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Giocare, collezionare, vivere

Petula Brafa 14 maggio 2024


Chiunque vagasse con lo sguardo incantato tra le quasi settecento stanze di Palazzo Biscari, storica residenza catanese dei principi dell’omonimo casato, declinerebbe dalla lingua siciliana la maravigghia in disappunto, alla notizia che durante la seconda guerra mondiale i bombardamenti alleati causarono il crollo parziale del soffitto; e che, per via della posizione strategica sul mare, nell’agosto 1943 le truppe inglesi, guidate dal generale Montgomery, vi stabilirono addirittura il loro accampamento. E se averne riconosciuto la bellezza lo salvò dall’essere abbattuto, in luogo di un avamposto difensivo contro i tedeschi, lo straordinario connubio barocco tra architetture e decorazioni pittoriche non risparmiò tuttavia la preziosa Sala dell’Orchestra dal divenire un campo da tennis per lo svago dei soldati, come testimoniano le tracce di vernice davanti a un caminetto e il foro aperto su un dipinto.
Così, attingendo alla gestualità degli atleti contemporanei, proiettate dai tornei ai social network, lo stesso sguardo incantato potrà immaginare un militare armato di racchetta, incurante di stucchi, affreschi e arredi, mentre inarca all’indietro il corpo e il braccio per battere il servizio, e la pallina che schizza via per l’immenso salone, fino a centrare il ritratto della principessa Anna Maria Morso di Poggioreale e Bonanno di Roccafiorita (1725-1792), scomodandone la quiete aristocratica e richiamando l’attenzione del brillante marito, Ignazio V Paternò Castello Principe di Biscari (1719-1786), archeologo, collezionista e scrittore.
Possiamo ragionevolmente supporre che, pur avendo dimestichezza con lo studio dei giochi, Sua Altezza avrebbe censurato tanto l'esposizione della sala da ballo al diletto sportivo degli alleati, quanto la scortesia riservata alla consorte, che il 3 maggio 1787 lamentava a Johann Wolfgang Goethe (1749-1832), in visita a palazzo, il distacco della vedovanza e la nostalgia per gli ospiti italiani ed europei attirati dal pregio e dalla notorietà delle raccolte museali. «Guardatevi intorno, cari signori miei, troverete tutto come il mio defunto marito l'ha collezionato e ordinato» - leggiamo dal diario siciliano del poeta in Viaggio in Italia (1816-17) - «E questo grazie alla devozione di mio figlio, che non solo mi lascia vivere nelle sue stanze più belle, ma allo stesso tempo non mi lascia togliere o cambiare nulla che il suo defunto padre ha acquistato e sistemato; così ho il doppio vantaggio di continuare a vivere nel modo al quale sono abituata da tanti anni e di vedere e conoscere meglio gli eccellenti stranieri che vengono da così lontano per vedere i nostri tesori.»
Il fascino dell’antichità aveva dunque contagiato anche la principessa Anna Maria, intendendo che le vie del Grand Tour giungessero giammai per caso in Sicilia, terra di dei e uomini, e al Museo di Palazzo Biscari, progettato dall’architetto Battaglia, da dove il Principe in vita aveva mantenuto una fitta corrispondenza con intellettuali, studiosi e nobili di alto rango.
A consegnarcene il ritratto di letterato illuminista con interessi scientifici ed enciclopedici, nonché membro di Accademie italiane e straniere (alla morte di Voltaire, ne prese il posto a Bourdeaux), è Il ragionamento del principe Biscari a Madama N.N. di Lidia Storoni Mazzolani (Sellerio, 1980), saggio introduttivo all'edizione del Ragionamento a Madama N.N. sopra gli antichi ornamenti e trastulli de' bambini, dedicato nel 1781 a una dama ignota e incentrato sulla descrizione illustrata di monili infantili e giocattoli dell'antichità greca e romana.
Nel sembiante di elegante evasione, in realtà lo scritto del Principe rivela le ragioni sottese alle istanze di conoscenza, di far luce sul passato e condividerne la riscoperta, facendosi carico della ricerca, della raccolta e della studiata catalogazione di ciascun reperto.
