
Anni prima, aveva detto di chiamarsi «Cu-o-re» e ora la sua apparizione è un déjà-vu. Così lo scrittore e giornalista Goffredo Parise (1929-1986) tratteggia il personaggio fiabesco femminile che dà il titolo all’omonimo racconto nei Sillabari, pubblicati in due tempi (Einaudi 1972, Mondadori 1982 – Premio Strega) e riuniti in un’edizione unica nel 1984.
Dopo l’accoglienza dei romanzi – Il ragazzo morto e le comete (1951), La grande vacanza (1953), Il prete bello (1954), Il padrone (1965 – Premio Viareggio), L’assoluto naturale (1967), Il crematorio di Vienna (1969 – Premio Selezione Campiello) – e dei reportage su Cina, Vietnam, Biafra, Laos, Cile, New York e Giappone, i viaggi all’estero, l’alternanza tra Venezia e Roma e infine il ritiro a Salgareda (TV), oggi Casa Museo e Luogo FAI, l’impegno dei Sillabari coincide con il proposito di realizzare una raccolta di poesie in forma di prosa. «Nella vita gli uomini fanno dei programmi perché sanno che, una volta scomparso l’autore, essi possono essere continuati da altri. In poesia è impossibile, non ci sono eredi» – spiegava Parise nell’avvertenza al Sillabario n. 2 (1982) – «Dodici anni fa giurai a me stesso, preso dalla mano della poesia, di scrivere tanti racconti sui sentimenti umani, così labili, partendo dalla A e arrivando alla Z».

La conoscenza del mondo gli faceva credere che gli uomini necessitassero più di sentimenti che di ideologie, dell’essenzialità annidata nella poesia; e la vista di un bambino che leggeva su un sillabario «L’erba è verde» aveva indirizzato la sua scelta verso la semplicità più limpida di narrazione e scrittura. Del resto, della ricerca di quell’essenzialità lo scrittore vicentino avrebbe parlato più estesamente in termini «corsari» sulle pagine del Corriere della Sera, anche ricorrendo a un appello in favore della povertà come rimedio al consumismo valoriale, come capacità di distinguere, come «educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita». Contro lo spreco, quello alla povertà è un invito alla misura e al decoro, lanciato da uno scrittore impolitico e artista civile, che osserva la realtà senza morale e infingimenti, adoperando logica e buon senso verso il migliore prodotto di sé stessi.

