
Il cuore della terra. Si è soli sul cuore della terra e chiedo aiuto a Salvatore Quasimodo e alla sua poesia “Solitudini”.
Solitudini. Una sera: nebbia, vento, / mi pensai solo: io e il buio // Né donne; e quella / che sola poteva donarmi / senza prendere che altro silenzio, / era già senza viso / come ogni cosa che è morta / e non si può ricomporre. // Lontana la casa, ogni casa / che ha lumi di veglia / e spole che picchiano all’alba // quadrelli di rozzi tinelli. // Da allora / ascolto canzoni di ultima volta. / Qualcuno è tornato, è partito distratto / lasciandomi occhi di bimbi stranieri, / alberi morti su prode di strade / che non m’è dato d’amare. // Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera. (1930) Salvatore Quasimodo
È la poesia più famosa di Salvatore Quasimodo che qua riporto per intero così come lui la scrisse in un primo momento. Poi ritenne la prima parte superflua e lasciò solo gli ultimi tre versi e la intitolò: “Ed è subito sera”. Tuttavia la prima parte mi aiuta a mettere a fuoco questa mia riflessione sul cuore della terra.
Io e il buio. Buio, assolutamente definito nell’assenza totale di segni cenni indicazioni che possano confermarmi che le scelte che farò, che le direzioni verso cui andrò siano quelle giuste.
Né donne. L’unica donna, la madre, che sola può dare gratuitamente senza volere niente in cambio, è morta. È cessata e non si ricompone più l’epoca dell’infanzia in cui tutto mi è dovuto e tutto mi è dato senza nulla dare in cambio. La madre fa tutto e può dare anche la vita, per il cucciolo. Finché è cucciolo. Ora devo scegliere, anche le altre donne, e per ogni scelta devo pagare un prezzo.
La casa le tradizioni le regole le norme le abitudini i gesti i segni la lingua dentro cui mi ero ritrovato riconosciuto rassicurato sono lontani inadeguati stonati sfasati rispetto al nuovo. Mi hanno aiutato nella costruzione dell’identità. Poco possono dirmi e darmi per il domani. In “Uomo del mio tempo” è più esplicito più drastico: “Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue / salite dalla terra, dimenticate i padri: / le loro tombe affondano nella cenere, / gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.”
Gli altri cuccioli con cui mi sono preparato alla vita, con cui giocando mi sono addestrato alla lotta mi dicono addio. Qualcuno torna e riparte, distratto. Non può occuparsi di me, ha da fare le sue scelte, ha da imboccare le sue strade. Per me straniere: sono sue, non mie. Come un bimbo le guardo, non posso copiarle imitarle scimmiottarle adottarle utilizzarle abbracciarle amarle.
Ognuno è solo nella scelta. Gli esiti gli effetti le conseguenze valgono per lui, soltanto per lui. Se altri vengono coinvolti è perché questi hanno scelto di farsi coinvolgere.
Solo sul cuore della terra: sulla parte più nobile più generosa più magnanima più grande più splendida più volgare più gretta più spregevole più meschina più ignobile della terra. Un raggio di sole, la vita ci scalda e ci trafigge: e dura poco. Come dire: non pensare di fare di più di quello che puoi fare.
E si sceglie. Comunque.
Il problema non è la solitudine, quella c’è e rimane. Il problema è avere consapevolezza e coscienza di sé, della propria identità e di ciò che si vuole fare. Sul cuore della terra.
Uomo del mio tempo. Sei ancora quello della pietra e della fionda, / uomo del mio tempo. Eri nella carlinga, / con le ali maligne, le meridiane di morte, / – t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche, / alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu, / con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio, / senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora, / come sempre, come uccisero i padri, come uccisero / gli animali che ti videro la prima volta. / E questo sangue odora come nel giorno / quando il fratello disse all’altro fratello: / “Andiamo ai campi”. E quell’eco fredda, tenace, / è giunta fino a te, dentro la tua giornata. / Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue / salite dalla terra, dimenticate i padri: / le loro tombe affondano nella cenere, / gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore. (1947) Salvatore Quasimodo