Quando Gustave Flaubert visitò Tunisi fu affascinato dalla vita polverosa e caotica del sūq che osservava dall’Hotel Francia dove alloggiava. Durante il suo soggiorno esplorò le strette vie e le botteghe della città vecchia e gli appunti che ne derivarono furono poi riportati nel suo romanzo storico Salambò. Il romanzo è ambientato nell’antica Cartagine, ma l’atmosfera ricreata nell’opera deriva dalle osservazioni che l’autore annotò nella tarda primavera del 1858.

Il vivace e variopinto mercato islamico, del resto, ha sempre costituito una fonte preziosa a cui attingere per conoscere il patrimonio culturale e religioso di numerosi paesi a maggioranza araba del Medio Oriente o del Nord Africa e, a tutt’oggi, nonostante le inevitabili alterazioni, costituisce un riferimento quasi archeologico per la riscoperta del nucleo essenziale di una civiltà che proprio nel sūq ha generato e conservato le sue caratteristiche essenziali.

In epoca preislamica i sūq sorsero come stazioni di commercio collegate ai caravanserragli disseminati lungo le rotte delle carovane che collegavano la penisola arabica al mediterraneo. Successivamente, però, acquisirono una forte valenza anche sociale e religiosa, fino a diventare parte integrante dell’assetto urbanistico di ogni città araba.

Conoscere ed indagare oggi le origini dei sūq vuol dire quindi sforzarsi di ricercare ed osservare le caratteristiche della società islamica.

Per saperne di più, abbiamo quindi pensato di attingere al sapere di uno studioso, in modo da affrancarci dalla visione distorta del turista e poter basare ogni considerazione su fonti storiche e concrete.

Roberto Celestre è ricercatore indipendente laureato in Lingua e Letteratura Araba con indirizzo storico all’Istituto Universitario Orientale di Napoli. Ha trascorso due anni al Cairo svolgendo corsi di specializzazione di storia islamica medievale in lingua araba alla Cairo University e ha frequentato le università di Ayn Shams (Cairo, Egitto) e Muhammad V (Rabat, Marocco). L’ambito di ricerca a cui si è maggiormente dedicato è la storia islamica medievale, con particolare attenzione alla storiografia araba contemporanea delle crociate e alla manualistica militare nell’Islam medievale. Ha curato e tradotto dall’arabo il trattato medievale Consigli sugli stratagemmi di guerra (Il Melangolo, 2013) di al-Harawī (m. 1215).Oltre a suoi numerosi interventi in diverse riviste scientifiche del settore, Roberto Celestre è autore di una recente monografia dal titolo Saladino. Il sovrano cavaliere (Graphe.it, 2024).

È a lui che intendiamo rivolgere alcune domande sui sūq, per capirli meglio.

1.- Nell’immaginario collettivo il sūq è un luogo folkoristico, variopinto, caotico e ciarliero, in cui il turista può perdersi per inebriarsi di suoni e odori di vario genere. È davvero solo questo il sūq?

Chiunque abbia letto “Le mille e una notte” avrà certamente incontrato pagine in cui si respirano proprio le atmosfere evocate nella domanda. I mercati brulicanti di voci, profumi e colori descritti in quelle storie restituiscono un’immagine vivida e suggestiva del sūq, che trova ancora oggi un riscontro nella realtà.

In effetti, il sūq in cui il visitatore contemporaneo si imbatte, in qualità di turista o di semplice avventore, è il riflesso di ciò che è stato in passato, quasi una tradizione che si rinnova attualizzandosi. Pur avendo attraversato la modernità e affrontato la concorrenza dei centri commerciali, il sūq è riuscito a non snaturarsi in modo sostanziale, mostrando di aver saputo adattare ai mutamenti economici e sociali, pur conservando la propria profonda identità.

Ieri come oggi, il sūq è luogo di scambi e contrattazioni animate, di frenetica attività e, al contempo, di attese pazienti; è uno spazio ricco di emozioni sensoriali — i colori delle stoffe, i profumi delle spezie, il brusio incessante delle voci — ma è al contempo un ambiente di incontro e di relazione. È un microcosmo urbano in cui commercio e vita sociale continuano a intrecciarsi in modo indissolubile.

2.- Quali sono i riferimenti storici della nascita del sūq, prima come mercato e poi come riferimento sociale e religioso del mondo musulmano?

Questa domanda richiede una breve digressione storica e un salto indietro nel tempo, sperando di non affaticare il lettore. Il sūq ai nostri occhi oggi rappresenta uno degli elementi più caratteristici del mondo arabo-islamico, al punto da costituire quasi una tappa obbligata per chi viaggia nei Paesi islamici. Le sue origini, tuttavia, precedono di gran lunga la nascita dell’Islam nel VII secolo d.C.

