Dal 21 dicembre scorso, il calcio africano trattiene il fiato. Riuniti in Marocco per la 35esima edizione della CAN, la Coppa delle Nazioni Africane, attende di scoprire chi sarà incoronato campione d’Africa il prossimo 18 gennaio, allo stadio Prince Moulay Abdellah di Rabat.

La Costa d’Avorio, detentrice del titolo, rimette in gioco il suo trofeo dopo averlo conquistato in casa nell’edizione precedente. Sicuramente, i marocchini cercheranno di imitare i loro fratelli ivoriani. Per farlo, dovranno gestire una pressione monumentale: quella di un intero paese che attende un’incoronazione continentale dopo un promettentissimo quarto posto (e non terzo) all’ultimo Mondiale in Qatar. A questo si aggiunge un contesto politico teso: la gioventù marocchina si è sollevata contro le somme faraoniche spese per l’organizzazione, mentre allo stesso tempo fatica a nutrirsi adeguatamente o semplicemente a immaginarsi un futuro all’interno della società.

La Francia, dove la passione riverbera

L’Africa è in ebollizione, ma non è sola. Anche la Francia, per diverse ragioni, vibra al ritmo delle partite di questa competizione. La principale è, ovviamente, la storia che la lega alle sue ex colonie, e in particolare a tutti quei figli che vengono chiamati di volta in volta immigrati, binazionali o della diaspora, a seconda che ci si trovi da una parte o dall’altra del Mediterraneo.

Algeria, Tunisia, Congo, Costa d’Avorio, Camerun, Comore, Benin, Gabon, Burkina Faso, Senegal, Mali e naturalmente il Marocco: lunga è la lista di quei paesi che hanno, in un momento della loro storia, fatto parte dell’impero coloniale francese o, per lo meno, di un protettorato. Per alcuni, l’indipendenza risale alla fine degli anni sessanta e si è svolta in una relativa calma. Per altri, come l’Algeria, la sovranità riconquistata ha avuto il sapore del sangue, versato copiosamente durante una guerra eponima. Ancora oggi, le relazioni diplomatiche tra i due paesi restano segnate da questo pesante passato.

Ecco dunque che giovani francesi di origini straniere si appassionano a una competizione continentale biennale che li avvicina un po’ di più alle radici dei loro genitori o nonni. Prendiamo il caso di qualcuno che conosco bene: io! Nato in Francia da genitori ivoriani, ho avuto la fortuna di difendere i colori della Costa d’Avorio per tutta la mia carriera di rugbista professionista. Io vibro ogni due anni al ritmo dei risultati degli Elefanti (il soprannome della squadra nazionale ivoriana, ndt), che ho visto sollevare la famosa coppa per tre volte (1992, 2015 e 2023). E sono lontano dall’essere un caso isolato.

La CAN dei quartieri: simbolo della binazionalità

A tal punto che dal 2019 è nata una competizione parallela sul suolo francese: la “CAN des quartiers” (la CAN dei quartieri). Per iniziativa di un ex calciatore professionista, Moussa Sow (ex internazionale senegalese, campione di Francia con il Lille), questo torneo si svolgeva inizialmente tra i quartieri popolari e le periferie della regione parigina. I giocatori rappresentavano il loro paese d’origine: si trovavano così i maliani di Créteil contro i marocchini di Mantes-la-Jolie. Molto in fretta, il torneo è cresciuto espandendosi a tutta la Francia. Stelle del calcio mondiale gli portano il loro sostegno, da Didier Drogba a Karim Benzema. È un vero simbolo della relazione complessa e passionale che la Francia intrattiene con i suoi figli di immigrati.

Il calcio dei club digrigna i denti

Questa immigrazione proveniente dal Nord Africa e dall’Africa subsahariana non si accontenta di organizzare i propri tornei. Essa alimenta abbondantemente i settori giovanili dei club di Ligue 1 e Ligue 2. La Francia, riconosciuta per la qualità della sua formazione, rifornisce i club europei in maniera conseguente. Così, quando suona la grande festa del calcio africano, un importante contingente di calciatori lascia i club per raggiungere le nazionali.