Da questo punto di vista, l'inaugurazione nel 1758 del Museo Biscari - la cui fama si conserva oggi nell'odonomastica e a Castello Ursino, unitamente alla collezione donata dagli eredi allo Stato nel 1930 - risponde sì alla passione per l'antichità, all'esercizio di studio mutuato dalla frequentazione e dai contatti con i collezionisti della nobiltà romana; ma si inscrive anche nella munificenza verso la città, se si pensa alla costruzione del molo portuale, alla fondazione del monte di pietà, alla distribuzione di grano alla popolazione sotto carestia, ai giardini del Laberinto, oggi Villa Bellini, e alla perduta Villa Scabrosa; nonché nel mecenatismo di Ignazio V, che, guardando agli scavi coevi voluti da Carlo III di Napoli a Ercolano e a Pompei, contava di ritrovare testimonianze del passato alle pendici di un altro vulcano.
Questo duplice slancio spiega anche la sua nomina regale a Soprintendente per le strade e i ponti della Sicilia (di cui scriverà in Viaggio per tutte le antichità della Sicilia, 1781), e in questa veste dovette dirigere le ricerche archeologiche nell'isola e nei propri possedimenti di Centuripe, Adrano, Mirabella e Camarina. A Catania, invece, gli era stato concesso di scavare in città e di custodire nel Museo un pregevole torso marmoreo, proveniente dallo sterro della Chiesa di S.Agostino.
Tornando al Ragionamento, secondo Storoni Mazzolani, l'intento didascalico, assestandosi sulla continuità temporale dei costumi degli uomini, che oggi come allora usano giocattoli uguali o simili, privilegerebbe all'empatia e all'accezione pedagogica un approccio razionale, distaccato, colto e «cortese». In realtà, gli approfondimenti filologici sulla funzione del gioco sono acquisizione novecentesca, mentre sulla finalità dei manufatti greci e romani lo storico francese Philippe Aries (1914-84) osserva che prima della fine del Medioevo mancava attenzione per il sentimento dell'infanzia. Invece, ai giocattoli della collezione il Principe dà voce con il proprio racconto, associandoli per l'uso alle fasi di crescita del bambino, in attesa delle ulteriori ricostruzioni ad opera dell'archeologia moderna.
Non potrebbero essere più lontane, peraltro, le riflessioni filosofiche di alcuni pensatori del XX secolo, che hanno ispirato interpretazioni archetipiche intorno al gioco, al giocattolo e al collezionismo, dalla cosmogonia dell'essere umano fino alla classificazione dei giochi quali canali di relazione. Così lo storico olandese Johan Huizinga (1872-1945), che all’homo sapiens e all’homo faber ha affiancato l’homo ludens, capace di entrare in relazione con la realtà tramite il gioco, prima della cultura e della convivenza civile, esercitando le proprie capacità fisiche, manuali e intellettive. E così anche il filosofo e scrittore tedesco Walter Benjamin (1892-1940), che del collezionismo ha colto l'aspirazione al rinnovamento e alla continuità di un vecchio mondo, similmente ai bambini che collezionano giocattoli ripetendo la pratica spensierata della vita. Una lettura comportamentale viene invece dalla classificazione dei giochi del sociologo francese Roger Callois (1913-1978), spaziando dalla competizione (Agon) all'azzardo ignoto (Alea), all'interpretazione di ruolo (Mimicry), fino al gioco più estremo (Ilinx). Fondamentali e consolidati sono infine gli studi del pediatra e psicanalista statunitense Donald Winnicott (1896-1971), che nel gioco riconosce una valenza psicanalitica e pedagogica nonché un oggetto transizionale, tale da mediare tra il bambino e il mondo esterno.
È chiaro che il Ragionamento, scritto oltre un secolo prima, in piena età dei Lumi, all'indagine sull'universo infantile proponeva piuttosto la proiezione dell'uomo nel tempo e la rinnovata costanza delle sue azioni, attingendo alla letteratura latina per trovare traccia dei giocattoli e di altri pezzi della collezione (salvadanai, fiaschi antropomorfi e zoomorfi, diote o anfore per la conservazione e il trasporto dei viveri, monete, conchiglie), in una circolarità riconoscibile dallo storico e dal filosofo, che nel passato cercavano modelli, come Winckelmann per il classicismo nell'arte.
