
Nel mese dell’amore, ma anche di Sanremo, di carnevale, delle Olimpiadi – e sorvoliamo sulle brutture che accompagnano tutti i giorni di tutti i mesi di tutto l’anno – voglio portarvi nell’intimità dei lirici greci, con uno dei frammenti più belli secondo me: l’esortazione di Archiloco al suo cuore, quindi a sé stesso. L’intento è quello di suscitare il ricordo in chi lo ha studiato e l’interesse di chi non lo ha mai letto nemmeno in italiano, per sottolineare quanto moderne e fighe possano essere parole di quasi tremila anni fa.
In primis, ecco il testo in lingua originale, spudoratamente copincollato dal web. Però ho verificato sul libro: è scritto giusto. Il breve componimento è in tetrametro trocaico catalettico, un metro divertente da leggere, se non fosse che io e la metrica non andiamo d’accordo.
Θυμέ, θύμ᾽, ἀμηχάνοισι κήδεσιν κυκώμενε,
ἀνάδυ, δυσμενῶν δ᾽ ἀλέξευ προσβαλὼν ἐναντίον
στέρνον, ἐνδοκοισιν ἐχθρῶν πλησίον κατασταθεὶς
ἀσφαλέως καὶ μήτε νικῶν ἀμφάδην ἀγάλλεο,
μηδὲ νικηθεὶς ἐν οἴκῳ καταπεσὼν ὀδύρεο,
ἀλλὰ χαρτοῖσίν τε χαῖρε καὶ κακοῖσιν ἀσχάλα
μὴ λίην, γίνωσκε δ᾽ οἷος ῥυσμὸς ἀνθρώπους ἔχει.
In secundis, e perdonerete la tracotante vanità, vi propongo una mia traduzione del frammento, a supporto del commento che seguirà:
Cuore, o cuore, da mali spietati scosso,
riemergi, difenditi dagli avversari contrapponendo
il petto, appostato vicino ai nascondigli dei nemici
con fermezza; e non vantarti apertamente quando vinci,
non lamentarti avvilendoti in casa quando sei stato sconfitto,
ma godi delle gioie e dei mali addolòrati
senza esagerare; prendi coscienza di quale ritmo governi gli uomini.
Bello, vero? Si potrebbe riassumere in “Fa’ il bimbo grande, senza piangere!”. O, come piace molto in quest’epoca di prestiti linguistici e parole usate a caso, con un paio di quintali di resilienza. Eppure, Archiloco lo dice in modo meraviglioso, usando la metafora bellica che è quella a lui più affine: Archiloco è un soldato, un poeta soldato anche un po’ girovago. Un poeta soldato mercenario.
Siamo lontani dai fasti degli eroi omerici, dagli eserciti in cui valorosi prìncipi si distinguevano per nobili gesta senza però venir meno al patto unitario e patriottico. L’eroe senza paura – e, qualora ne avesse avuta qualcuna, questa era dissipata dalla forza del gruppo o dall’intervento divino – è entrato in crisi ed è tramontato.
Nel VII secolo a.C, il soldato, così come l’uomo, è solo con le sue fragilità e non ha remore a esternarle. Archiloco è il mercenario che ci racconta di aver gettato lo scudo per salvarsi in battaglia, ripromettendosi di comprarne un altro, è il poeta che non invoca alcuna musa, sa poetare di suo, al massimo cerca la folgorazione creativa nel vino. E qui, in questo frammento, è l’uomo che si dà coraggio da solo, che parla al suo cuore invitandolo (invitandosi, quindi) a gioire ma senza troppo vanto e a resistere agli urti della vita (cit.) con compostezza, in nome di una sola e grande regola: buona e cattiva sorte si avvicendano, è un ritmo tipico della condizione umana, in un loop infinito. Saputo e metabolizzato ciò, c’è solo da tenersi forte nelle sventure e aspettare il giro buono.
Archiloco è il poeta del VII secolo a.C., ma potrebbe anche essere un avanguardista dei primi del novecento. Oppure, e vi prego di notarne la modernità, l’uomo di questo millennio, che troppo spesso si trova immerso nel caos di persone, cose e fatti, ma in realtà può contare solo su sé stesso. A volte, allora, si smarrisce, altre volte si stranisce, oppure getta lo scudo per salvarsi la pelle.
Quando si ricorda, però, di sé, si conforta e si incoraggia richiamandosi alla lucidità e all’obiettività: resisti, passerà, è la vita; questo, il suo messaggio, semplice e potente. Di quasi tremila anni fa.
Buon San Valentino a tutte e a tutti.