
Tre anni fa ho avuto l’opportunità di visitare la Cattedrale di Saint-Denis a Parigi. Essendo messicana, mi è sembrato ironico camminare tra le tombe di tutti i re di Francia. Ma il mio obiettivo in quel luogo era visitare la Cripta Reale dove si trova il cuore di Luigi Carlo, figlio del re Luigi XVI e di Maria Antonietta.
Mi sono sempre chiesta se il cuore possa davvero “spezzarsi”. Forse, in senso metaforico, immaginiamo un cuore fatto in mille pezzi, come vetro. Ma biologicamente una macchina che pompa sangue è difficile da rompere. Può forse fare male, e quello sarebbe già una cardiopatia, ma può anche “accartocciarsi” e “seccarsi”.
Il cuore non si spezza sempre per amore. A volte si spezza per essere nati nel luogo sbagliato della storia. Si parla molto di cuori spezzati, come quello di Madama Butterfly o di Anna Karenina; e, per non restare nella finzione, c’è anche quello di Maria Callas o di Diana del Galles, la vera Regina dei cuori.
Durante la Rivoluzione francese la monarchia era stata abolita per dare ufficialmente spazio a una repubblica nel 1792. Fu prima sottoposto a un processo in cui venne costretto a dichiarare abusi sessuali da parte di sua madre. Si dice che il piccolo Luigi Carlo abbia sofferto in prigione, dove aveva poco o nessun contatto con le persone. Lo ubriacavano, lo obbligavano a bestemmiare, a dire oscenità e a cantare La Marsigliese. Fu anche sottoposto a ogni tipo di crudeltà da parte dei suoi custodi. Morti i suoi genitori sulla ghigliottina, gli dicevano che quella guerra era ormai finita ma che i suoi genitori, i re, erano tornati al loro castello senza di lui, che non lo volevano più, che lo avevano abbandonato. Ricordiamo che, durante quel martirio, Luigi Carlo aveva appena 8 anni. Qualche lettore ricorda la propria infanzia a 8 anni?
Il Delfino parlava e camminava poco, aveva il ventre gonfio per la malnutrizione e il corpo coperto di piaghe. Aveva smesso di essere il bambino bellissimo che un tempo era destinato a diventare l’erede della nazione. Morì l’8 giugno 1795, aveva appena 10 anni.
Il suo corpo fu sepolto in una fossa comune nel cimitero di Sainte-Marguerite. Durante l’autopsia, il medico trattenne il suo cuore per farlo arrivare ai membri della dinastia borbonica che ancora sopravvivevano. Il cuore fu conservato in alcol per anni. Dopo molte vicissitudini e alcuni furti, fu deposto in un’urna di vetro e collocato nella basilica di Saint-Denis.
Il cuore si andò “seccando” con il passare del tempo. Nel 2000, gli scienziati ottennero materiale genetico da un piccolo frammento per confrontarlo con il DNA di capelli conservati di Maria Antonietta.
Il cuore di quel bambino, Luigi Carlo, Luigi XVII di Francia, si spezzò nell’infanzia, che è la forma più ingiusta di rottura. Figlio di re in un mondo che aveva deciso di odiare i re, il suo cuore non conobbe il tempo della scelta. Non amò male, non tradì, non attese invano. Fu colpevole di un simbolo. La Rivoluzione non aveva bisogno del suo sangue, ma della sua degradazione. Trasformare l’erede in un bambino senza linguaggio, senza cura, senza identità. A volte la punizione non è la morte, ma l’oblio.
Senza violenza immediata; lo fece piuttosto con la fame, l’incuria, la malattia, l’isolamento. A differenza di altri cuori, il suo non lasciò lettere, né opere, né decisioni memorabili. Lasciò un’assenza. Non è tragedia romantica, è tragedia morale.
E lì ero io, davanti alla sua piccola urna di vetro, quasi dimenticata, solitaria. Io, una messicana, figlia di una Repubblica del Nuovo Mondo, che camminava tra le tombe dei re. Ma davanti al cuore ormai secco, mi inginocchiai, abbassai la testa e pregai per la sua anima spezzata.