
(Missioni & volontari)
“Non vi è eresia, né filosofia,
tanto aborrita dalla Chiesa,
quanto l’essere umano”.
(James Joyce, ‘Dedalus’)
Siamo tutti umani.
A prescindere dalle cravatte e dai jeans strappati, dai paramenti e dall’anarchia, e chi si batte il petto ogni domenica in chiesa non è detto abbia l’apertura mentale e la naturale inclinazione morale – e neppure la santa verità in tasca – dalla sua parte per pontificare o giudicare, se è per questo chi parla da un pulpito o con le mani giunte, con un incombente crocifisso di fronte o dietro le spalle, non è assiomatico abbia tutta la ragione del mondo, quello terreno e anche quello iperuranio.
Siamo tutti umani.
Fallibili e miserabili, fragili e incoscienti, e non basta declinare rosari e salmodiare liturgie, declamare scienze teologiche (???) o sfoggiare epistemologia e metafisica, la vocazione è un mistero e non un mestiere, un sacerdote non è ipso iure impeccabile, o dispensato da colpe oppure immune da debolezze, così come un fedele, o un credente, non necessariamente rifulgono di aloni di santità o di onniscienza.
Siamo tutti umani, nella misura in cui il nostro vissuto, coi suoi dolori e le sue radici, ci ha resi ciò che siamo, e semmai accettare le nostre debolezze, così come convivere con le nostre polverose luci e le nostre vivide ombre, può trasformare le nostre dolenti scapole in parvenza di ali umane. In questo, tutti siamo nudi e uguali.

Dio è morto, urlò Nietszche, proprio perché inseguiamo il paradiso in una perfezione apparente, allontanando il peccato invece di riconoscerlo e accettarlo. E non lo dico, io eh: lo ha detto più di duemila anni fa un uomo chiamato Gesù. Quell’uomo che condivideva il pane raffermo e l’acqua putrida con straccioni, prostitute e lebbrosi, quella persona che scaraventò furiosamente i mercanti fuori dal tempio, e che comunicava di apertura alla vita (quale vita, se non proprio quella emarginata e smarrita?) e mai di morte; quel folle che sfidava i poteri e il perbenismo, salvando adultere dalla lapidazione e accogliendo malfattori, invece di prospettare loro castighi terreni e penitenze eterne. Quel predicatore controcorrente che perdonava invece di punire, e che mai imponeva la propria presenza agli sconosciuti e ai forestieri, ovunque vagasse, distinguendosi unicamente per vicinanza umana ai reietti e per capacità di coinvolgimento nei confronti degli ultimi.
Ecco, è di questo che parliamo quando parliamo di missione? Di evangelizzazione? Di volontariato?
Nella mia finora breve esperienza quale volontario presso una missione (circa 10 anni), sono stato spesso definito ‘fariseo’ o ‘pagano’, quasi come se chi non avesse ricevuto il dono della fede dovesse sentirsi accettato più che accolto: tollerato più che abbracciato nonostante una ‘diversità’ vocativa. Come se i ministri terreni di Dio – la cui operosità quotidiana è assolutamente inconfutabile, soprattutto nelle lontane missioni o nei più vicini avamposti – si sentissero in diritto di rimarcare determinati privilegi e di deragliare, in ragione di una sacralità attribuita loro dalla ‘chiamata’, rispetto a quei valori che proprio loro dovrebbero umanamente perseguire sopra ogni cosa. Farsi, cioè, ultimi tra gli ultimi. Diventare essi stessi dono imperfetto ma misericordioso.