Dal punto di vista etimologico, il termine trova origine probabilmente nel mondo antico mesopotamico, dove il termine sūku indicava sia il luogo in cui si svolgeva l’attività commerciale sia il commercio stesso. In arabo, questa duplice valenza semantica è rimasta invariata.

Per comprendere la diffusione del sūq in Nord Africa occorre ricordare che al dominio romano e poi bizantino, nel VII secolo, in meno di cento anni, con sorprendente rapidità si sostituì la dominazione arabo-islamica. Essa non introdusse soltanto un nuovo credo religioso, ma anche una radicata cultura mercantile, tipica delle popolazioni semitiche dell’area a est del Mediterraneo e della penisola arabica, oggi accomunate dalla denominazione di Medio Oriente.

Nell’immaginario comune, tali regioni vengono spesso descritte come luoghi periferici e isolati, dominati da distese sabbiose e deserti silenziosi abitati da sparuti gruppi di beduini. Si tratta, in larga misura, di uno stereotipo privo di fondamento. Così come l’Egitto faraonico, anche la Mesopotamia vide nascere civiltà fiorenti e altamente sofisticate sotto il profilo culturale, sociale ed economico, come quella accadica e quella assiro-babilonese. Il comune denominatore di queste civiltà fu la presenza di grandi fiumi — il Nilo per gli Egizi, il Tigri e l’Eufrate per le civiltà mesopotamiche — che determinarono e regolarono lo sviluppo economico, favorendo la nascita di economie di mercato strutturate.

Avvicinandoci a epoche più recenti, tra il II e il III secolo d.C., due regni situati a nord della penisola arabica gravitavano nell’orbita ellenistico-romana. Le maestose vestigia di Petra, in Giordania, e di Palmira (l’antica Tadmur), in Siria, testimoniano l’elevato sviluppo politico ed economico raggiunto rispettivamente dal regno dei Nabatei, con capitale Petra, e dal regno di Zenobia, avente il proprio centro a Palmira.

A sud della penisola arabica, nell’area nota nell’antichità come Arabia Felix — corrispondente grosso modo agli odierni Yemen e parte dell’Oman sudoccidentale — già dal I secolo d.C. i regni dei Minei, degli Himyariti e soprattutto dei Sabei, legati alla figura della biblica regina di Saba, fondavano la propria solidità politica e amministrativa su un commercio fiorente. Il traffico di legni profumati autoctoni, come incenso e mirra, insieme alle spezie provenienti dall’Oriente, costituiva il pilastro economico della regione.

Per la sua posizione geografica, crocevia tra il subcontinente indiano e il Mediterraneo, l’Arabia è stata da sempre al centro di un ampio universo socioculturale, con caratteristiche differenti tra nord e sud. Il Mar Rosso, oggi facilmente navigabile, in passato presentava acque insidiose e difficili da navigare; le merci provenienti dall’Oriente dovevano comunque essere trasbordate per raggiungere il Mediterraneo. Pertanto, fino alle grandi scoperte geografiche del XV e XVI secolo, che rivoluzionarono le rotte commerciali, la dorsale occidentale della penisola arabica costituiva dunque la principale via di transito delle merci provenienti dall’Oriente verso il Mediterraneo e da lì verso l’Europa. È lungo questa direttrice che sorsero le città carovaniere.

Tra queste vi era Mecca, città natale di Maometto, che già prima dell’avvento dell’Islam rappresentava un centro nevralgico governato da un’oligarchia mercantile. Mecca era anche un importante centro religioso: al suo interno si trovava la Ka’ba, edificio cubico che fungeva da pantheon in quanto ospitava i simulacri delle divinità venerate in tutta la penisola. Inoltre, vi si teneva un’importante fiera annuale che richiamava mercanti da ogni regione araba.

In questo contesto Maometto, egli stesso mercante, diffuse il nuovo credo monoteista dell’Islam. Con l’affermazione del nuovo credo, la Kaʿba, svuotata degli idoli preislamici, divenne il centro spirituale dell’Islam. È significativo che, rifugiatosi a Medina per sottrarsi alle minacce dell’oligarchia mercantile meccana, Maometto vi organizzò la prima comunità dei credenti (umma), edificò la prima moschea e istituì un mercato, così da rendere la nuova comunità economicamente autonoma rispetto ai traffici controllati da Mecca.

Dopo la sua morte, le armate islamiche si espansero dapprima nella penisola arabica e, nel giro di circa un secolo, soggiogarono un territorio esteso dal Marocco fino alle regioni occidentali della Cina. Insieme al nuovo credo, gli arabi portarono in eredità anche il sūq come idea e come principio. Con l’Islam, tutti i territori conquistati entrarono quindi a far parte di un’unica vasta area commerciale, regolata da norme e consuetudini proprie delle genti semitiche e dalle disposizioni del nuovo sistema religioso, contribuendo in modo alla strutturazione di uno spazio economico integrato e dinamico sotto l’egida dell’Islam.

