15 novembre 1986 – Nantes. Intervallo di Francia-Nuova Zelanda. Il capitano degli All Blacks, Wayne Shelford, si accorge di avere una grave lacerazione al testicolo. Non vuole lasciare i suoi compagni ad affrontare senza il capitano una battaglia sportiva che lascerà il segno (da tutti i punti di vista). Così chiede di farsi ricucire lì sotto. 16 punti di sutura e rientro in campo, dimostrando di avere le palle. Il senso di questa frase non può che diventare duplice: averle fortunatamente ancora intatte e averle nel senso del più alto spirito di sacrificio che uno sportivo possa dimostrare. Del resto la maglia All Black ha una forza particolare. Forse l’assorbe anche tramite la haka, danza tradizionale del popolo maori che fa parte integrante anche del mondo ovale. Dopo una partita trionfale Anton Oliver esclamò: “Ora porto questa maglia in ospedale, il suo spirito aiuterà qualche malato a combattere” (dal libro “All Blacks – La leggenda”, Autori Vari). 

2006 – John Kirwan, uno dei giocatori più forti di tutti i tempi, uno che si allenava nei boschi schivando gli alberi per aumentare propulsione e cambi di passo, uno che ogni tanto, durante questi allenamenti, qualche albero lo prendeva in pieno (il peggiore placcaggio che si possa subire), rende pubblico il suo problema con la depressione. Scriverà Gli All Blacks non piangono, un libro importante, testimonianza di un coraggio che non riguarda l’”invincibilità” ma la capacità di guardare in faccia le proprie fragilità, anche se sei un All Black. Con la sua associazione Kirwan ha aiutato oltre 50.000 persone a combattere la depressione.

2007 – Esce la prima autobiografia di Nigel Owens, Half Time (successivamente tradotta e ripubblicata in italiano da Operaincerta Editore, a questo link è possibile acquistarla). L’ex arbitro gallese è uno dei più importanti personaggi del rugby, dotato di personalità ed ironia ineguagliabili. Teme chissà quali conseguenze dopo aver reso nota la sua omosessualità (il suo passato è segnato dal dolore e da un tentato suicidio). Invece trova solo comprensione e solidarietà. Così accadrà più tardi al giocatore gallese Gareth Thomas; anche i suoi timori si scioglieranno nell’abbraccio collettivo dei 30.000 tifosi di Tolosa, uniti in un’ovazione di incoraggiamento.

30 novembre 2008 – Galles-Australia. Jamie Roberts impatta furiosamente con un avversario. Ancora non lo sa ma si è appena procurato una frattura del cranio; l’adrenalina è tale da anestetizzare il dolore. Così prosegue nella sua corsa creando i presupposti per la meta gallese, prima di crollare a terra.

25 aprile 2012 – Quartiere Librino/Catania – Il campo sportivo San Teodoro di Librino è un impianto costruito per le Universiadi, costato 10 milioni di euro, mai utilizzato e lasciato in stato di degrado e abbandono. In un quartiere in cui gli spazi fruibili per i ragazzi sono pochi e fatiscenti, i Briganti/Brigantesse Rugby Librino (costretti ad allenarsi in un parcheggio) decidono di entrare e far vivere la struttura. Col sudore della fronte, rimboccandosi le maniche, incontrando l’ostilità di alcuni (incendi, furti, vandalismi) e la solidarietà di tanti (dal quartiere, dalla federazione, dalla cittadinanza tutta) iniziano un percorso che li porterà ad inaugurare il 18 febbraio 2022 un campo nuovo di zecca. Oggi la struttura è per tutti il Campo San Teodoro Liberato. 

 foto di Marcello Gurrieri 25/04/2012

Ottobre 2015 – A Budapest si svolge una partita di rugby a 7 tra una rappresentativa israeliana ed una palestinese. “Rugby for change”, si chiama così l’iniziativa che testimonia come un avvicinamento, gettando i semi giusti, sarebbe stato di certo possibile. Oggi, dopo tutto ciò che è accaduto e continua ad accadere a Gaza, è molto complicato crederci ancora, purtroppo. Di questa splendida giornata di fratellanza non so molto, soltanto le immagini fruibili sul web. Ma una cosa è certa: il rugby si conferma  straordinario nell’avvicinare i popoli attraverso il suo linguaggio schietto, franco, senza fronzoli, autentico. Tanto che alcuni, tra il serio e il faceto, lo propongono quale strumento per affrontare i conflitti internazionali.