La mia storia inizia con la chiamata (era il 2014!) di un amico nominato ambasciatore d’Italia in Tanzania. La sua residenza, l’ambasciata, la visita del caos di Dar Es Salaam, e poi qualche escursione per conoscere alcune realtà missionarie.
Una ci colpì dritto in fondo all’anima, forse perché più profondamente di così, in mezzo alla savana del cuore della Tanzania, non poteva trovarsi. Per della gente occidentale e di cultura cristiana, quello sembrò il paradiso. La verità è che, però, tendiamo anche a innamorarci delle persone, oltre che di certe realtà, e proiettiamo su di esse le nostre speranze, le nostre coscienze e le nostre illusioni. Tendiamo a impossessarci, ad appropriarci di ciò che più ci piace.
Nonostante io sia ontologicamente agnostico, e abbia dunque fisiologicamente bisogno di risposte che non siano quelle dettate dalla fede, dall’apparenza e dalla contingenza, quel paradiso sugli altipiani del Ruaha mi avvolse.
Impossibile che non lo facesse. Che non ci colpisse quella natura immane, quella dolcezza senza tempo e senza destino, in cui l’opera del missionario spiccava per la solidità dei muri e per l’esattezza di taluni rituali che non potevano non richiamare, pur con differenti connotazioni, certi meccanismi occidentali.
E così, grazie all’ambasciatore e a un gruppo ristretto di amici, mettemmo in piedi un piccolo progetto, per aiutare il missionario che operava in quella zona dimenticata della Tanzania. Il progetto da parte sua godeva degli auspici dell’Ambasciata d’Italia, e mirava a coinvolgere quante più persone possibili, in modo da raccogliere fondi e dare una mano nella costruzione, ristrutturazione e manutenzione, di scuole, di aule, di strutture di accoglienza e di istruzione, per i bambini di quella parte della savana, sugli altipiani Masai di Iringa. A organizzare e raccogliere fondi pensavo io, ma col passare del tempo venne creandosi quel legame che solo l’umanità riesce a consolidare.
Vi fu un momento in cui ci ritrovavamo in giro per l’Italia, a parlare a studenti, a partecipare a eventi, a organizzare incontri, a conoscere e a far conoscere, a intessere rapporti e ad accogliere esperienze. Ci sono sempre dei momenti della vita in cui le energie, fisiche e mentali, si centuplicano man mano che vengono spese, anche in maniera vertiginosa. Centinaia di persone iniziarono a contattarci, e la similitudine delle gocce e dell’oceano mi parve quella più appropriata.
Ma anche errare è umano, anzi, soprattutto errare.

E il mio, il nostro, fu un errore in assoluta buonafede. L’errore di chi, trattandosi di ‘cose’ religiose, in terre lontane, per bambini ‘bisognosi’ e popolazioni indigenti, immagina che tutti coloro i quali partecipano a questa ‘esperienza’ di volontariato, possano immancabilmente dare il proprio supporto, si sostengano e si approntino, e lo facciano col nostro medesimo disinteressato slancio. E che il nostro evoluto e progredito prodigarci fosse, per quella gente, l’unico aiuto concreto, la sola possibilità di speranza e di civilizzazione.
Retaggi della nostra cultura cristiana. Quanto inconsapevoli eravamo, e distanti dalla verità? Solo oggi lo comprendiamo.
Il primo ad aprirmi gli occhi fu un imprenditore di Mazzarrone: <<Ricordati che queste cose per alcuni fanno curriculum, per altri fanno esibizione. Per quasi tutti sta diventando una moda >>.
La seconda fu la mia insegnante di lettere del Liceo: << Anche la missione è una forma di colonizzazione. Non hanno chiesto loro (gli africani) di avere il piede straniero sulle loro terre, a qualunque titolo >>
Era tutto vero.

Col passare degli anni, il mio ‘essere volontario’ in missione si ridusse sempre più inesorabilmente alla figura di un mero ospite (a dispetto dei tanti affetti nel frattempo nati e coltivati, senza tornaconto o opportunismo), latore di fondi per la costruzione di questo e di quello, prevalentemente strutture scolastiche nei villaggi, ma anche pozzi d’acqua, impianti per la luce elettrica, e persino una chiesa. E poi, cure mediche, sedie a rotelle, farmaci, ricostruzione tetti, scorte di magazzini nei periodi di carestia, insomma, tutto ciò che il missionario ci chiedeva. E centinaia e centinaia di km, migliaia se si contano pure i voli aerei in giro per l’Italia.
C’è stato un momento in cui realizzai che perseguire un budget era però divenuta la mia attività prevalente. L’unica differenza era la destinazione. Non solo dunque per l’azienda per la quale ancora lavoro, ma anche per quell’imprenditore cristiano il quale destinava poi i fondi raccolti per la costruzione di speranze per gli ultimi.
Questo modus operandi si rivelò, col tempo, destinato a suscitare interrogativi umani. Nel mio caso, su certi atteggiamenti autoritari e intransigenti del missionario, da lui giustificati come necessari per il mantenimento della disciplina e per il raggiungimento dei suoi obiettivi, qualunque essi fossero. Oltre all’enorme seguito ed al rispetto, inequivocabilmente guadagnati sul campo per la sua presenza instancabile e fattiva, ci accorgevamo sempre di più di una sorta di timore reverenziale generalizzato nei suoi confronti.
E da lì iniziai a chiedermi se tutto questo fosse normale, se far valere i paramenti sacri per affermare un proprio potere, e utilizzare erga omnes la pretestuosa autorità dei comandamenti per giustificare la propria indiscutibile supremazia, non rappresentasse invece la distorsione falso-moralistica del magistero di quell’uomo chiamato Gesù.
Mi ritornò in mente quella frase de “Il nome della rosa” di Umberto Eco, quella che dice <<Quando entra in gioco il possesso delle cose terrene, è difficile che gli uomini ragionino secondo giustizia […] >>
Il rischio mi sembrava concreto più che potenziale.
E da lì, iniziarono a riecheggiarmi le parole della mia Prof, che tanto mi ricordavano quelle di Denys nel romanzo “Out of Africa”. Gli africani non ci hanno mai chiesto una nuova confessione religiosa, e se è per questo non sono poi così tanto felici di essere considerati arretrati, ignoranti, senza-dio, bisognosi d’aiuto, incapaci di organizzarsi, piuttosto che una chiesa in più avrebbero forse preferito un ospedale, un molino, un frantoio o che ne so: ogni chiesa mi pare una conquista occidentale, una pedina in avanzamento come nel Risiko, questa è mentalità nostra, che abbiamo esportato fin laggiù.
D’altronde, riusciremmo noi gente evoluta a sopravvivere nella savana? Come loro da noi, in Italia?