3.- L’atmosfera del sūq è stata spesso descritta in vari riferimenti letterali come caratteristica della vita musulmana: un luogo in cui affari, informazioni, trame, amori e perfino tradimenti, si sviluppano secondo regole tramandate e spesso non scritte.  Tradizioni e usi primeggiano rispetto a leggi o norme codificate. Si può dire che il sūq ha una giurisdizione propria in cui le tradizioni uniscono e regolano la società islamica?

A differenza dei moderni centri commerciali, che rispondono a logiche di mercato standardizzate e globalizzate, il sūq è profondamente radicato nelle abitudini delle società musulmane. Non si tratta semplicemente di un luogo di scambio e acquisto di merci, ma di uno spazio aggregativo che, ieri come oggi, è il cuore pulsante della città islamica.

Nel suo significato più stretto di attività commerciale, il sūq è tradizionalmente codificato da regole informali, fondate su principi etici condivisi. Si è già detto che Maometto, prima dell’inizio della sua missione profetica, esercitò l’attività di mercante. Negli hadīth — i suoi detti e insegnamenti, che insieme al Corano rappresentano una fonte fondamentale della legge religiosa islamica — compaiono numerosi riferimenti all’etica del commercio. Oltre a condannare l’inganno e a promuovere l’onestà nelle transazioni, Maometto proibì tra l’altro l’accaparramento delle merci finalizzato a far lievitare i prezzi o a creare situazioni di monopolio.

Dal punto di vista del controllo delle attività di commercio all’interno del sūq, in periodo medievale e fino all’Ottocento, tale ruolo era affidato alla supervisione del muhtasib, figura avente il ruolo di vigilare sulla moralità pubblica, incaricato a dirimere eventuali controversie e prevenire abusi o pratiche speculative. Oggi questa figura non esiste più nella sua forma tradizionale: il suo ruolo è stato progressivamente sostituito da normative statali che regolano e disciplinano le attività commerciali. Tuttavia, lo spirito relazionale ed etico che ha storicamente caratterizzato il sūq continua, in larga misura, a sopravvivere.

4.- L’organizzazione del sūq può apparire, ad un occhio non attento, quasi casuale. V’è invece una precisa disposizione delle varie corporazioni di mestiere secondo principi al contempo civici e religiosi o secondo altri criteri?

Il sūq possiede una logica interna ben precisa nella distribuzione delle attività, che riflette la “sacralità” delle arti e dei mestieri in rapporto alla religione. Quello che ai nostri occhi può apparire come un intricato dedalo di vicoli e viuzze risponde in realtà a criteri rigorosi e codificati. Occorre dunque abbandonare l’idea dell’Agorà greca o del Foro romano, intesi come ampie piazze pubbliche in cui si concentrava la vita commerciale.

Nella città islamica, il centro coincide con la Grande Moschea (Jāmiʿ), luogo in cui i fedeli si riuniscono il venerdì, verso mezzogiorno, per la preghiera comunitaria. L’assetto urbanistico ruota attorno a questo fulcro religioso e, di conseguenza, anche l’organizzazione del sūq — o bazār, termine di origine persiana ancora oggi utilizzato per indicare i mercati coperti in Iran, Asia centrale e Turchia — segue canoni ben definiti.

Come detto, le attività commerciali erano distribuite, e in larga parte lo sono ancora, secondo un criterio di “sacralità” del mestiere esercitato. In prossimità della Grande Moschea si trovavano le biblioteche, i produttori di manoscritti e i copisti; ancora oggi, ad esempio, nella città vecchia (medīna) di Tunisi è presente la Biblioteca nazionale, oltre a librerie. Accanto a questi operavano venditori di profumi e spezie — nei cui negozi si trovavano anche legni aromatici ed essenze utilizzati per il culto — oltre a mercanti di stoffe pregiate e tappeti, anch’essi connessi alla sfera religiosa.

Proseguendo verso le porte della città, si incontravano poi artigiani e commercianti di pelli lavorate, gioiellieri e venditori di abbigliamento. Infine, nelle zone periferiche o lungo le mura perimetrali della città, erano collocate le attività che richiedevano ampi spazi o un intenso utilizzo di acqua, come le lavorazioni di metalli, concerie e le macellerie, nonché i mercati di frutta e verdura. Si trattava di attività che, talvolta, producevano odori sgradevoli o scarti e che, pertanto, venivano tenute a distanza dalla Grande Moschea per ragioni igieniche e anche simboliche. Questa organizzazione è ancora in gran parte osservabile in tutti i sūq, come quelli di Tunisi, Gerusalemme, Isfahan, Fez, Istanbul o Aleppo, solo per citarne alcuni.