Così non sorprende che anche Cuore, la protagonista ormai adulta dal nome così iconico, affermi che l’erba è verde, come il bambino osservato da Parise; né che la cronologia del suo passato si dilati fino al presente, favorita dalla scenografia degli stessi paesaggi montani e dall’evocazione del costume tirolese: il suo da bambina e quello delle bambole degli sposini “Due cuori” nella vetrina del negozio di souvenir. Agli occhi del narratore il déjà-vu è un richiamo all’infanzia, alla dodicenne bionda e algida che vedeva andare a scuola, al coraggio di parlarle e di spingersi fino a un bacio. Ma è anche l’illusione di ricreare e rivivere quel momento, di assaporare nuovamente quella felicità condivisa con lei.
È così che la ricerca della bambina ormai donna, la conversazione telefonica e l’incontro sono investiti da aspettative sensoriali che si riflettono nella scrittura e nello stile, che vantano l’esattezza calviniana nelle scelte lessicali e sintattiche, la precisione delle sinestesie e delle metafore. Il suo personaggio appare fisicamente più caratterizzato, vivace e pulsante, come il suo nome di battesimo: all’infuori delle trecce, che ha tagliato, gli occhi sono sempre «celesti, aperti e immobili», «di porcellana tra le lunghe ciglia coperte di neve», e l’abito tirolese portatole in dono completa la ricostruzione del passato, anche se l’immagine più evocativa di lei bambina resta quella con il mantello rosso e il cappuccio, tra gli alberi del bosco e i sentieri innevati.
Parise si definisce uno scrittore non naturalista: e questo assunto è tanto più evidente nella contrapposizione tra la cronaca descrittiva dei reportage e l’aura di sogno del racconto dei luoghi nei Sillabari. In assoluto, ne è prova la costruzione degli incipit, collocati in una dimensione spazio-temporale sospesa e contraddistinta in termini pittorici anziché cronologici: il giorno è «azzurro», la città di montagna «nera di fumo e sepolta dalla neve». E fantasmatica e fiabesca è la serie di immagini nel presente: l’amico botanico che recupera il recapito telefonico della donna; il marito «orso» e «Dotto» di cognome, come uno dei sette nani; il pensiero del narratore a Biancaneve e l’impressione che quella rispettiva stupidità preluda all’innamoramento; il dialogo in auto, «come nelle favole», e la prova dell’abito tirolese nel bosco, dove l’adulta torna in qualche modo trasfigurata bambina.
Va detto tuttavia che Parise è un attento conoscitore dei paesaggi di montagna, dove va a caccia e a sciare. «Cominciare a sciare, avendo davanti a sé una lunga discesa immacolata dove nessuno è mai passato, soli, contro il sole, aspirando quel profumo quasi impercettibile che il sole estrae dalla neve, un po’ ozono, un po’ di iodio, ascoltando i suoni interni dei propri muscoli, del respiro, dello sguardo e soprattutto il suono della propria energia in espansione, allora e solo allora e per pochi istanti si può dire e ripetere e ricordare: “Sì, sono e sono stato veramente felice di vivere”», si legge nel racconto Accadde a Cortina (1980), titolo scelto anche per il parco letterario realizzato nel 2025 nella Valle d’Ampezzo, con totem riservati alle citazioni degli scrittori che ne hanno amato i rilievi, come Dino Buzzati, Eugenio Montale, Ernest Hemingway, Saul Bellow, Mario Rigoni Stern, Amelia Edwards, E.M. Forster, Andrea Zanzotto, lo stesso Parise e altri.

Su altre montagne, «piumate sulla cresta dai soffici brandelli della nuvola di neve», antenata della bambina dal manto rosso era stata la ragazza celeste-cielo di Avventura di uno sciatore (1959) di Italo Calvino. La corrispondenza epistolare tra i due scrittori, oltre ad accennare ai rapporti editoriali con Einaudi, restituisce il giudizio di merito di Calvino sui Sillabari, in particolare sul racconto Amicizia, parimenti ambientato in montagna. «Tenevo il tuo Sillabario e ogni tanto ne leggevo un pezzo» – scrive Calvino nella lettera del 9 maggio 1973 – «e ora che l’ho letto tutto tengo a scriverti che questa tua poetica, questa tua precisione nel rendere facce, cibi, giornate, funziona molto bene. (…) Sei riuscito a fare qualcosa di diverso da come si faceva ieri e da come si fa oggi, proprio nel modo di costruire il racconto, di mettere a fuoco il vissuto attraverso alcuni particolari e non altri, e a dare un taglio alla frase che è molto tuo e serve molto bene a quello che vuoi dire, insomma uno stile. E anche quel tanto di partito preso che ci metti nell’applicare questa tua poetica è proprio il segno del fatto che scrivi oggi, che “esegui un’operazione letteraria” e il senso di quello che fai è proprio lì. Come esempio di racconto che mi piace (non tutti mi piacciono ugualmente) dirò Amicizia e in genere quelli del tipo più indiretto e con movimenti nel tempo».
Come in Amicizia, in cui un gruppo di amici va a sciare insieme finché la comitiva si disgrega, anche in Cuore la circolarità del racconto si interrompe. I due si scambiano un bacio come da bambini, si riconoscono sentimentalmente legati come allora e si incontrano «nelle ore in cui si vedono gli amanti» per quattro anni, credendosi giovani e felici, ma un giorno lei smette di telefonargli e incontrarlo. Il sentimento, riacceso come una potenza istintuale silenziosa e implicita, ha un inizio e una fine, come la vita, e il segreto per trarne il meglio è viverlo come se fosse la prima volta. Questa dinamica amorosa si rinnova anche in altri racconti dei Sillabari e pone in evidenza la complessità del gioco amoroso – ad esempio in Grazia – anche quando l’esito rimane ignoto e sospeso.