Penso proprio di no. E dunque, “L’aver imparato a leggere e scrivere ha reso forse più buoni gli inglesi?…”, chiede il capo Kikuyu nel romanzo.
Forse era finita la fase dell’illusione, della proiezione positiva. Probabilmente certe riflessioni su me stesso, complice questa esperienza e certe conseguenze anche profondamente negative, oltre al crollo di ogni incantamento, mi hanno portato a far riaffiorare tutto il mio scetticismo agnostico. Ovviamente, il raffronto con una nuova realtà mi aveva cominciato a spingere nella direzione di nuove domande. Principalmente su me stesso.
Cosa avevo fatto, per oltre 9 anni, se non coinvolgere, accogliere alla cieca, esponendomi a tutte le negatività che mi avevano, a un dato momento, colpito e fatto male? Avevo radunato gente, con tutte le buone intenzioni del mondo, ma ognuno di noi è differente da un altro, ed è comunque spinto per natura da un proprio interesse. Egoistico, certamente. Dunque, anche io.
Io ho spinto me stesso al limite, solo perché riuscire a raggiungere obiettivi (soprattutto economici, ma a me arrivavano la gratitudine del missionario e il sorriso delle anime dei villaggi, oltre alla mia crescita interiore), dunque fare, ottenere, vincere, essere performante, raggiungere obiettivi, ci fa sentire bravi. I migliori. Perfetti in quanto docili ed efficienti. Assertivi. La misura dell’’homo occidentalis’ è il fare, e il fare bene, e allora quale miglior risultato?
Ma non è così.

Certe delusioni, prima fra tutte il voltafaccia del missionario – una volta scelto da me di mettermi in disparte e a riconsiderare le priorità umane – poi anche lo sfacelo, le liti, le invidie, le gelosie, le ritorsioni, i rancori, le sgomitate, le esibizioni, le ipocrisie, i buonismi (e mi fermo qui!) mi avevano assestato un durissimo colpo, col passare dei giorni.
Mi sono ritrovato da solo, circondato solamente dalle persone più care, ferite anch’esse, e avvelenate molto più di me, e con in mano unicamente le gioie vere, oramai distanti, oltre a un cumulo di macerie e di rimpianti.
Avevo agito con la massima dedizione. Avevo profuso energie con uno slancio immane. Anche sbagliando forse, ma mai in malafede.
Adesso venivo persino accusato di non portare più gli stessi soldi di prima, e – ancora peggio – di aver escluso persone dalla mia ‘cerchia’ come se – per fare volontariato – servisse necessariamente entrare in una determinata cerchia. Come se fosse fondamentale avere l’approvazione di un qualche gruppo, di una certa comitiva, altrimenti il bene non è tale. Come se non lo si potesse esibire, o averne riconoscimento. E anche questa è una cosa tipicamente occidentale.
La dimostrazione è che la mia nuova avventura, adesso, da quasi 3 anni, avviene pressoché in solitudine, distante da ogni comunicazione o apparizione.
Gli ultimi anni di missione, mi sono dunque avvicinato a quest’altra esperienza.
Quella di un centro per bambini disabili, gran parte di loro orfani o senza famiglia, situato in un quartiere degradato della città di Morogoro, a circa 4 ore di jeep dalla megalopoli di Dar Es Salaam, e a oltre 6 ore dalla missione di Kitanewa-Mapogoro.
In queste occasioni, sono partito coi miei amici più veri. E in quel centro, ho iniziato a comprendere. A comprendere che le cose più grandi del nostro cuore le facciamo in silenzio, semplicemente sedendoci accanto a chi non ha avuto la nostra stessa fortuna, se così vogliamo giudicarla, e condividendo il nulla, diventando noi stessi nulla.

