
Era una notte che pareva fatta apposta, un’oscurità cagliata che a muoversi quasi se ne sentiva il peso. E faceva spavento, respiro di quella belva che era il mondo, il suono del mare: un respiro che veniva a spegnersi ai loro piedi. Stavano, con le loro valige di cartone e i loro fagotti, su un tratto di spiaggia pietrosa, riparata da colline, tra Gela e Licata; vi erano arrivati all’imbrunire, ed erano partiti all’alba dai loro paesi; paesi interni, lontani dal mare, aggrumati nell’arida plaga del feudo. Qualcuno di loro, era la prima volta che vedeva il mare: e sgomentava il pensiero di dover attraversarlo tutto, da quella deserta spiaggia della Sicilia, di notte, ad un’altra deserta spiaggia dell’America, pure di notte. Perché i patti erano questi – Io di notte vi imbarco – aveva detto l’uomo: una specie di commesso viaggiatore per la parlantina, ma serio e onesto nel volto – e di notte vi sbarco: sulla spiaggia del Nugioirsi, vi sbarco; a due passi da Nuovaiorche…
Quasi per caso l’argomento di antologia che sto affrontando in una classe prima, il punto di vista e la focalizzazione, porta come brano esemplificativo il celebre racconto di Leonardo Sciascia, Il lungo viaggio. Sono contenta, è un testo che mi piace molto, ci farà riflettere.
C’è un mare che fa paura, gente semplice e piena di speranza, che affronta un viaggio verso l’ignoto per cui ha dato fondo ai suoi averi. Ci sono luoghi a noi familiari, Gela, Licata e poi Scoglitti e Santa Croce. E c’è una figura melliflua e infida, il trafficante di uomini, che perpetra una truffa oscena agli aspiranti emigranti. Dopo un lungo viaggio sono sbarcati a pochi chilometri da dove si sono imbarcati.
Cerchiamo il punto di vista dei viaggiatori, pieno di speranze e timori, quello crudele ed insensibile dell’agente di viaggio, che punta al maggior guadagno possibile alle spalle dei disperati e degli ignoranti.
Poi la domanda: sapete cosa è successo durante il ciclone Harry? Silenzio.
Apro la lavagna luminosa, cerco su maps prima le spiagge siciliane citate nella lettura, poi Lampedusa e la Libia, Malta e la Tunisia. Spiego che Lampedusa, nonostante sia un puntino perduto nel Mediterraneo, più vicino all’Africa che alla Sicilia, è territorio italiano, per lingua, cultura e tradizioni. Mentre Malta, che quasi si intravvede nel nostro orizzonte, è più vicina al mondo britannico.
Racconto degli sbarchi, e in particolare dei mancati arrivi delle ultime settimane. Quanti uomini, donne e bambini sono partiti, per non arrivare mai? Perché non possiamo contarli con certezza?
Spiego che non c’è un registro, non ci sono biglietti, che sono saliti su barchette fatiscenti senza lasciare traccia di sè.
E quanto hanno pagato? Come i nostri zotici siciliani avranno venduto tutto quello che avevano per imbarcarsi.
Poi la domanda più dura. Perchè sono partiti? Si sapeva da tempo dell’arrivo del ciclone. Forse sono stati costretti a salire sulle barchette. Forse i campi in cui aspettavano di imbarcarsi erano troppo pieni. Bisognava far spazio ad altri disperati, con i soldi cuciti dentro la biancheria. Forse a qualcuno conviene che la curva dei dati degli sbarchi sia finalmente decrescente. Addirittura qualche articolo parla di incendi volontariamente appiccati negli uliveti intorno a Sfax, in Tunisia, dove erano accampati in attesa di partire.
Perché nessuno è andato a salvarli? Perché ai volontari è vietato, e ai soccorsi ufficiali (Marina, Guardia Costiera) non è permesso. Perché nessuno ne parla? Mille persone sono più o meno il numero complessivo degli alunni della nostra scuola, cerchiamo di visualizzarli: sono circa 20 autobus, 4 auditorium pieni di gente. E come sappiamo che sono veramente partiti? Ci sono giornalisti e associazioni che provano a monitorare la cosa, ci sono i sopravvissuti (pochissimi) che raccontano, ci sono le famiglie che aspettavano un messaggio o una chiamata che dicesse…sono arrivato! E poi ci sono loro, i vuoti a perdere, quei pochi resti straziati che si stanno spiaggiando sulle coste delle nostre vacanze. I rifiuti di questo orrendo mercato di uomini e donne. Per cui difficilmente si prova empatia.
Mi sono chiesta molte volte: perché ci siamo interessati al naufragio del Bayesian e alla morte dei danarosi ospiti, perché ci siamo commossi per i ragazzi bruciati nel rogo di Crans Montana? Potevamo essere noi? A guardare bene, la distanza economica, sociale e culturale che c’è tra me e il proprietario di un mega yacht o di una villa nelle Alpi Svizzere è equivalente a quella che c’è tra me e un ragazzo del Gambia. C’è una sola differenza, l’empatia con i ricchi scatta perché inconsciamente vorremmo essere al loro posto. Mentre pochissimi si mettono nei panni di chi si sporge dall’altra sponda del Mediterraneo, desideroso di sperimentare qualche briciola del nostro benessere.
Mediterranea saving humans è un’ONG che si occupa di tutelare i diritti delle persone lungo le rotte migratorie del Mediterraneo. https://mediterranearescue.org/it/news/potrebbero-essere-1000-le-persone-disperse-in-mare-durante-il-ciclone-harry
Bellissimo articolo.
Leggere queste parole lascia un senso di vuoto difficile da ignorare. Non solo per ciò che raccontano, ma per ciò che rivelano su di noi.
È vero: di molte di queste persone non sapremo mai il nome. Non ci sono registri, non ci sono biglietti, non ci sono fotografie di partenze ufficiali. Solo barche fragili, notti senza testimoni e famiglie che aspettano una telefonata che non arriverà mai. Questa è forse la tragedia più grande: non soltanto la morte, ma la scomparsa nel silenzio.
Quando si parla di numeri ( mille, duemila ) rischiamo di perdere il senso reale di ciò che significano. Mille persone non sono una statistica. Sono storie, madri, figli, sogni cuciti dentro i vestiti insieme ai pochi soldi rimasti. Sono scelte disperate, spesso fatte perché l’alternativa sembrava ancora peggiore.
La domanda “perché sono partiti?” è probabilmente quella più difficile. Nessuno lascia la propria terra, la propria lingua, la propria famiglia, per capriccio. Si parte quando restare non sembra più possibile. E spesso chi parte non sceglie davvero: sceglie solo tra due rischi. Vi è detto da qualcuno che ha lasciato la propria terra, anche se con consapevolezza e per scelta.
Ma c’è un’altra domanda che l’articolo solleva, forse ancora più scomoda: perché alcune tragedie ci toccano più di altre? Perché certe vite sembrano raccontabili, mentre altre rimangono sullo sfondo?
Forse non è solo questione di distanza geografica. È una distanza emotiva che abbiamo costruito nel tempo. Ci è più facile immedesimarci in chi percepiamo “simile” a noi, mentre chi vive dall’altra parte del mondo rimane una figura astratta. Eppure, se guardiamo bene, il desiderio che muove tutti non è così diverso: sicurezza, dignità, un futuro migliore.
Forse la vera sfida è proprio questa, riuscire a vedere nelle vite che arrivano dal mare non solo un fenomeno, non solo un problema politico, ma delle persone.
Persone che, fino all’ultimo momento, hanno sperato di arrivare.