
Poche invenzioni umane sono semplici e universali come la palla. Rotola, rimbalza, passa di mano in mano e attraversa epoche, continenti e culture. Ovunque nel mondo accompagna l’infanzia e i momenti collettivi; ma il modo in cui viene giocata non è mai neutro: racconta molto dei valori e della visione del mondo di un popolo.
Nelle società industrializzate il gioco di palla è quasi sempre legato alla competizione. Regole, punteggi e classifiche trasformano il gioco in una sfida in cui vincere diventa più importante del piacere di giocare. La relazione e il movimento condiviso passano spesso in secondo piano rispetto al risultato.
Eppure, la competizione non è una componente naturale o inevitabile del gioco. In molte culture, anche i giochi di palla si basano sulla cooperazione, sulla sincronizzazione e sul sostegno reciproco. Attraverso il gioco, infatti, i bambini apprendono ciò che la loro società considera importante: nelle comunità fondate sull’individualismo si impara a primeggiare; in quelle basate sulla condivisione, a stare insieme.
Quando la competizione non esiste
Molti studi etnografici mostrano come, in numerose società tradizionali, i giochi di palla non abbiano vincitori. In alcune comunità dell’Africa subsahariana, ad esempio, esistono giochi in cui la palla deve rimanere in movimento il più a lungo possibile, passando tra tutti i partecipanti. Il successo non è segnare un punto ma evitare che qualcuno resti escluso dal flusso del gioco.
Anche in Europa, storicamente, non tutti i giochi erano competitivi. Molti giochi tradizionali, in particolare quelli praticati dalle bambine, avevano una struttura cooperativa: girotondi, giochi cantati, attività ritmiche di gruppo, giochi di ruolo e di rappresentazione. La competizione è entrata soprattutto nei giochi maschili, con la funzione di preparare i ragazzi a un atteggiamento di attacco e difesa, coerente con società sempre più militarizzate.
Esistono, poi, civiltà che non conoscono affatto la competizione nel gioco. Gli Inuit dell’Alaska e diversi popoli delle isole del Pacifico considerano la competizione qualcosa di immorale perché rompe l’equilibrio del gruppo. La loro organizzazione sociale si basa sulla condivisione dei beni e sulla cooperazione e i giochi riflettono esattamente questi valori.
Quando i missionari occidentali introdussero giochi competitivi come il calcio, i bambini di queste società non riuscivano a comprenderne il senso. Perché una squadra avrebbe dovuto vincere sull’altra? L’obiettivo ideale, per loro, era il pareggio. Un risultato che richiede attenzione reciproca, controllo del gioco e una sorprendente sintonia tra le due squadre. Concetti che risultano difficili da immaginare per chi è cresciuto in una cultura ossessionata dalla vittoria.
Giochi cooperativi vicini a noi
Nel cortile del mio palazzo si giocava a calcio tutti insieme: bambini di tre o quattro anni insieme a ragazzi di quindici. C’era una sola porta e, di conseguenza, un solo portiere. La partita non aveva un inizio né una fine. Chi terminava i compiti scendeva e si univa al gioco già in corso, chi si stancava smetteva. L’unica soddisfazione era fare gol, ma nessuno teneva il conto. Non esisteva un punteggio né una vittoria finale. Il gioco era semplicemente lì, e continuava finché c’era qualcuno disposto a giocare.
Da adulta, ho ritrovato quello stesso spirito in una forma ancora più esplicita, giocando con mia nipote Alice e con altri bambini a quello che la piccola Paola ha chiamato “calcio strampalato”. Eravamo in tre o quattro e gestivamo contemporaneamente due palle che sfrecciavano in tutte le direzioni. Non c’era alcun obiettivo se non quello di non lasciarsele sfuggire. Nessuna squadra, nessun punto, solo attenzione condivisa e risate continue. Ci divertivamo immensamente.
Questi episodi, così semplici e quotidiani, mostrano come il gioco cooperativo non sia una costruzione artificiale, ma una possibilità naturale, che emerge spontaneamente quando il gioco non è ingabbiato in regole competitive rigide.
I “New Games” e la riscoperta della cooperazione
Negli anni Sessanta, nel clima della cultura alternativa californiana e dei movimenti ispirati alla nonviolenza, nacque un’esperienza significativa: quella dei New Games. Animatori ed educatori iniziarono a promuovere giochi – spesso giochi di movimento e di palla – privi di punteggio e classifiche, con l’obiettivo di coinvolgere anche chi veniva normalmente escluso dalle gare sportive.
Non è un caso che questo movimento sia nato proprio negli Stati Uniti, una delle società più competitive del pianeta. I New Games proponevano un modo diverso di stare insieme: il movimento restava centrale, ma la competizione veniva eliminata. Queste pratiche si diffusero anche in Europa, soprattutto nei Paesi anglosassoni e in Scandinavia, influenzando l’educazione fisica e alcune forme di sport di massa.
Cooperazione, educazione e bullismo
Negli ultimi anni, il diffondersi del bullismo ha portato psicologi e pedagogisti a una riflessione critica sull’educazione. Numerosi studi hanno evidenziato come un’eccessiva enfasi sulla competizione favorisca comportamenti aggressivi e prevaricatori. Al contrario, i giochi cooperativi sviluppano empatia, capacità di ascolto e senso di responsabilità condivisa.
Introdurre giochi prevalentemente cooperativi fin dalla prima infanzia si è rivelato uno dei mezzi più efficaci per prevenire dinamiche di esclusione e violenza. Nei giochi di palla cooperativi, il successo dipende dal funzionamento del gruppo nel suo insieme, non dalla performance del singolo.
Giocare per stare insieme
La palla può essere uno strumento di confronto o un mezzo di relazione. Può dividere o unire. Dipende da come la facciamo rotolare e dai valori che le affidiamo. Ripensare il gioco significa, in fondo, ripensare la società che stiamo costruendo. Forse, imparare di nuovo a giocare senza vincitori né vinti non è un’utopia infantile ma un esercizio culturale necessario.
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