È interessante notare come nelle società islamiche già in epoca medievale esistesse una forma embrionale di ciò che oggi definiamo “outlet”, concetto spesso considerato una recente invenzione del marketing occidentale. Le merci non più vendibili a prezzo pieno o non più considerate oggetto di contrattazione, venivano infatti concentrate in aree specifiche — mercati coperti o vicoli dedicati — ben noti per la possibilità di acquistare prodotti a prezzi vantaggiosi, compresi frutta e ortaggi prossimi alla scadenza.

5.- Quasi tutti i sūq sono concepiti con dedali e viuzze che conducono al centro ad una Moschea. Qual è il significato religioso di una tale conformazione?

Non vi sono studi generali e ampi specificamente dedicati alla configurazione urbanistica del sūq, se non nell’ambito delle ricerche sullo sviluppo urbanistico di singole città islamiche. È certo, tuttavia, che il sūq costituisce il cuore stesso della città vecchia (medīna) e talvolta i due coincidono, come nel caso di Tunisi.

Il centro gravitazionale della città è rappresentato dalla Grande Moschea e, come già accennato, la disposizione delle attività commerciali segue le logiche precedentemente descritte. Non esiste però una specificità propriamente “edilizia” del sūq, poiché esso è strettamente legato allo sviluppo urbanistico della città islamica nei suoi diversi contesti regionali.

Oltre alle differenze stilistiche in ambito architettonico, si riscontrano infatti ulteriori elementi distintivi tra i mercati del Nord Africa e quelli presenti nei Paesi arabi dell’Asia occidentale, in Iran, in Turchia e in Asia centrale, qui più comunemente denominati bazār.

I sūq del Nord Africa, dislocati nel dedalo di viuzze della medīna, sono generalmente all’aperto e caratterizzati da vicoli stretti. Tale configurazione rispondeva a precise esigenze pratiche: i vicoli angusti e ombreggiati offrono riparo dal sole durante le ore più calde dell’estate e, al contempo, in caso di guerre rendevano più difficile e insidioso l’accesso e il percorso di eventuali forze nemiche all’interno della città.

Il bazār, invece, è un mercato coperto, principalmente per ragioni climatiche: chi abbia visitato la Turchia o i Paesi dell’Asia centrale avrà sperimentato quanto possano essere rigidi gli inverni e torride l’estati. Il bazār è inoltre cinto da mura e accessibile solo attraverso porte che vengono chiuse al tramonto. In questo senso, si è dianzi a una vera e propria città nella città, quasi a sottolineare quel microcosmo che vive nei sūq e nei bazār da tempo immemorabile, fino ai nostri giorni.

6.- L’arte della negoziazione e del mercanteggiare, che è propria dei commercianti arabi, trova plastica manifestazione nei mercanti che operano all’interno dei sūq. Trattative estenuanti condotte sorseggiando una bevanda o distesi su tappeti fanno parte di un modus operandi consolidato. Può ricavarsi un significato anche sociale o economico da una tale propensione alla trattativa?

Abbiamo visto che nei detti di Maometto, vera fonte di ispirazione giuridica e morale, troviamo un significativo numero di riferimenti atti a delineare l’etica di chi opera nel commercio. Inoltre, è significativo che in tali detti troviamo anche un incoraggiamento all’accoglienza, all’ospitalità e alla cortesia nelle contrattazioni. Ancora oggi non è raro che un negoziante inviti il cliente a sedersi su un comodo tappeto a bere un tè, senza alcuna pressione o obbligo morale all’acquisto. Fermarsi e conversare sorseggiando un tè diventa per il visitatore un momento di osservazione e scoperta delle merci; ma, al tempo stesso, rappresenta per il commerciante un riconoscimento e una gratificazione per il suo agire da mercante. Accettare l’invito e mostrare interesse per i prodotti esposti è già, di per sé, un segno di rispetto e apprezzamento verso chi propone una vendita. Quei frangenti in cui la nostra impazienza e il nostro desiderio di immediato acquisto vengono messi a dura prova dalle interminabili trattative, diversioni di dialogo che nulla hanno a che fare con l’oggetto d’acquisto, in realtà rappresentano un rituale in cui l’obiettivo è conoscersi, entrare in sintonia per riuscire a concludere una trattativa che sia soddisfacente per le due parti. L’eventuale acquisto è “la ciliegina sulla torta”: la visita, l’attenzione e il dialogo costituiscono il nucleo autentico dell’esperienza. Le lunghe e talvolta estenuanti trattative non sono dunque un semplice costume folkloristico, bensì parte di un rituale che affonda le proprie radici in un’etica religiosa e sociale ben definita.

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