Non è vero che la cosa più importante, in Africa o laddove c’è da essere presenti, è il fare: la cosa più importante è l’essere, o meglio ancora, il non-essere. Non è vero che sono loro ad avere bisogno, di aiuto di sostegno di una mano: siamo noi che abbiamo bisogno di aiuto, di recuperare l’umanità e il significato di esistenza. Non è vero che dobbiamo lasciare costruzioni belle, mattoni e cemento, finestre e campanili, a loro servono relativamente: non dobbiamo lasciare nulla, se non il nostro tempo, la nostra attenzione, la nostra presenza. Accompagnare la loro vita. Non è vero che bisogna imporre disciplina, che è necessario insegnare agli africani l’organizzazione, che occorre metterli sulla retta via: chi lo ha detto che la nostra via è retta? Che la nostra evoluta organizzazione funzioni? Che quelli che noi riteniamo essere i loro bisogni siano davvero ciò che necessita? E chi lo ha stabilito che la nostra disciplina ha prodotto buoni frutti?
Non siamo immortali. Non siamo perfetti. Non siamo e non saremo memorabili. Possiamo forse lasciare labili impronte quale esempio per chi cresce dietro di noi.
Basta guardare che cumulo di macerie sia l’occidente progredito. E abbiamo pure pensato di esportarne i valori laddove l’umanità è ancora primordiale, nonostante storicamente, a quelle latitudini, abbiamo schiavizzato, rubato, distrutto, avvelenato. Riteniamo di essere superiori, indispensabili, maître-à-penser di un mondo che però stiamo dissolvendo, sgretolando, dando alle fiamme.
E dove è scritto che la chiesa, nelle sue crociate e nella sua opera di evangelizzazione, abbia solo portato disinteressatamente valori umani, abbia sempre rispettato le culture ancestrali o le diversità antropologiche, abbia ovunque prodotto ricchezza morale e sociale, arte e grandezza?
Come si spiega – tornando a Nietzsche e anche a Joyce – questa inesorabile evaporazione dei valori religiosi, questo distacco da quel riferimento che la Chiesa ha costituito per secoli?
Ho visto un frate con indosso solamente un saio sdrucito e stinto, a piedi nudi prendere in braccio un piccolo angelo spezzato dalla poliomielite. Ma ho visto anche un sacerdote punire (e far deridere) un bambino ‘colpevole’ (anche a causa della troppa stanchezza?) di aver dimenticato tra le zolle una zappa appena comprata per lavorare la terra.
Ho visto un prete tanzano accoglierci ed ospitarci liberamente, e ringraziarci per la nostra vicinanza ai suoi bambini. Ho ascoltato più volte il biasimo del nostro missionario nei nostri confronti, per comportarci come fossimo a casa nostra, senza fargli pervenire più le medesime somme per sostenere la missione. E una volta allontanatomi dalla missione, non cercarmi più, e anzi cercare di screditare me e i miei amici.

Siamo tutti umani. E un talare può non essere sufficiente a soffocare certe pulsioni umane, certi atteggiamenti connaturati, certe esternazioni pedestri, proprio come non necessariamente la vita di un genio corrisponda alla immensità delle sue opere d’arte. E la parola del vangelo in nessun caso conferisce l’insindacabilità, e neppure l’infallibilità. Ci pone tutti sullo stesso piano, coi tanti difetti e l’unicità dei pregi. A maggior ragione, di più.
Non è una questione di ‘religione’, naturalmente: è una questione di umanità, di attenzione agli altri a dispetto del sé. Oltre le omelie e le celebrazioni.
E comunque, ai miei piccoli angeli storti e spezzati poco importa. Loro volano alti sulle miserie terrene.
Mi accolgono ugualmente.
E quando mi chiamano, hanno sempre un sorriso tutto loro.

(in attesa di pubblicare i miei Nuovi Quaderni Tanzani)
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