
È istintivo: sentendo o leggendo Palladio, immediato, il pensiero va a qualcosa di sferico. Tolti il celebre architetto rinascimentale veneziano e l’elemento chimico (e non mi pare che fossero palliformi), il Palladio di cui vi parlerò non è tondo e non c’entra nulla con la palla. Quindi nemmeno Atena Pallade ha nulla a che vedere con l’oggetto ludico, il cui etimo pare sia longobardo. Il nostro Palladio era una statua di legno verticale, rigida e sottile, la cui forma richiamava la stabilità incrollabile di una colonna o di una lancia piantata nel terreno. Per gli antichi, infatti, il termine richiamava il verbo greco pállein, ovvero l’atto di scuotere la lancia.
Nella penombra del Tempio di Vesta, nel cuore del Foro Romano, per secoli è stato custodito questo simulacro. Non era un gioiello, né un’opera d’arte nel senso moderno del termine: era un motore metafisico: la sola presenza di quella figura lignea decideva la vita o la morte degli imperi.
Il Palladio appartiene alla categoria dei cosiddetti xoana, statue così antiche da essere considerate cadute dal cielo. A differenza delle armoniose sculture di Fidia, il Palladio aveva un aspetto quasi inquietante: una figura statica con le gambe serrate in un unico blocco, una lancia sollevata nella destra e uno scudo (o una rocca) nella sinistra.
La sua origine affonda nel mito. Pare che Atena, ancora giovane, avesse ucciso per sbaglio la sua compagna di giochi, la ninfa Pallade. Distrutta dal rimorso, la dea ne intagliò un’immagine, che poi Zeus scagliò sulla terra. La statua si piazzò nel luogo dove sarebbe sorta Troia. Da quel momento, una profezia legò a doppia mandata la sopravvivenza delle mura troiane alla custodia di quel simulacro verticale.
Se l’Iliade si concentra sulla forza achea, altre e varie fonti – tipo il celeberrimo ciclo troiano – rivelano che Troia non cadde per le armi nemiche, ma per un furto sacrilego. I Greci, appreso che la città era inespugnabile finché il Palladio fosse rimasto nel tempio, inviarono i loro due agenti più scaltri, Odisseo e Diomede, perché lo rubassero. E così avvenne: i due si introdussero nella rocca e trafugarono il prezioso talismano. Senza quella antenna spirituale di connessione diretta fra la città e il favore divino, Troia divenne vulnerabile. L’inganno del cavallo e tutto il seguito furono l’epilogo di un’estrema empietà.
Caduta Troia, la narrazione prende due direzioni diverse, ma chi pratica il mito sa bene che la verità non è mai una sola. Per i Greci, la statua seguì i vincitori ad Argo o ad Atene, dove divenne il fulcro di un tribunale speciale. Invece, la versione romana narrata da Virgilio nell’Eneide sostiene che i Greci rubarono solo una copia. Il vero simulacro in realtà fu salvato da Enea, superò le fiamme di Ilio e i pericoli della fuga, attraversò il Mediterraneo e approdò sulle coste del Lazio, indenne insieme al principe troiano. Per Roma, quel pezzo di legno non era una reliquia del passato, ma la garanzia del futuro.
Divenuto uno dei sette pignora imperii (i pegni del potere), il Palladio fu affidato alle Vergini Vestali. Era un segreto di Stato: nessuno, tranne loro, poteva vederlo. Rappresentava la continuità mistica tra la nobiltà di Troia e la nuova potenza del Tevere. L’importanza dell’oggetto era tale che, quando il tempio di Vesta prese fuoco nel 241 a.C., il Pontefice Massimo Metello si lanciò tra le fiamme per salvarlo. Perse la vista a causa dell’incendio, ma fu celebrato per aver salvato l’anima stessa di Roma.
Come per tutti gli idoli, però, anche per il Palladio arrivò il viale del tramonto. La sua ultima traccia ci porta a Costantinopoli. Si racconta che Costantino lo fece seppellire sotto la sua colonna celebrativa, sperando di trasferire la protezione divina alla nuova capitale cristiana. Molte e varie sono le storie mitiche con il Palladio al centro del racconto, qui omesse, ma tutte tese a sottolineare la piccolezza umana di fronte alla potenza e alla volontà divina; storie in cui protezione e difesa andavano oltre i singoli esseri umani a vantaggio del bene collettivo di intere civiltà. Del Palladio, non sferico, non bello, non pregiato, resta il fascino di un simbolo misterioso ed eterno, capace di guidare le sorti dei popoli sotto l’egida dell’imperscrutabile volontà degli dèi.
Mi hai sbloccato un ricordo….a tapallera do buggu… https://silvanasciacca.wordpress.com/2019/02/07/a-tapallara-do-buggu-2/
Ahahahahahahah!! Ci pensavo, ieri sera! Me la ricordo benissimo, ‘a tapappara, anche perché abitavo poco più giù e andavo spesso ‘o buggu, per fare la spesa ma soprattutto per il mandarinetto allimòne 😛
Molto bello, l’articolo; grazie, l’ho letto con gran piacere.