
(La meccanica di Borges)
“Lo que llamamos ‘azar’ es nuestra ignorancia de la compleja maquinaria de la causalidad”
Ciò che chiamiamo ‘caso’ è la nostra ignoranza a comprendere la complessa meccanica della casualità.
Esiste, nell’architettura geniale di Borges, una differenza fra tre aspetti del ‘caso’.
Sono aspetti molto sfumati, che la sua personalità artistica arrivò a mescolare fino al paradosso dell’indistinzione tra realtà e finzione.
Gli specchi, i labirinti, l’infinito. La filosofia, la magia, il paradosso. E, appunto, il caso.
Il caso è quella coincidenza che volle, nei giorni di una Academy di specializzazione a Bologna, che io trovassi su una bancarella il libro “Finzioni” di Jorge Luis Borges. Una summa della sua letteratura, proprio nel momento in cui mi era capitato di leggere un suo saggio, nel quale riconduceva le ‘Storie’ (tutte le storie, narrate nei romanzi, nei racconti, negli ‘epos’, di tutta quanta la letteratura) in quattro strutture principali. Soltanto quattro.
Quel libro, “Finzioni”, mi ha colpito per i suoi intarsi, per la meticolosità delle sue informazioni, talmente dettagliate da sembrare inequivocabilmente vere. E da lasciare col dubbio sulla veridicità di tali esistenze e rappresentazioni. O perlomeno, da estenuare dissolvenze tra ciò che appare realistico e ciò che, invece, respira di fantasia.
L’opera “Finzioni” è tratteggiata da eventi e alambicchi e ricostruzioni che indefiniscono ‘la casualidad ’ in Borges.

Il caso come ‘contingencia’. Il caso cioè come coincidenza, come destino, cui la razionalità umana deve soccombere in quanto umana, limitata e presuntuosa.
Un racconto emblematico potrebbe essere “La morte e la bussola”, laddove il protagonista, il detective Lönnrot, pretende di seguire uno schema cabalistico, simmetrico e estremamente logico, per risolvere la serie di omicidi che si susseguono con una rituale sequenza.
Di fatto, il racconto si prospetta come un giallo metafisico, nel quale proprio l’assassino induce il detective a usare ossessivamente la ragione, nel tentativo di dare ordine al caos, di orientarsi (da qui la metaforica bussola) con linee rette nel labirinto che, invece, l’assassino gli ha geometricamente creato, proprio per indurlo a seguire le sue costruzioni razionali.
Risiede proprio in questa contrapposizione di specchi il giallo di Borges: nel paradosso della conoscenza. Perché l’intelletto, portato all’eccesso, tende non a svelare la realtà, piuttosto a costruirla. E Lönnrot, da cacciatore quale presume di essere, diviene invece preda e complice del proprio destino: la quarta vittima di quello schema romboidale pervicacemente disegnato sulla mappa della città.

Il caso come ‘suerte’. Borges definisce la ‘suerte’ elemento soggettivo, interpretazione personale, o piuttosto “insidiosa esperanza intermitente”. Ogni uomo crea il proprio destino con un’unica azione decisiva, la quale lo definisce per sempre.
Se questo è liricamente espresso nella poesia “Rimorso” (<<…I miei mi generarono per il gioco / rischioso e stupendo della vita / […] / Li frodai. Non fui felice. / […] / La mia mente / si applicò alle simmetriche ostinatezze / dell’arte che intreccia inezie…>>,
è però nel racconto breve “La forma della spada” che Borges sublima temi come l’identità, il doppio, e la natura della colpa intesa come marchio indelebile del destino.
È la storia, narrata in terza persona, di uno straniero che vive in Uruguay, l’Inglese de la Colorada, il cui viso è stato deturpato da una cicatrice a forma di spada, infertagli da un traditore durante la guerra d’indipendenza irlandese.
Il racconto si svolge in forma di dialogo, tra il narratore e il suo interlocutore, focalizzandosi sul momento in cui un uomo comprende chi è davvero, diventando la forma del proprio destino: destino dunque come atto di auto-determinazione, e impossibilità di separare l’identità dalle proprie azioni.
Solo alla fine, il narratore si svela per quello che è, ossia il traditore, il vigliacco della storia, il codardo in prima persona, trasformando quella ferita nel marchio della sua vergogna.
Ogni uomo crea il proprio destino.

Il caso come ‘azar’. La casualità pura, l’imprevisto che non dipende da nessuno. L’azzardo, il disegno superiore, spesso ironico e incomprensibile.
Borges lo delinea sontuosamente nella ‘finzione’ intitolata “La lotteria a Babilonia”, nella quale descrive una società sempre più regolamentata dal caso.
(<<…Babilonia, essa stessa, non è altro che un infinito gioco d’azzardo…>>
La lotteria, nata come passatempo, viene resa interessante dai babilonesi aggiungendo dapprima premi in denaro, poi punizioni casuali. Infine, il gioco diventa totalitario, organizzato e gestito da una misteriosa ‘Compagnia’ che decide sempre più autoritariamente la sorte di ogni cittadino.
Dunque, il caso come diritto, in quanto la vita non è più basata sulla logica o sulla giustizia, ma sull’arbitrio del sorteggio. (Questo ha fatto entrare Borges nel novero degli studiosi degli enigmi penali, come filosofo più che come scienziato).
Il significato filosofico del racconto è la sua riflessione sul destino, sul caos, questa ricerca di senso in un mondo assurdo e la razionalizzazione dell’imprevisto, il dominio sulla meccanica inesplicabile degli eventi.

Avevo del tutto abbandonato l’idea di scrivere qualcosa sulla ‘SORTE’, questo mese, se non fosse stato per questo libro, “Finzioni”, che risiede dal 2015 sul mio comodino insieme ad altri.
All’alba di un ennesimo giorno lavorativo, la matita che vi avevo lasciata all’interno, tra le pagine 60 e 61, ha deciso di rotolare via.
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