
Il motorino no, le cene fuori nemmeno, la Nutella non troppa, e il bagno al mare dopo tre ore dall’ultimo pasto. Palloni, però, quanti ne volete.
In ogni casa vige un diritto di famiglia. Per noi, bambini degli anni ‘80 in una città del sud Italia, la legge prevedeva tabù e cautele assortite, con almeno una fortunata eccezione, una sorta di diritto costituzionale all’infanzia: la palla per giocare al calcio non doveva mancare mai.
La si rincorreva in un cortile asfaltato e in netta pendenza da cui era vietato uscire (ancora!) ma che aveva il pregio di non essere troppo affollato di auto. Due ingressi utili simulavano le porte dove celebrare il rito del gol o della parata miracolosa.
E poiché gli amichetti di quell’alveare di case in condominio che era il nostro quartiere erano soggetti ad altre regole (potevano andarsene in giro, ma non avere la palla) ci si ritrovava tutti in quei metri quadrati incongrui, dove rimbalzava l’oggetto del desiderio: il nostro pallone.
Esisteva una progressione nella gerarchia nobiliare dei modelli di palla.
Il sovrano era il pallone di cuoio. Già solo a pronunciarlo si aprivano le difese a San Siro e saliva il coro degli ultrà. Qualcuno lo chiamava anche il pallone di corazza, ma così a noi sembrava di prendere a calci un armadillo.
Il modello famiglia piccolo borghese (eccoci qua!) era il Tango, memoria di un trionfale mundial spagnolo. Palla di gomma, ma gomma dura. Sfera pesante ma non troppo, resistente ai calci dei bambini scatenati che si univano al gruppo pochi attimi dopo che il suono di un palleggio, come richiamo ancestrale, li attirava nel cortile per partite piene di gloria (campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo!).
Il Tango venne sostituito indegnamente dal più pretenzioso Azteca dai richiami messicani, simbolo di un mondiale che avrebbe reso felici più bambini argentini che italiani. Una palla che si può di certo dimenticare.
Che fossero Tango o Azteca il destino dei palloni era sempre lo stesso: o perdersi giù per la scarpata di un cantiere mai completato o venire dilaniati da Argo, un cane lupo da film coi nazisti che presidiava il cancello di una casa poco distante dal cortile. Con quale entusiasmo Argo sbranava quelle ottomila lire che comunque nostro padre non ci avrebbe rinfacciato! E poi: vuoi prendertela con l’unico spettatore delle nostre imprese?
Capitava, a volte, che tra le fauci di Argo e lo stipendio di fine mese, trascorressero troppi giorni. E siccome la palla ai bambini non si può mai negare, si ricorreva alle soluzioni plebee.
Squadre miserande e decisamente corrucciate scendevano in campo con sotto al braccio il Super Tele. Palla, si fa per dire, leggerissima e colorata. Adatta ai giochi in spiaggia, forse, ma non certo al cortile di casa. Bastavano pochi tiri per rendere la sfera un geoide vagamente identificato. A quel punto la partita andava sospesa con la formula: “Fermo gioco. La palla si è sconcentrata!”
Certo, per quel tempo in cui il Super Tele rimaneva servibile potevi sentirti un piccolo Roberto Carlos quando tiri tragicamente mediocri assumevano traiettorie folli che insidiavano il malcapitato portierino di turno. Per il resto, il Super Tele era un disastro. E ci sembrava che anche il buon Argo fosse sdegnato dalla poca resistenza che opponeva quella plastica ai suoi morsi.
Esisteva, però, un rimedio da borghesia minuta. Una salvezza onorevole come quella che in quegli anni si guadagnavano l’Ascoli o l’Avellino. Signore e signori, pargoli e teenagers ecco a voi il Super Santos!
Mai nome fu più appropriato… Intanto nei Santos giocava Pelè (o almeno così ci garantivano i nostri papà) e poi quel nome assicurava la protezione dall’alto e una tenuta decente anche quando la sfera perdeva vigore. Il Super Santos era sempre di colore arancione acceso. Particolare che ci permetteva di giocare partite sotto una neve immaginaria con tanto di palla regolamentare. Il Super Santos, insomma, rappresentava il giusto compromesso tra le ambizioni quasi impossibili del Pallone di cuoio e l’incubo sbilenco del Super Tele.
Mai un’infanzia fu sprecata grazie a quei palloni. Mai un pomeriggio.
Da lì a poco, l’obiettivo si sarebbe trasferito dalla porta al canestro, la rete sarebbe diventata retina e lo sport preferito avrebbe cambiato stile e nome e con lui la palla (Spalding, Wilson). Altre regole e sogni di gloria pressoché invariati da rincorrere. Ma il rumore di un pallone che rimbalza sull’asfalto resta, ancora oggi, la voce del padrone. Il suono ad alta fedeltà di quegli anni.
E spesso, almeno dalle mie parti, la palla infrangere qualche finestra: ed erano urla, minacce, palloni fatti a pezzi per ripicca.
Che vita! Ma come siamo cresciuti bene!
Vetri rotti no, ma qualche secchiata d’acqua arrivava da un secondo piano dove mal si sopportavano le urla conseguenza del gioco, dell’età.