorta di coazione a ripetere.
Scegliamo lo stesso tipo di persone, più o meno con le identiche caratteristiche che ci hanno recato dolore precedentemente e ci meravigliamo, poi, di come stiamo soffrendo. Rinnoviamo dinamiche trite e ritrite nei rapporti sia familiari che amicali, ripetendoci che il fato si accanisce contro di noi, che non ci meritiamo quel che accade. E invece no! Siamo noi che scegliamo, più o meno scientemente, qual è il comportamento da adottare.
Probabilmente è più semplice scaricare la responsabilità su altro, il destino appunto, che guardarsi dentro e ammettere i propri limiti. Due citazioni mi sono molto piaciute, tra le migliaia che ne esistono. La prima di Arthur Schopenhauer: Tutto ciò che la gente chiama comunemente destino, è costituito per lo più soltanto dalle sue stupide sciocchezze. L’altra di Haruki Murakami da Kafca sulla spiaggia: Qualche volta il destino assomiglia a una tempesta di sabbia che muta incessantemente la direzione del percorso. Per evitarlo cambi l’andatura. E il vento cambia andatura, per seguirti meglio. Tu allora cambi di nuovo, e subito di nuovo il vento cambia per adattarsi al tuo passo. Questo si ripete infinite volte, come una danza sinistra con il dio della morte prima dell’alba. Perché quel vento non è qualcosa che è arrivato da lontano, indipendente da te. È qualcosa che hai dentro. Quel vento sei tu. Perciò l’unica cosa che puoi fare è entrarci, in quel vento, camminando dritto, e chiudendo forte gli occhi per non far entrare la sabbia.