Il primo libro è un imprinting. Come i pulcini di Lorenz che seguono l’individuo che vedono per primo, ogni lettore insegue a lungo la forma, il ritmo, il mondo del suo primo libro, anche quando crede di essersene liberato. Da lì in poi, ogni storia verrà confrontata con quell’esperienza originaria, per adesione o per rigetto, come se la letteratura non smettesse mai di parlare con la voce che ci ha chiamati per prima.

Nel mio caso quell’imprinting ha un’età pericolosa (sette anni) e un nome preciso, se possibile ancora più fatale: Cuore di Edmondo De Amicis, letto nell’estate della promozione in seconda elementare, come mi ricorda la dedica firmata da mamma e papà. Un libro che, mi accorgo, continua a funzionare per me come una grammatica emotiva segreta, una misura implicita del bene e del male di scrivere, dell’utile e del superfluo letterario.

Cuore ha indirizzato la mia esistenza verso la partecipazione emotiva, Cuore mi ha educato allo sguardo sul più debole e a mettermi nei panni dell’altro (no, l’empatia no!), Cuore mi ha inoculato l’idea che leggere significhi diventare migliori, o almeno più consapevoli, più giusti, più responsabili. Ed è stato Cuore a dare forma all’idea che la letteratura sia anche un discorso collettivo, non solo intimo. Ma poiché è stato il primo, Cuore mi ha dato anche il vaccino contro le sue pagine infette: l’allergia (consapevole o meno) verso la retorica, il moralismo facile, la capacità di sentire l’odore dell’emozione tirata via. È la memoria biologica di chi ha creduto davvero a una voce e poi ha imparato a metterla in discussione.

Ancora oggi, in fondo, ho la pretesa di poter leggere l’Italia come se stessi rileggendo Cuore. Prendiamo il Festival di Sanremo. Ritrovo lo stesso dispositivo narrativo, la stessa pedagogia sentimentale, la stessa idea che una comunità si costruisca raccontando storie esemplari a un pubblico trattato come una classe. Anche De Amicis, del resto, ebbe uno share notevole ai suoi tempi. Cambiano i linguaggi, non la funzione. Ritrovo l’inattaccabile maestro nel conduttore rassicurante, Carlo Conti oggi, ieri Pippo Baudo, domani un altro volto ugualmente educato, custode di una compostezza che non disturba nessuno. Riconosco il Garronismo del bel canto, delle voci “come si deve”, pulite, educate, emotivamente presentabili, che si chiamino Il Volo, Mengoni, Giorgia o qualunque altro nome capace di rassicurare prima ancora di cantare. Franti è ancora lì: nel comico, nell’ospite laterale, nell’artista che eccede di mezzo tono e che per questo viene tollerato come eccezione:  Roberto Benigni quando parla male (o bene!) del papa, Zalone quando canta contro gli omosessuali, ma si capisce che invece no.

E non mancano, naturalmente, le regine pop: le Patty Pravo da celebrare con standing ovation rituali, destinate a diventare ricordi fondativi, raccontabili ai nipoti come le memorabili nevicate o le vittorie ai Mondiali.

Abita a Sanremo lo stesso spirito di sacrificio e accettazione che attraversava Cuore: allora si prendeva una pallottola austriaca, oggi un televoto impietoso o una shitstorm sui social. E poi, negli intermezzi, le storie: sventurati dall’animo nobile, maestrine eroiche, gesti pedagogici ben confezionati, migrazioni e disabilità raccontate nel modo più semplice possibile, con quell’ottimismo disarmato che non fa male a nessuno. De Amicis cercava l’uguaglianza, oggi si cerca l’inclusione, ma con il medesimo scopo: spiegare il mondo come se fosse una lezione di mezz’ora, con esempi chiari, morali esplicite e nessuna domanda aperta.

Non è solo il sentimentalismo a giustificare il paragone – sarebbe troppo facile, anche perché c’è sempre una serata delle cover, delle “canzoni del cuore”, come se il cuore fosse un archivio condiviso e obbligatorio. È piuttosto il riconoscere nel Festival un’operazione laica di educazione nazionale, in cui i diritti civili o i valori della tradizione, a seconda del governo in carica, diventano il patriottismo della nostra epoca. 

Guardo Sanremo e ho la sensazione persistente di essere trattato come un bambino di dieci anni: qualcuno mi spiega cosa è giusto sentire, quando commuovermi, cosa applaudire e per cosa indignarmi. Mi irrito, ma continuo a guardarlo. E in fondo anche Cuore è ancora lì, nella mia biblioteca, con la dedica tenerissima dei miei genitori. Non lo rileggo, ma non lo butto via. Come Sanremo.
Coltivo però una speranza segreta: che questo parallelismo trovi la sua apoteosi; che prima della fine qualcuno – un inutile co-conduttore, una valletta senza talento, un super ospite che non ho mai sentito nominare – riesca ancora a fare un gesto fuori copione: un piccolo, imprevisto muso di lepre.

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