Abbraccio di fine partita tra israeliani e palestinesi – Immagine estrapolata dal video all’interno della pagina Youtube di Balasz Lerner

31 maggio 2025 – Viadana-Rovigo, finale scudetto a Parma. La partita è finita, i tifosi del Rovigo hanno invaso entusiasti il campo, io partecipo alla festa del rugby attraversando il manto erboso. Vedo un giocatore del Rovigo seduto per terra circondato dai suoi affetti. È Andrea Della Sala. Ha siglato la prima meta della rimonta rodigina, pagando le conseguenze di quell’azione impetuosa, costretto ad uscire dal campo pochi minuti dopo. La sua gamba sinistra è più gonfia di una zampogna ed ha gli occhi lucidi. La sua espressione, che non dimenticherò mai, è un mix di gioia piena e dolore fisico.

Per sfuggire alle trappole di una visione machista della vita che non mi appartiene, ho aggiunto nel titolo una “s”. Perché in fondo con l’espressione “avere le palle” nel rugby possiamo intendere il coraggio, la lealtà, il rispetto, la resistenza al dolore, il sacrificio, la disponibilità a dare tutto. E così la parola diventa “spalle”; che forse può essere la più attinente da accostare a questo sport meraviglioso (a parte il placcaggio, che non deve mai essere compiuto di spalle ma cingendo l’avversario con le braccia ndr). Spalleggiarsi vicendevolmente con i compagni, sostenersi uniti come nei pacchetti di mischia ritratti nella foto in alto; farsi le spalle forti per resistere agli urti della partita e della vita, ergersi o rialzarsi per affrontare tutti con la schiena dritta e senza paura o sudditanza. Ecco, forse con la semplice aggiunta di una “s” possiamo uscire dalla trappola machista e tenere nella giusta considerazione anche le donne del rugby, che certamente dimostrano, giorno dopo giorno, di comprendere a fondo le profonde ragioni di un mondo che coi suoi valori va oltre la disciplina sportiva, diventando metafora della vita e a volte la vita stessa.

Desidero concludere questo articolo con la dedica che Marco Pastonesi, giornalista e scrittore che considero un poeta della palla ovale, scrisse sul suo libro da me appena acquistato L’uragano nero – Jonah Lomu, vita morte e mete di un All Black: “il rugby è un bel modo per imparare a stare al mondo, vero?”

*Chi volesse iniziare a praticare questo sport non si faccia spaventare da alcune esperienze raccontate in questo articolo. Il rugby è uno sport di contatto e in quanto tale può portare a degli infortuni. Ma oggi c’è molta attenzione per la salute dei giocatori e delle giocatrici. È diventata una priorità di World Rugby, sia nel regolamento, ormai severissimo con i placcaggi pericolosi, che nei supporti tecnologici come i cosiddetti “paradenti intelligenti”, muniti di un meccanismo che avvisa immediatamente lo staff medico in caso di scontri pericolosi consentendo interventi tempestivi. Gli educatori consigliano questa disciplina a tutti i ragazzi, specie ai più vivaci, perché incanala l’aggressività su binari ben precisi, caratterizzati dal rispetto per le regole, per l’arbitro e per gli avversari, enfatizzando il valore del sacrificio e l’importanza dell’essere squadra; l’imperante “io” viene sostituito dal “noi”. E in tempi di protagonismo social non è una cosa da poco 

1 commento

  1. Articolo geniale…e grazie per aver citato anche le donne! W il rugby

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