
In questi giorni nella mia città, Ragusa, qualche voce si sta levando in seguito alla demolizione di un edificio di archeologia industriale, il mulino e pastificio Curiale e Rollo. Negli anni ‘30 sorgeva appena fuori la città, e 4 volte al giorno una potente sirena scandiva il tempo, non solo degli operai, ma anche dei quartieri che, a poco a poco, si stavano espandendo fino a circondarlo completamente. Un mio amico, appassionato cultore di cose “vecchie” mi ha raccontato che la sirena veniva dal porto militare di Augusta, dove era usata per le segnalazioni antiaeree. Il signor Curiale, alla fine della guerra, la comprò per poche lire.
Sono grande abbastanza da ricordare il suo suono, ma soprattutto ricordo quando mio nonno mi portava al mulino a comprare la farina. La ordinava presso un gabbiotto polveroso e poi il sacco scendeva magicamente da uno scivolo elicoidale di legno. Odore di farina e ricordo di nonno sono indissolubilmente legati, anche perché lui mangiava rigorosamente pasta fatta a mano personalmente. Stendeva la sfoglia con movimenti lenti fino a quasi renderla trasparente, la tagliava su un un logoro tagliere di legno e poi la faceva asciugare su un canovaccio, sul suo letto. Preparava piccolissimi quadrucci anche per le sue nipoti, che conservava in sacchi bianchi di tela.
Il mio piccolo monologo interiore nato dal ricordo di un luogo e dalla cascata di sensazioni che ne sono scaturite è qualcosa che rischiamo di perdere per sempre.
Al posto di quel luogo, che ha significato qualcosa, non solo per me, ma per moltissimi miei concittadini sarà costruito l’ennesimo supermercato e l’ennesimo condominio. Cosa stiamo lasciando alle future generazioni? Nessuna cattedrale, nessuna piazza, nessun edificio monumentale.
Nella mia città, esiste ormai una specie di cintura dove si allineano monotoni i templi del consumismo: centri commerciali, discount, ipermercati, grandi negozi specializzati in detersivi e prodotti per PET. A guardarla sulla mappa appare come una sorta di cinta muraria, ma al posto delle torri ci sono i simboli rossi con il carrello. Mi accorgo con orrore che la nostra bella Italia sta scimmiottando sempre più l’America dei mall e delle grandi catene, che mirano a creare degli elementi identitari specifici del marchio, ma non del luogo. Mi sorpresi quando, nel 2012 in Florida, osservai la monotona cadenza con cui si ripresentavano gli esercizi commerciali. Ogni tot km una Waffel House, ogni tot un Walmart, ogni tot un Mac Donald. Tra l’uno e l’altro solo infiniti parcheggi collegati da enormi strade a più corsie che scoraggiano anche il più temerario pedone. Le case altrove, lontane, spesso chiuse in recinti protetti, da cui macchine gigantesche escono solo per portare i proprietari al lavoro o al consumo. Fuori da questi recinti nessuno cammina: chi va a piedi è considerato un looser, uno sfigato che non ha la macchina.
Oggi molti miei concittadini hanno scelto che questa vita è desiderabile: hanno comprato villette o condomini, rigorosamente con posto auto e hanno deciso che è bello poter scegliere tra le offerte del supermercato X e quelle di Y, senza accorgersi che tutti cercano solo di fregarti, comunque. Addirittura la cintura dei supermercati è stata replicata anche nella frazione balneare della mia città, Marina di Ragusa. Fino allo scorso anno facevo la spesa in un discount nei pressi del lungomare, rabbrividendo per il costume bagnato sotto la maglietta. Compravo poco alla volta, la vita vacanziera, si sa, è soggetta a rapidi cambiamenti e nessuno ha voglia di cucinare. Ora no, il piccolo supermercato vicino alla piazza, che offriva anche un po’ di frescura ai ragazzi in cerca di una bibita economica, o agli anziani che non volevano caricarsi troppo di spesa è stato trasformato in uno shop non food….se vuoi fare la spesa devi avere la macchina, anche in una località che è bella proprio per la sua dimensione pedonale e ciclabile. Sapete qual è l’unica eccezione alimentare di questo nuovo shop? Alcolici e superalcolici. E non mi dite che il problema sono i ragazzi che si ubriacano. Sono gli adulti che pongono tutte le condizioni perché possano farlo e poi li censurano e li scacciano fuori, con le ordinanze antibivacco e antiassembramento.
Mi sono persa di nuovo, trascinata da una rabbia profonda per tutto quello che stiamo perdendo. Molti mi dicono orgogliosi che non vengono da anni in centro: Che ci vengo a fare? Non ci sono negozi e nemmeno parcheggi.
Io ho scelto la mia protesta silenziosa: vivere in centro, comprare le verdure presso un coraggioso ortofrutta gestito da una famiglia straniera (che ha prezzi strepitosi e non so quanto resisterà), scegliere con calma la carne tra due chiacchiere presso il macellaio della piazza oppure avventurarmi in bici verso il mercatino rionale del sabato. Una volta al mese vado in un discount, di quelli monomarca. Mi muovo sicura tra gli scaffali, non vengo intralciata dall’eccesso di offerta che alla fine mi confonde soltanto. Quando mi occorre vado a piedi in un piccolo supermercato del centro che è uno straordinario campionario di umanità: turisti stranieri, famiglie di immigrati, avvocati in giacca e cravatta. Con il mio carrellino pieno ripercorro la strada verso casa: la Cattedrale color miele, il suono delle campane, il saluto di un conoscente, l’odore di buono che proviene dalle pasticcerie e dai ristoranti. Ho scelto di vivere in un LUOGO, anzichè farmi trascinare dall’automobile tra un non luogo e un altro.