[…] Questa visione veramente mi ha turbato
il cuore nel petto:
appena ti guardo un breve istante,
nulla mi è più possibile dire, […]

Saffo (fine VII sec. a. C. – inizio VI sec. a. C.), frammento 31 V

Sembra incredibile, eppure i sentimenti che proviamo per la fine di un rapporto sono gli stessi da secoli, anzi da millenni. Il peso opprimente sul petto, il nodo alla gola e allo stomaco, le numerose lacrime sono i sintomi del mal d’amore più comuni. La poetessa greca, Saffo, vissuta tra la fine del VII secolo a. C. e l’inizio del VI, li descrive in una composizione celebre di cui possediamo solo un frammento. Ci racconta di come rimanga senza parole nel vedere la donna che ama con un altro uomo. Nei versi successivi continua la descrizione del suo malessere; mentre comincia a sudare, gli occhi smettono di vedere e le orecchie le ronzano. Quelli di cui parla sono indizi della gelosia che prova per l’impossibilità di restare vicina all’oggetto del suo amore.

La malattia d’amore descritta dalla poetessa di Lesbo è comune a tutti noi al punto da diventare un vero e proprio modello per gli autori successivi. Tra questi spicca il poeta latino Catullo, che ne rielabora le parole nel celebre carme 51. Lo stesso scrive ancora al carme 76, poema conosciuto anche come “Preghiera agli dèi”:

[…] strappatemi dal cuore questo male che mi conduce a rovina, questo flagello
che, penetrato come un languore fino in fondo alle fibre,
mi ha cacciato via completamente dal petto la gioia. […]

Catullo (84 – 54 ca. a. C.), carme 76, “Preghiera agli dèi”

La relazione con Lesbia è giunta al termine, ma l’autore non riesce a superare il dolore per la fine di questo rapporto. Prega allora gli dèi affinché compiano un atto di pietà nei suoi confronti ed estirpino il “male” dal suo cuore. Definisce il dolore un flagello che gli pervade le membra e impedisce alla gioia di entrargli dentro. Catullo è furioso con Lesbia perché lei lo ha tradito (sebbene la loro fosse una relazione extraconiugale, il poeta fa spesso riferimento al patto di fedeltà dell’amore legittimo) e si chiede perché non riesca ad allontanarsi da lei che pure lo ha fatto soffrire così tanto:

E allora perché tormentarti più a lungo?
Perché non ti fai coraggio e ti scosti da lei
E la smetti d’essere infelice, se i numi ti sono contrari?

Sono domande semplici; quante volte ci siamo interrogati allo stesso modo alla fine di una relazione d’amicizia o d’amore? E tuttavia non siamo riusciti a troncare subito la relazione con la persona che ci ha causato sofferenza. Nei versi successivi il poeta ci offre la risposta:

È difficile spezzare di colpo un lungo legame d’amore.
Lo so che è difficile, ma ci devi riuscire comunque.

Il poeta è ben consapevole della difficoltà dell’impresa, come ci si può allontanare da una persona con cui si è condiviso il mondo? Da qualcuno che è stato per noi importante e vitale? Da chi ha rappresentato vita, parole e gioia? All’inizio è come chiedere al corpo di smettere di respirare, e per un po’ pare che si abbia dimenticato davvero come si respira. È doloroso e impossibile. Si ha spesso la sensazione che possa condurre alla morte.

Non so se sei vivo
o sei perduto per sempre,
se posso ancora cercarti nel mondo
o ti debbo piangere mestamente
come morto nei pensieri della sera.
Ti ho dato tutto: […]

Anna Andreevna Achmatova (1889 – 1966), da “Lo Stormo Bianco”, Edizioni San Paolo, 1995

Queste parole della scrittrice russa Anna Achmatova, pseudonimo di Anna Andreevna Gorenko, definita una delle voci più alte della poesia novecentesca, sono perfette per descrivere lo smarrimento che segue la fine di un rapporto. L’incredulità nel condurre un’esistenza all’oscuro di quella dell’altro; la sconfitta; il senso di fallimento che segue la conclusione di una relazione sono descritti magistralmente dal verso dell’autrice “Ti ho dato tutto”. In questa frase è racchiuso il rammarico che questo “tutto” non sia stato sufficiente a mantenere in vita quello che avevano. La poetessa ci ricorda che perdere qualcuno è un vero e proprio lutto, che l’altro sia morto oppure no. Bisogna lasciare andare la persona amata e con lei una versione di sé stessi, che viveva solo in sua compagnia. Nonostante tutto però continuiamo ad innamorarci e a soffrire per amore, come falene attratte dalle fiamme. Dovremmo aver ormai imparato a tenerci lontano da questi dolori, allo stesso modo in cui abbiamo appreso ad evitare di ingerire piante velenose e a non bruciarci con il fuoco. Invece, ricadiamo negli stessi errori dei nostri predecessori. Ma forse la spiegazione è più semplice di quanto possiamo immaginare; ne vale la pena. Nonostante il dolore immenso che proviamo quando le nostre esistenze si separano da coloro che abbiamo amato; la bellezza, la gioia e il legame che abbiamo sperimentato con loro sono talmente grandi da valere ogni singola lacrima che alla fine abbiamo versato.

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