Così con il Principe scopriamo i crepundia, ninnoli e monili da appendere al collo dei bambini citati da Plauto (III-II a.C.): sono i cammei di mani intrecciate in agata, granato e corniola; i ciondoli zoomorfi,  soprattutto a forma di scrofa, che il Principe mette in relazione all'epica virgiliana e all’animale nell'atto di allattare, apparso a Enea sul suolo scelto per la fondazione del regno; le bullae, scatoline contenenti un messaggio o un'orazione, indossate fino ai quattordici anni e poi consacrate ai Lari, spiriti degli antenati defunti e divinità familiari. Questi oggetti, proprio come i ciondoli moderni, avevano finalità apotropaiche e augurali, su cui la vocazione illuminista del Principe riferisce mettendo in guardia dalla credulità popolare, citando il Treventonovelle di Franco Sacchetti (XIV sec.), una raccolta esemplare di casi e personaggi, tramandata dai codici manoscritti e stampata per la prima volta solo nel 1724, dando prova dell’attenzione di Ignazio V per gli studi del suo tempo.
La descrizione illustrata prosegue con i crepitacula in bronzo, sonagli cavi e riempiti con pietruzze - citati da Quintiliano (I d.C.) a proposito dell'uso delle nutrici di cullare i bambini con suoni e nenie - assimilabili alle moderne campanelle in oro e argento al collo dei bambini e agli «scrusci scrusci» in cartapesta, per intrattenere i bambini e distoglierli da pianto e capricci.
Un’estesa trattazione è dedicata infine alle pupae, bambole di vario materiale (cenci, legno, avorio, terracotta, e vestiti in tela di lino), citate dagli autori classici anche nel significato di bimbo e bimba (in Marziale, Varrone e Cicerone, che adopera pupillus per indicare l’orfano), destinate a intrattenere le bambine più grandi e gli adulti, in forma di burattini e marionette, con evidenza che «l’uso odierno delle bambole e de’ pupi fu a noi dagli antichi tramandato». Cautamente però il Principe attinge a Persio (I d.C.) e aggiunge che, nell’adolescenza, era uso consacrarle sull’altare di Venere, per propiziare il matrimonio. Sul punto, infatti, l’archeologia moderna ha subordinato la destinazione ludica al rito iniziatico, riconoscendo nella pupa non un giocattolo, bensì lo sdoppiamento dell’identità della fanciulla, un tempo bambina; e gli studi e i ritrovamenti di bambole nei corredi funerari di giovani donne, a significarne la morte precoce, consolidano questa interpretazione.
Eppure il lavoro del Principe non deve essere passato inosservato, se un secolo dopo, in occasione del rinvenimento del sarcofago di Crepereia Tryphaena (II d.C.) il 10 maggio 1889, nell’area del Palazzo di Giustizia a Roma, il Bullettino della Commissione Archeologica comunale di Roma (Accademia dei Lincei, 1889) ne accostava il nome a uno degli oggetti del corredo sepolcrale: «10. Bambola di legno (pupa) con le braccia e le gambe articolate, non dissimile da qualche altra discoperta in passato (vedi Biscari, degli antichi ornamenti e trastulli dei bambini Tav. V) (…).» A. Castellani, Delle scoperte avvenute nei disterri del nuovo palazzo di Giustizia, ivi).

Sarà per questo che, mentre il Principe si congeda dalla gentildonna, si scusa per la semplicità dell’opera - al contrario, saggio di raffinatezza per stile, prosa ed erudizione – e confida di avere mostrato la continuità degli usi umani nei secoli, e salvato le «antichità più pregievoli» dall’avidità degli emuli di Verre, lo sguardo incantato si posa sull’illustrazione della pupa di Centuripe, quasi fosse il doppio dell’ignota Madama, invidiando la stimata destinataria e fantasticando di assumerne le sembianze, quale privilegio di lettrice.

Riferimenti bibliografici

Petula Brafa

Pubblicista, laurea in Lettere e tesi sulla scrittrice Alba De Cespedes, e romana dal primo amore per le sue pagine nelle vie del quartiere Prati, maturato nell'andirivieni tra Roma, Catania e un borgo di mare ragusano. Ho collaborato negli anni con giornali e blog, agenzie di servizi editoriali e riviste letterarie. Credo nella letteratura e nella conoscenza umanistica, nel potere della parola e delle parole.

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