
Ci sono momenti in cui la vita scorre apparentemente regolare: battiti senza intoppi, giorni che si somigliano. Sono i momenti belli, quelli da godersi senza troppe domande. Il cuore pulsa come a prendere atto della bellezza e della sua effimera durata, mentre il destino continua a condurci, indifferente ai nostri desideri. E in questi momenti, anche se sappiamo che presto arriveranno pause o difficoltà, non dovremmo mai dimenticare di essere grati a ciò che ci accade, anche se fugace.
Poi arrivano le pause, i vuoti, le sospensioni, quei momenti in cui ci chiediamo se tutto stia davvero andando per il verso giusto. La mente grida alla sospensione, al fallimento, ma forse il ritmo non è mai stato pensato per essere continuo: le pause sono inevitabili, e il cuore le sente, ci costringe a confrontarci con l’imperfetto.
E poi c’è il battito che non segue più la logica che avremmo voluto, quando la vita sbanda e il cuore sembra sfidare la nostra ragione. L’aritmia arriva senza preavviso, ci ricorda che il destino non è un copione che possiamo piegare, ma un flusso in cui a volte dobbiamo improvvisare, anche maldestramente. Le scelte che facciamo, spesso inconsapevoli, non cambiano il destino, ma ne modulano il ritmo, piccoli aggiustamenti lungo il corso di ciò che ci conduce.
Ci arrabattiamo così, dall’inizio alla fine, tra giorni in cui tutto sembra tenerci e giorni in cui tutto sembra sfuggirci di mano. Cerchiamo un nostro modo di stare al mondo, un piccolo equilibrio, una forma di spiritualità domestica, che serve più per farci stare bene con noi stessi che per cambiare ciò che ci governa davvero. Seguire il destino, in realtà, è come posizionarsi ritirati: consapevoli, pronti ad accogliere ciò che viene senza pretendere di controllarlo. Il cuore, con il suo battito imperfetto, è testimone di questa fatica: ci ricorda il disincanto, la nostra impotenza e il fatto che, sebbene i sentimenti siano la via che seguiamo, è il destino che ci conduce.
Forse sentire il destino significa riconoscere il flusso che ci attraversa, accettare di non essere padroni del tempo, ma al massimo di ballarci dentro come si può. Il cuore non dice dove andare, non detta il ritmo giusto, segnala solo che siamo ancora in gioco, che il battito continua, anche quando tutto sembra fuori posto.
Non c’è promessa né punizione, ma forse un teatro in cui recitiamo, a volte con grazia, altre con goffaggine. Il cuore ci accompagna, compagno e giudice silenzioso del nostro disincanto. E l’unica certezza che abbiamo è l’inspiegabile. Il resto è improvvisazione, un modo più o meno superficiale di trovare un nostro spazio, un modo di stare al mondo che ci fa sentire vivi, almeno per un attimo, mentre il destino continua a condurci.
Poi è arrivata lei. Non come svolta narrativa. Ma come la forma di interruzione più bella che possa capitare. Ho smesso di essere l’unico centro delle mie preoccupazioni senza diventare improvvisamente migliore, ma cercando di esserlo. In quel momento non ho provato semplice felicità. Ho provato realtà. Un peso piccolo, caldo, che non chiedeva spiegazioni, ma attenzione. Non importava cosa avessi capito fino a lì. Importava solo che adesso c’era lei. E io ero lì, e questo ha cambiato tutto.
Vero, ci sono stati momenti prima e dopo in cui non vedevo vie d’uscita. Non per cose eclatanti, ma per accumulo, per stanchezza, per delusione. Per frasi dette da altri che si infilavano dove non dovevano. Per fiducia data male. Il cuore stringeva. Non si spezzava, stringeva. Eppure sono andato avanti. Non per coraggio, non per inerzia, ma perché sapevo che qualcuno avrebbe contato su di me, e a un certo punto ho capito che questa era una forma di forza. Non ero invincibile. Ero resistente. Non è la stessa cosa, ma basta.
La consapevolezza è arrivata tardi, come in un giorno qualunque, e lì ho capito che potevo regolarmi. Che non dovevo vincere niente. Che potevo vivere il momento senza doverlo spiegare. Che potevo essere me stesso, che qualcuno poteva fidarsi di me e non sarebbe stato un errore.
Il tragico non se ne va. Sta lì. Fa parte di me. Non lo combatto più. So che mi rende più largo, più capace di reggere. La bellezza invece arriva come a intermittenza. Non dura ogni giorno, l’ho capito, ma quando c’è, la riconosco, sapendo che è reale proprio perché passa e nonostante tutto la conservo dentro.
Non so se questo sia destino, ma so che è successo, e so che può sembrare non lineare e a volte senza senso, ma so anche che nonostante tutto resto, grato per la bellezza che mi è piovuta in quel giorno di gennaio, sopra questa versione imperfetta di me che però non scappa più.