
La pandemia, vi ricordate?
L’incredulità e la gratitudine — che dovrebbero essere le compagne di ogni risveglio — erano la polpa di quegli strani primi giorni di coprifuoco. In città colpiva il silenzio delle strade immerse nella luce, i passeri padroni delle frequenze udibili, l’incontro con uno dei rari passanti: uno sguardo e un cenno della mano da lontano, come tra congiurati.
Le parole, come amuleti, ci parlavano attraverso le sbarre dei cancelletti sui social: ce la faremo, restate a casa. L’impressione insistita e malagevole di essere a una resa dei conti, a un incontro con sé stessi, in cerca di un lasciapassare. O di un’autocertificazione, certo.
Poi una campagna a cinquanta chilometri da casa, in una contrada senza nome e senza alcun rumore. Bambini a sciami a due passi dalle solite discariche. Una Renault col lunotto posteriore in frantumi, all’occorrenza astronave. Case che non sono case, galline a razzolare. Tre bambini laceri che giocano in un campo dall’erba alta, mossa dal vento, dove sono sorte due porte recuperate dagli scarti delle serre. Plastica al posto della rete. I tre monelli vagamente sanno che qualcosa non va e che possono non andare a scuola. Ci conosciamo e vengono correndo, in una zuffa di piume, pollini, polvere e sillabe arruffate di un qualche dialetto maghrebino. Spiego loro che non potremo vederci per qualche mese e tutte le regole per difenderci dal virus, ma un adulto non può esimersi dal parare i rigori. Solo un tiro ciascuno, però. Ok.
L’erba — una sorta di spighe bastarde, grano mutante — ondeggia all’altezza dei polpacci. Ho i pantaloni buoni, mia moglie non lo deve sapere.
Il primo furfante tira di punta, centrale. Parata.
Il secondo forte, angolato e basso, come volevano Soriano e la fluidodinamica. Mi salva il palo.
Il terzo prende la palla e la mette in posizione. È il più piccolo e il più furbo. Ci tiene a fare bella figura. Con un piccolo tocco di mano fa rotolare la sfera in avanti.
“E cosa ho finito di spiegarti, piccolo imbroglione! A undici metri di distanza mi devi stare!”
Poi, di nuovo, la sensazione malagevole di essere a una resa dei conti, a un incontro con sé stessi.
E il suo tiro lo lascio passare.
❤️💙