
Sono un rompipalle autentico. Quando mi convinco di un ragionamento lo affermo con… non con forza perché non sono un forzuto… ma con convinzione ferma e insistente diventando così un rompipalle.
C’è questa questione del voto a scuola. Da sempre, a scuola, si è interrogato e si sono dati i voti ovvero dei numeri da 1 a 10. Da sempre, dalla legge Casati e poi dalla riforma di Gentile, lo schema: “spiegazione – interrogazione – voto” è stato presente e immutato attraversando indenne tutte le modifiche seguite alla riforma della scuola media unica del 1962 che ha trasformato la scuola d’élite a scuola di massa. Fedele nei secoli.
Anche quando, nel 1972, la riforma Malfatti con Legge delega 30 luglio 1973, 477 li aveva aboliti sostituendoli con i giudizi: scarso, sufficiente, buono, distinto, ottimo che, essendo legati dal concetto di successivo sono numeri a tutti gli effetti (definizione di Giuseppe Peano (1858-1932)). Infatti sono in corrispondenza biunivoca con 4, 6, 7, 8, 9, ovvero sono la stessa cosa. Cambia il suono ma la sostanza è identica.
È sempre stato così, da studenti siamo cresciti in mezzo ai voti, da professori li abbiamo usati, da genitori li abbiamo vissuti. Sono entrati nel nostro DNA per cui dire scuola equivale a dire voti. Negare i voti a scuola è una bestemmia. Se lanci l’idea di scuola senza voti sei guardato male. E io che la lancio con insistenza divento un rompipalle.
Il mio ragionamento è questo. Il voto è un numero, una misura e si misura per selezionare. Se c’è da selezionare del personale per coprire certi incarichi allora vanno messi i voti e prendere chi li ha più alti. Su questo concordiamo. La scuola d’élite, finalizzata a formare la futura classe dirigente dell’Italia unita era doveroso e giusto che fosse selettiva e che i giovani fossero in possesso delle competenze necessarie ad esercitare le funzioni dirigenziali. Non era giusto che i figli dei professionisti e dei benestanti fossero, per vari motivi, fortemente avvantaggiati ma la selezione andava fatta.
Il tempo scorre, la società cambia e cambia anche la scuola. Con la legge 31 dicembre 1962 n. 1859 fu istituita la scuola media unificata e l’obbligo scolastico fino a 14 anni. Un cambiamento radicale coerente con le nuove condizioni sociali, con il boom economico ecc. e che, di fatto portò alla permanenza tra i banchi scolastici a quasi il 100% dei giovani fino al completamento della scuola secondaria superiore. E cambia anche la finalità della scuola, non più solo selettiva ma: “La scuola media concorre a promuovere la formazione dell’uomo e del cittadino secondo i principi sanciti della Costituzione e favorisce l’orientamento dei giovani ai fini della scelta dell’attività successiva”. Se cambia la finalità occorre rivedere lo strumento “spiegazione – interrogazione – voto” che invece rimane invariato. Fedele nei secoli. Gli insegnanti sono così affezionati ai voti che oltre ai dieci previsti dalla legge ne hanno inventati altrettanti se non di più con i mezzi voti, i più, i più più, i meno, i meno meno…
E perciò si continua a misurare e però non si seleziona più. E non si seleziona perché non si saprebbe dove allocare i giovani considerato che l’artigianato è quasi scomparso e perché nelle campagne e nelle fabbriche si è ridotta l’occupazione per lo sviluppo della meccanizzazione e parecchio del lavoro è fatto dalle macchine. Si è sviluppato invece il terziario e perciò servono impiegati e, con diploma o senza, un posto dietro una scrivania si trova, tanto le pratiche d’ufficio si imparano presto sul posto di lavoro. E non si seleziona anche perché non si saprebbe come occupare gli insegnanti in esubero. Si perviene così ad una scuola che misura ma non seleziona. Roba da cretini. E magari ci si lamenta per la scarsa credibilità della scuola e quasi unanimamente si dà la colpa al sessantotto.
Allora la mia domanda: è proprio necessario misurare e mettere il voto? La mia risposta è: SÌ per la parte professionalizzante e NO per la parte formativa. Mi aiuto con un esempio. Se una persona vuole fare il pianista concertista deve conoscere bene le note, saper leggere bene gli spartiti e muovere agilmente le dita. Se invece si accosta alla musica per godere della sua bellezza può benissimo ignorare note e spartiti. E comunque questa sua ignoranza non arreca danno alcuno alla collettività che pertanto non ha il dovere di misurare e selezionare.
Di conseguenza penso una scuola con due percorsi paralleli: uno professionalizzante selettivo, fortemente selettivo e uno formativo assolutamente non selettivo e finalizzato a far godere il piacere della lettura, dell’ascolto della musica, del fine ragionare, dell’acquisizione di strumenti culturali… la cultura è come un buon caffè, s’ha da gustare. In questo secondo ha senso interrogare, misurare e assegnare i voti? Non è invece più adatto, più opportuno, più costruttivo dialogare? Nel dialogo si confrontano diversi punti di vista, quello dell’insegnante, quello del libro di testo, quello dell’alunno, si impara il rispetto degli altri e che non c’è una unica verità vera da inghiottire e da misurarne la quantità inghiottita. Si potrebbe tradurre in un percorso formativo con un titolo di studio senza valore legale.
E da un po’ che sostengo questo ragionamento ma nessuno mi dà retta. E io insisto e divento un rompipalle aggravato dalla mia formazione matematica per cui il mio sillogismo diventa perentorio: il voto è una misura, si misura per selezionare, la scuola che misura e non seleziona perde credibilità, cvd come volevasi dimostrare. Più sono perentorio e più sono giudicato un rompipalle, un rompipalle d’alto grado. E c’è chi mi giudica un rompipalle anche per atteggiamenti di poca importanza. Mi capita di dover, all’uscita da un qualche evento, chiedere un passaggio ad un amico che gentilmente si presta. All’uscita mi accodo all’amico senza dir nulla. Viceversa mi capita di offrire io un passaggio ad un amico e, all’uscita, mi sento chiedere: “dove hai la macchina?” Non è facile rispondere: dovresti indicare il luogo più o meno esatto, ma soprattutto a che scopo? Così rispondo: in America… e, da un po’ a questa parte, in Cina. Regolarmente l’amico mi apostrofa: sei un rompipalle. E io replico: esatto.