
Nel 1971, in crisi di ispirazione come egli stesso ammise successivamente, De Andrè prese a prestito l’Antologia di Spoon River, scritta da Edgar Lee Masters e tradotta in italiano da Fernanda Pivano, per ricostruire e reinterpretare le vite dei defunti sepolti in un piccolo cimitero americano sulla base degli epitaffi delle loro tombe.
Ne nacque, sotto forma di concept album già sperimentato con successo anni prima con “La buona Novella”, un capolavoro che inneggia alla libertà già nel titolo: “Non all’amore, né al denaro né al cielo”.
Il protagonista a cui il disco si ispira è il Suonatore Jones il quale rinuncia a inseguire ricchezza (denaro), passioni (amore) e dogmi religiosi (cielo) per vivere in libertà, seguendo solo la propria vocazione artistica senza “nemmeno un rimpianto”. Il tutto, in antitesi alle vite convenzionali degli altri defunti che da vivi sono stati protagonisti di storie di emarginazione o di ribellione e che da morti dormono sulla collina rimuginando sul loro passato.
Il disco si compone di nove tracce che descrivono storie di emarginazione, di disillusioni e di tristezze che gli stessi morti trovano ora il coraggio di raccontare e di raccontarsi con la consapevolezza che solo la morte produce. Tra le canzoni più di successo v’è certamente Un Giudice in cui è narrata la storia di un uomo di un metro e mezzo di statura che, divenuto magistrato, dispensava condanne di morte al lume del suo rancore a chi lo accusava di avere il cuore troppo vicino al buco del culo.
Nell’album sono raccontate anche le storie di un medico abbagliato dai facili guadagni e che per denaro rinuncia a vedere fiorire i ciliegi, di un matto irriso dall’intero villaggio per non essere stato in grado di esprimere con le parole il mondo del suo cuore, di un blasfemo ucciso da guardie bigotte ed altre storie di anime volate in cielo con tanti rimpianti.
La terza traccia è dedicata ad un “Malato di cuore”.
Il protagonista (che De Andrè non nomina, ma che tra i personaggi di Spoon River è identificato in Francis Turner) racconta la propria fanciullezza trascorsa ad invidiare gli altri bambini giocare e correre nel prato e rimpiange il tempo perso a lamentarsi per essere stato costretto a farsi narrare la vita dagli occhi.
Sono ricordi labili ed offuscati, resi confusi dalla morte sopravvenuta.
Nella prima parte della canzone rievoca i suoi patimenti nel vedere, al ritmo del suo cuore balordo, gli altri bambini giocare sui prati, e si ricorda di quando era costretto a bere alla coppa a piccoli sorsi interrotti, e mai tutto d’un fiato.
Ma della sua misera vita ricorda però nitidamente anche l’episodio che lo portò alla morte. E nella seconda parte rievoca l’incontro con una donna dalle cosce di madreperla, il cui frutto probabilmente rimase un fiore non colto ma che lui ricorda di avere baciato col cuore impazzito.Sono ricordi sfocati, resi imprecisi dal SUO cuore che non sopravvisse all’emozione: ma che la baciò, questo sì lo ricorda.
L’intera canzone è un inno alla ricerca della felicità, un invito a superare ciò che impedisce di godere a pieno la vita. Il malato di cuore ha vissuto tormentato dall’invidia per non riuscire ad essere come gli altri, ma attraverso la passione ha conquistato un momento di estrema felicità prima della morte.
Parafrasando ed adattando una famosa frase dello stesso De Andrè: è stato meglio morire felici che continuare a vivere come morti.
UN MALATO DI CUORE (De Andrè)
“Cominciai a sognare anch’io insieme a loro
poi l’anima d’improvviso prese il volo”
Da ragazzo spiare i ragazzi giocare
Al ritmo balordo del tuo cuore malato
E ti viene la voglia di uscire e provare
Che cosa ti manca per correre al prato
E ti tieni la voglia, e rimani a pensare
Come diavolo fanno a riprendere fiato
Da uomo avvertire il tempo sprecato
A farti narrare la vita dagli occhi
E mai poter bere alla coppa d’un fiato ma
A piccoli sorsi interrotti
E mai poter bere alla coppa d’un fiato ma
A piccoli sorsi interrotti
Eppure un sorriso io l’ho regalato
E ancora ritorna in ogni sua estate
Quando io la guidai o fui forse guidato
A contarle i capelli con le mani sudate
Non credo che chiesi promesse al suo sguardo
Non mi sembra che scelsi il silenzio o la voce
Quando il cuore stordì e ora no, non ricordo
Se fu troppo sgomento o troppo felice
E il cuore impazzì e ora no, non ricordo
Da quale orizzonte sfumasse la luce
E fra lo spettacolo dolce dell’erba
Fra lunghe carezze finite sul volto
Quelle sue cosce color madreperla
Rimasero forse un fiore non colto
Ma che la baciai questo sì lo ricordo
Col cuore ormai sulle labbra
Ma che la baciai, per Dio, sì lo ricordo
E il mio cuore le restò sulle labbra
“E l’anima d’improvviso prese il volo
ma non mi sento di sognare con loro
no, non mi riesce di sognare con loro”