I personaggi dei Sillabari conoscono l’imprevedibilità dell’esistenza, non sperano in una felicità “stabile e duratura”, ha osservato Natalia Ginzburg, ma solo in un momentaneo benessere in cui possano sentirsi anche per un breve periodo “guariti e lavati dall’estraneità” a sé stessi, nel disordine del mondo, più marcato nel Sillabario n. 2. Ciascuno infatti è animato dal proposito di agire, invogliato dall’istante, dalla nostalgia o dal caso; tuttavia, quando è in azione, realizza l’impossibilità di essere altro da quello che è. Questo atteggiamento spiega l’inquietudine del protagonista di Cuore, che avverte l’approssimarsi della fine di quel rapporto ritrovato, come una premonizione triste e inappellabile, forse perché «sapeva molto bene che tutto ciò che è umano passa e scompare».
«Devo sempre ringraziarti di aver potuto vedere nei tuoi occhi la compiutezza assoluta della poesia e del dolore. E anche di quello mio, dolore; il nulla, massimo nulla possibile, in cui siamo costretti a vivere, pensandolo e contemplandolo» – scriveva Parise a Elsa Morante il 12 febbraio 1963, nella consapevolezza che la scrittura potesse essere un viaggio introspettivo, una lente d’ingrandimento sul mondo. Tra gli amici scrittori – Andrea Zanzotto, Giovanni Commisso, Carlo Emilio Gadda e altri – a Raffaele La Capria scriveva che «Ogni comprensione comporta dolore» (10 dicembre 1971), affidandogli due anni dopo (20 maggio 1973) stralci delle memorie di Salgareda: «La mia vita qui non è buona, è contemplativamente bella ma poco vitale proprio perché è contemplativa. La vita è altrove, nelle nevrosi che la vita vuole. Naturalmente non lavoro, sono molto solo e perciò mi annoio. Tornare a Roma non mi va, sento correre in quella città bella, oltre il fiume delle automobili, come una diffusa malvagità che mi mette a disagio. Ma la vita solitaria e così selvatica che pure è a fondo della mia natura non va bene. È una specie di pericolosa droga. Ho scritto ieri questa frase, che, se ne avessi voglia, sarebbe un bellissimo inizio di romanzo. Noi ci dimentichiamo sempre che la vita è breve, ma ci comportiamo e viviamo come se fosse lunga».

Parise chiuderà i Sillabari con il racconto Solitudine, senza proseguire l’ordine alfabetico di altri racconti, motivandone nell’Avvertenza le ragioni profetiche. «Alla lettera S, nonostante i programmi, la poesia mi ha abbandonato. E a questa lettera ho dovuto fermarmi. La poesia va e viene, vive e muore quando vuole lei, non quando vogliamo noi e non ha discendenti. Mi dispiace ma è così. Un poco come la vita, soprattutto come l’amore».
Riferimenti bibliografici:
- Goffredo Parise, Sillabario n. 1, Einaudi 1972
- Goffredo Parise, Sillabario n. 2, Mondadori 1982
- Goffredo Parise, Il rimedio è la povertà in Dobbiamo disobbedire, Adelphi 2013
- Natalia Ginzburg, Postfazione in Sillabario n. 2, Mondadori 1982
- L’amata. Lettere di e a Elsa Morante, Einaudi 2012
- Raffaele La Capria, Caro Goffredo. Dedicato a Goffredo Parise, Minimum Fax 2005
- Italo Calvino, L’avventura di uno sciatore (1959) in Gli amori difficili, Oscar Mondadori 1993
- Italo Calvino, Lettere 1940-1985, Mondadori 2023
- Camilla Valletti, Goffredo Parise e la montagna in La Stampa, 17 marzo 2017
- Alessandro Mezzena Lona, Scrittori a Cortina in Doppiozero, 29 marzo 2025