
Tema del mese: “il mercato”. E se c’è un mercato di cui vorrei parlare, senza perdere troppo tempo, è proprio quello di Ballarò.
Pensare a Ballarò, uno dei tre mercati storici di Palermo insieme al Capo e alla Vucciria, mi riporta indietro nel tempo: ai miei anni universitari, alle lezioni di filosofia del diritto ed economia politica al cinema Edison, ai progetti e alle passeggiate notturne con i gruppi “Beati si Nasce” e “Dio abita la città”.
Mi riporta alla mia quotidianità di allora, al servizio sociale missionario, agli anni del volontariato con l’immigrazione, alle giornate di studio al CLA — il Centro Linguistico di Ateneo — e soprattutto ai tanti amici che, inizialmente perfetti sconosciuti, ruotavano attorno a tutto questo.
Amici che oggi rappresentano per me i migliori anni della mia vita.
Penso anche al gruppo giovani che frequentavo in quella che è diventata la mia parrocchia di adozione: la parrocchia di Sant’Antonino, situata in un punto strategico della città di Palermo, tra Corso Tukory e via Maqueda, con la stazione accanto e Ballarò a pochi passi.
Questa posizione rende la vita della parrocchia particolarmente vivace: è un continuo fluire di giovani. Bisogna avere la fortuna di passarci almeno una volta.
Sono luoghi che, contrariamente a ciò che spesso si pensa, profumano di umanità e di vita vera. Luoghi che, insieme alle persone che li abitano, sono diventati Casa.
Per chi arriva da un altro paese, un mercato diventa uno snodo importante per la vita quotidiana. Poi, crescendo, ti rendi conto che Casa non è un luogo fisico: sono le persone che ami, ovunque tu vada.
E allora quel Ballarò, quella parrocchia, quelle persone restano Casa, in qualsiasi parte del mondo ci troviamo adesso. Ballarò non è soltanto un mercato. È un luogo dove convivono mondi diversi.
Tra le sue bancarelle si incontrano africani, arabi, asiatici, palermitani del quartiere, europei e persone provenienti da ogni parte del mondo. È uno spazio in cui le differenze non si annullano, ma si affiancano, si intrecciano, convivono.
Ed è forse proprio questo che rende Ballarò qualcosa di più di un semplice mercato: un luogo vivo, attraversato da lingue, volti, storie e culture diverse che, giorno dopo giorno, continuano a incontrarsi.
Per questo ho pensato di dare la parola ad alcuni miei carissimi amici, chiedendo loro cosa fosse Ballarò.
Ho chiesto a Fra Gaetano Morreale, parroco della parrocchia di Sant’Antonino e oggi grande amico. Un amico che ha scommesso su un gruppo di giovani quando, all’epoca, noi stessi non avremmo scommesso su di noi neppure un centesimo.
Si sa: gli anni dell’università sono anni difficili per tutti. E trovare qualcuno che crede in te è semplicemente una fortuna.
Chi meglio di lui poteva parlarmi di questo mercato, data la sua presenza concreta e quotidiana, fatta di progetti e di impegno in diverse situazioni sociali e di promozione umana?
Gli ho chiesto: «Fra Gaetano, cosa rappresenta per te Ballarò?»
E lui mi ha risposto: «Ballarò è la sintesi dell’esperienza umana che si declina nella grammatica della strada per giungere alla drammaticità del cuore pulsante di ogni singola persona. Nelle trame dell’umano si intreccia l’ordito del Divino, quello che si abbassa, si china, si svuota di sé per riconoscersi compagno di viaggio e custode del cammino. L’inizio e la fine sembrano essere i due cardini esistenziali di un unico progetto di vita che accompagna i passi del pellegrinaggio terreno fino alle porte del cuore del Trascendente. Ballarò è così contraddittoria nel suo essere che somiglia incredibilmente al mio cuore: suoni contrastanti, colori dirompenti e soavi, odori acri e delicati, immagini crude e tenere. C’è chi “abbannìa”, grida a squarciagola per pubblicizzare la merce sul banco, e chi prega in silenzio. C’è chi offre ombrelloni rosso sgargiante e chi espone banchi di spezie e olive dalle più delicate gradazioni di colore. C’è chi lascia marcire gli scarti sul marciapiede e chi profuma i vicoli di stigghiole arrostite alla brace. C’è chi ha il volto scavato dal lavoro duro e mal pagato e chi cammina tra le viuzze quasi planando, appena sceso da una crociera. C’è il moro e il biondo, l’asiatica e la portoghese, il latino e l’americano. Ballarò è convivenza di idiomi e mescolanza di culture, è insieme di sapori bangla e italo-gallici, è superstizione e pietà popolare, è nascondimento e ostentazione, è libri e racconti orali, è eclettismo e umiltà, è pulito e sporco, è tutto e niente. Ballarò non è un luogo, ma una situazione: è la mia, è la tua».
Ho chiesto anche a Sara cosa fosse Ballarò per lei.
«Ballarò, per me, non è semplicemente un mercato. Anche se oggi non lo frequento più come un tempo, resta un luogo che ho vissuto profondamente. Per molto tempo ho attraversato quelle strade ogni giorno: per fare la spesa, per uscire, ma anche per lavoro. Ho lavorato alla Caritas di Piazza Santa Chiara e, per quasi un anno, Ballarò è stato parte della mia quotidianità. Quelle vie le ho percorse così tante volte da sentirle quasi familiari. Quando arrivai a Palermo, ricordo che attorno a Ballarò c’era sempre un certo terrorismo psicologico: “non andare lì”, “è un posto pericoloso”. Eppure la mia esperienza è stata molto diversa. Io quel quartiere l’ho frequentato spesso, anche la sera, vivendo le sue dinamiche più autentiche.
Quando penso a Ballarò non penso soltanto ai colori della frutta, della verdura, del pesce o della carne esposti sulle bancarelle. Certo, quei colori sono parte dell’identità del mercato, ma per me ce ne sono altri, ancora più importanti: i colori delle persone. Ballarò è un luogo in cui convivono tante etnie e culture diverse. Questa mescolanza crea un’atmosfera unica. Nella mia memoria c’è soprattutto la piazza finale che raggiungi dopo aver attraversato tutto il mercato. Arrivarci è quasi come compiere un piccolo viaggio.
Prima incontri le bancarelle di cibo, con i loro profumi e colori; poi, andando avanti, trovi chi vende vestiti e altri oggetti. È un susseguirsi di immagini e voci che raccontano storie diverse. A Ballarò respiri un senso di accoglienza, di armonia e quasi di musicalità che è difficile trovare altrove. È come se fosse uno dei pochi posti in città in cui la coesistenza tra culture diverse diventa davvero visibile, concreta, viva. Il mercato diventa così una sorta di viaggio: un attraversamento di luoghi lontani senza muoversi dalla città».
Alla fine, ciò che Ballarò rappresenta per me, per Sara e per Fra Gaetano è soprattutto questo: un luogo di incontro tra cose e persone, dove la coesistenza tra culture diverse genera spontaneamente armonia, bellezza e vitalità.
È questo intreccio di vite, culture ed etnie differenti, questo vivere insieme, che rende quel mercato qualcosa di molto più grande di un semplice spazio commerciale.
Insomma, Ballarò è un’esperienza umana e sensoriale che vi consiglio di vivere almeno qualche volta nella vita.