
È possibile entrare nella storia senza passare dalla cronaca? Sì, a patto di affidare le proprie sorti ad un topolino che vale appena due soldi acquistato, ovviamente, alla fiera dell’est.
Angelo Branduardi è un cantautore del tutto atipico per gli anni Settanta. Vago nelle tematiche, onirico nei testi e nelle musiche. Distante dalle mode. Le sue prime canzoni parlano della luna che scende sulla terra e si ferisce i piedi, di confessioni di un malandrino che ripercorrono le memorie del poeta Sergej Esenin e di mondi davvero lontani dalla storia che circonda l’Italia in quel periodo. Siamo nel 1976 e non è difficile comprendere come le case discografiche del tempo fossero più che titubanti nel pubblicare un disco che ha come brano di punta una filastrocca della tradizione ebraica (Chad Gadya, dal testo pasquale dell’Haggadah) che si basa sull’iterazione di parole e note. Note che, nell’inciso, sono solamente due, a sottolineare la struttura primitiva di questa composizione.
Il destino discografico di questo brano è davvero surreale. Se l’Italia della musica non capisce e chiude le sue porte, la Francia ascolta e crede in questo progetto.
Così la Polydor d’oltre alpe finanzia il coraggioso progetto del musicista lombardo.
Nessuno, forse neanche Branduardi, poteva immaginare cosa sarebbe scaturito da questa fiducia concessa dai “cugini”.
Dopo mesi in cui il disco non riesce a farsi notare, accade l’impensabile. Un’apparizione in un programma della Rete 2 nazionale (oggi Rai 2) rende noto e popolare il volto rinascimentale di Angelo Branduardi. Da lì in poi è storia. La folta capigliatura riccioluta dell’artista col violino fa il giro d’Italia e d’Europa. Tutti e ovunque cantano “Alla fiera dell’est” e poi, a venire, canteranno di pulci d’acqua che rubano le ombre e di prime mele da cogliere prendendo in contropiede lo scorrere delle stagioni.
Un cerchio che vede Branduardi rockstar senza tempo e che idealmente si chiuderà ancora in Francia: 140 mila persone paganti assisteranno ad un suo concerto nella pista di atterraggio all’aeroporto di Le Bourget.
Torniamo però alla nostra fiera dell’est: la struttura del pezzo è conosciuta a vecchi e bambini. Si parte dall’incauto acquisto di un topolino alla fiera dell’est per dare il via ad un incastro di situazioni in cui a prevalere è sempre la violenza del più forte sul più debole.
Ogni elemento domina il precedente, ma viene a sua volta dominato. Quella che Branduardi disegna è una piccola teologia popolare. La necessità che domina il destino degli esseri viventi è scandita da una musica che, come detto, non cambia mai. La magia, però, è data dall’aggiungersi via via di un corpo di strumenti etnici e non che fanno del brano una sorta di manifesto ante litteram della “world music” .
“Alla fiera dell’est” diventerà pretesto per cover, libri illustrati e svariate pubblicazioni nei testi scolastici di ogni ordine e grado. Si impara e si memorizza al volo, la si suona abbastanza facilmente. È buffa, atroce e mistica nello stesso tempo. Non è un caso che la canzone sia amatissima nei contesti cattolici: il Signore interrompe la catena della sopraffazione. Non elimina la violenza, ma la supera.
Quella proposta da Angelo Branduardi, in fin dei conti, è una teologia della speranza nascosta dentro una filastrocca semplice.
“I bambini di oggi, a distanza di 50 anni, sanno chi è il topolino – dirà Branduardi – senza sapere chi sono io”.
Ecco come una filastrocca antica è stata trasformata da un grandissimo musicista in un racconto universale sul potere, sulla catena delle forze, sulla precarietà dell’esistenza e sulla fiducia nel buon Dio.
E forse tutto ciò è avvenuto all’insaputa dell’autore stesso. Del resto Branduardi ebbe a dire in un’intervista: “un artista, se è sincero, deve dire di sé quello che non sa”.
Così, senza sapere come, il nostro è entrato nella storia senza nemmeno passare dalla cronaca.