
“[…] Perché, vedete, le guerre non le fanno solo i fabbricanti d’armi e i commessi viaggiatori che le vendono. Ma anche le persone come voi, le famiglie come la vostra che vogliono, vogliono, non si accontentano mai. Le ville, le macchine, le moto, le feste, il cavallo, gli anellini, i braccialetti, le pellicce e tutti i cazzi che ve se fregano!!! Costano molto. E per procurarseli qualcuno bisogna depredare. Ecco perché si fanno le guerre…”
L’indimenticabile monologo finale di Alberto Sordi, nel suo film Finché c’è guerra c’è speranza (nel quale interpreta un venditore di armi), già nel 1972 affrontava profeticamente le strette connessioni, in un mondo sempre più globalizzato, tra i nostri consumi e le guerre nel mondo. È tristemente noto l’elenco dei conflitti combattuti per il petrolio e per le risorse minerarie. Già si parla, nel prossimo futuro, di guerre legate all’acqua. Negli anni abbiamo ascoltato basiti le menzogne recitate senza vergogna per motivare tali politiche. Probabilmente la balla più famosa fu quella di George W. Bush sulle inesistenti armi chimiche irachene. Oggi si è fatto un salto di “qualità”. I (pre)potenti non si sforzano nemmeno di mentire: mi prendo quel Paese perché mi serve. Abbiamo smarrito il valore della politica intesa come costruzione delle basi per il futuro e lo abbiamo sostituito con la legge del più forte. E, se a contare è solo la dimensione della mazza, sono guai. Ma non certo per il mercato degli armamenti, florido e mai così in salute come in questi ultimi anni. Queste sono aziende spesso legate ad altre di tutt’altro genere. È un insieme di strutture organizzate come scatole cinesi e matrioske che rendono volutamente tutto più ingarbugliato e opaco.

Quale può essere il nostro contributo in un panorama così avvilente? Oltre che alle urne possiamo votare con le nostre scelte di consumo. E non solo nel mercato azionario (che è quello più direttamente agganciato all’economia delle armi). Possiamo fare i nostri acquisti in piccole realtà produttive, in quelle cooperativistiche, nei mercatini bio-locali, nel commercio equosolidale; sarà sicuramente più sano per la nostra salute e per il benessere (ecologico e umano) del pianeta. Quando compriamo invece dei prodotti industriali esiste la possibilità che essi siano legati a grandi multinazionali connesse direttamente o indirettamente al mondo delle armi. La campagna “banche armate” (portata avanti da Nigrizia) ci informa sulle banche che investono in armamenti; la campagna “Fuori la guerra dalla tua spesa” di Peacelink promosse il boicottaggio di prodotti legati a queste forme di investimento (come già fece in passato il Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Francuccio Gesualdi, allievo di don Milani. I suoi studi sono contenuti nella pubblicazione “Guida al consumo critico” – Edizioni EMI). Il tema è molto attuale e radicato. Dal 13 al 15 marzo 2026 si svolgerà presso FIERA MILANO RHO “Fa’ la cosa giusta! 22ª fiera nazionale del consumo critico e degli stili di vita sostenibili”.
Padre Alex Zanotelli, con la rete di Lilliput (rete di associazioni e liberi cittadini), portò avanti per anni un concetto molto bello, legato ai “lillipuziani”, quegli esserini minuscoli della fiaba di Swift “I viaggi di Gulliver” che, tutti insieme, riuscivano a trasportare il gigante. Quella iniziativa si proponeva di unire le forze non rinunziando mai a dare il proprio contributo; che, seppur apparentemente impalpabile davanti ad eventi globali che ci sommergono con la loro portata, resta comunque importante. Per noi stessi e per gli altri. È un po’ il concetto della goccia senza cui l’oceano sarebbe più povero (Madre Teresa di Calcutta). Oltretutto anche le multinazionali, una volta avvertita un’esigenza di mercato o una determinata sensibilità su alcuni temi, fanno un passo (ipocrita) verso quella direzione. Tanto per fare un esempio il “mantra” spropositato del “prodotto senza olio di palma” ha invaso i supermercati perché si era avvertita questa sensibilità nei consumatori. Ci sono anche grandi marchi che hanno realizzato progetti di solidarietà per “ripulire” un po’ il loro nome, travolto da campagne di denuncia e boicottaggi. Ma torniamo alle armi. La situazione geopolitica mondiale è sicuramente complessa. L’esigenza di una difesa comune europea è ritenuta da molti indispensabile. Fatto sta che, al momento, sono i singoli Stati ad armarsi. Ammonta a quasi 1000 miliardi di euro il riarmo della Germania (con l’AFD di estrema destra in grandissima ascesa. E se dovessero prendere il potere?). Ecco, credetemi, non sono così arrogante da sentirmi con la verità in tasca. Non mancano i momenti di incertezza e confusione perché la situazione internazionale è complicatissima. Però una cosa la so: questa politica del più forte sta riducendo all’osso gli sforzi diplomatici, il dialogo, la progettualità a medio lungo termine. Non abbiamo più un orizzonte come genere umano. E molti si arricchiscono a dismisura sul sangue della povera gente; facendo diventare un “diritto” individuale la facilità ad armarsi (nonostante le stragi di innocenti che si verificano periodicamente nelle scuole statunitensi). Lo trovo assurdo. Allora mi son chiesto: vuoi farti travolgere anche tu da questo vento? Ho risposto di no. Preferisco andare nella direzione opposta e provare a far germogliare lì, in qualche piccolo campo, dei semi di speranza. Qualche settimana fa ho assistito ad un concerto benefico a sostegno dell’associazione Balouo Salo, che agisce nelle aree più povere del Senegal. Il suo presidente, nel ringraziare gli intervenuti, ha detto una frase che mi ha molto colpito: “Forse con le nostre azioni non possiamo cambiare subito il mondo. Ma certamente possiamo cambiare subito la vita di qualcuno”. È verissimo. Possiamo costruire tanti mattoncini di solidarietà, questo non sarà mai vano. E possiamo promuovere, nel nostro piccolo, la pace intorno a noi. Papa Francesco suggeriva, per l’armonia delle nostre case, 3 espressioni chiave di rispetto: grazie; scusa; per favore.
“Un altro mondo è possibile”; agli inizi del nuovo millennio questo slogan accompagnò tante manifestazioni oceaniche di persone affamate di giustizia e di pace. Proviamoci ancora, come possiamo.