Questa partenza fa inevitabilmente digrignare i denti ai club europei, perché questa competizione ha la particolarità di svolgersi nel bel mezzo della stagione (principalmente a dicembre e gennaio). A differenza degli altri tornei internazionali che si tengono in estate, la CAN deve fare i conti con il clima: nella maggior parte dei paesi africani, l’estate dell’emisfero nord corrisponde o alla stagione delle piogge, o a temperature troppo estreme per lo sport di alto livello. Possiamo citare alla rinfusa molte stelle che mancano ai loro club non appena arriva l’inverno: Lookman (Atalanta), Osimhen (Galatasaray), Hakimi (PSG) o ancora Salah (Liverpool). Ultimo elemento che illustra la discordanza tra il calcio dei club e quello delle nazionali africane: il battibecco tra Cesc Fàbregas, allenatore del Como, e Pape Thiaw, commissario tecnico dei Leoni della Téranga (Senegal), riguardo ad Assane Diao. Fàbregas era contrario alla convocazione del giovane esterno sinistro reduce da un infortunio. Sottintendendo che una cattiva gestione del giocatore in nazionale potrebbe avere ripercussioni per il suo club. Come se lo staff medico della nazionale senegalese non fosse sufficientemente competente per gestire la cosa…

Una sfida permanente di fronte alle istituzioni

Si vede bene che, nonostante l’entusiasmo che suscita, la CAN resta un “sassolino nella scarpa” del calcio mondiale. I club europei si lamentano per la sua collocazione invernale. La FIFA, da parte sua, non è da meno: già nel 2016, Sepp Blatter auspicava che il torneo si svolgesse in estate. Questo desiderio fu parzialmente esaudito durante l’edizione 2019 in Egitto (il torneo tornerà “nella stagione invernale” per l’edizione 2021 in Camerun). Qualche anno prima, il passaggio agli anni dispari aveva già sconvolto il calendario, con due CAN che si sono tenute di fila (2012 in Gabon e 2013 in Sudafrica).

Il continente deve anche affrontare sfide logistiche e sanitarie maggiori. Nel 2015, la Guinea Equatoriale dovette sostituire all’ultimo momento il Marocco, che temeva l’epidemia del virus Ebola (il Marocco fu peraltro sanzionato per questa rinuncia). Nel 2017, fu il Gabon a riprendere l’organizzazione dopo il ritiro della Libia, in preda a una sanguinosa guerra civile.

Ultima modifica di ampia portata: l’annuncio del passaggio da un ritmo biennale (ogni due anni) a un ritmo quadriennale (ogni quattro anni). Dopo l’edizione del 2027 (Kenya, Uganda e Tanzania) e quella del 2029, il torneo si allineerà al ritmo dell’Europeo, della Coppa America e dei Giochi Olimpici.

Avrete capito, nulla è semplice in Africa. Ma la passione e il fervore che circondano questa competizione letteralmente la sorreggono. Nonostante le pressioni di un certo imperialismo sportivo occidentale che non dice il suo nome, la fiamma del calcio africano persiste, e non è vicina a spegnersi.

Qui la versione francese

1 commento

  1. Seguo con molto interesse la Coppa d’Africa. Vi è ancora una certa genuinità nel gioco, e i colori e le danze di giocatori e tifosi è uno spettacolo nello spettacolo.
    Si può essere professionali e seri anche in allegria!

    Tra l’altro, conosco diverse realtà africane, ne seguo le vicende grazie a un amico ex ambasciatore italiano (è stato in missione anche in Costa d’Avorio, dove è nata sua figlia). E da quasi 12 anni vado in Tanzania.
    Motivo per cui ho tifato per le Taifa Stars…

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