
C’è chi ha raccolto le ultime cose stipandole in una valigia. C’è chi aspetta che un pezzo della città venga ingoiato dalla frana. È questione di tempo e nessuno sa quanto potrà durare. La voragine avanza, ingoia lo spazio tra il disastro e il cuore, si avvicina al centro pulsante, atrio e ventricolo della comunità, la piazza, la chiesa, il municipio. Una scuola è già stata abbandonata, la biblioteca – faro solitario di cultura – è destinata a cadere. Anche una croce giace nel ventre della voragine insieme alle auto distrutte e alle mura sbrecciate. Sacro e profano si mescolano, inermi, al cospetto del disastro.
A Niscemi, quest’isola di terra franosa, la zona rossa si allarga costantemente fino a lambire il centro cittadino, fino cento metri dal cuore. E se lo raggiungerà cosa accadrà? Sarà il disastro compiuto, forse la fine inesorabile. Alcuni auspicano lo spostamento dell’intera città in un altro spazio, sicuro stavolta, in piano magari: l’utopia di una costruzione ad hoc di bella prospettiva e certamente priva di passione. Conosciamo i risvolti di questi esodi cittadini e sappiamo che mai hanno avuto grande successo.
Il tema però apre ad alcune considerazioni. Cosa definisce una comunità allora? Gli uomini o le pietre? Potrà esistere una nuova Niscemi fuori dai suoi tracciati? Certamente, ma sarà come prima? Certo che no. Già in passato qualcuno aveva tentato di dare una risposta a dubbi simili. Isidoro di Siviglia, tuttologo, acturitas medievale, uomo affetto della bulimia del sapere, scrisse questa massima: la città è composta dalla civitas degli uomini e dall’urbs dei suoi edifici. La città può nascere soltanto quando l’uomo mescola le sue regole, le sue virtù e le sue passioni con ciò che costruisce può nascere la città; una commistione obbligatoria. Perché in fondo costruire è l’atto di inventarsi il proprio mondo con i mezzi e gli strumenti che si hanno, è rappresentare con la pietra la propria cultura. A volte è anche il bieco tentativo di affermare il proprio dominio sulle cose senza aver ricevuto alcun mandato.
Poi vi è un altro elemento straordinario: il tempo. Una città è ciò che l’ha trasformata nel corso dei secoli, è la tradizione perpetrata e quella perduta, è la macro e la micro storia. Sono tutti tasselli che un centro cittadino incorpora dentro sé, diventando un luogo comune e familiare. Per questo la frana che avanza dritta al cuore ci fa paura. Fatti simili ci colpiscono, costringendoci all’immedesimazione. Per gli sfollati e per la perdita della propria casa, certo, ma anche per il durissimo colpo che il centro di Niscemi sta per subire.
“Bisogna fare presto e bene” perché la città crolla. Ma prima bisogna attendere che la frana si plachi, che la terra non scivoli via. È un’attesa interminabile, un senso di impotenza soffocante. Alcuni vanno via, altri aspettano, nella speranza della ricostruzione e nel rifiuto dell’abbandono. Mentre la voragine avanza, dritta al cuore.