
Se pensiamo alle città come esoscheletri, ovvero strutture artificiali dove vivono società umane in un continuo ricambio generazionale, notiamo come esse si rimodellino più o meno velocemente (come le spugne, le barriere coralline o i termitai). Il cuore di queste strutture è, nella maggior parte dei casi, collocato nel centro generativo dell’abitato, in posizione spesso coincidente con il suo centro geometrico. Nelle città di origine romana questa logica è chiarissima: il centro è l’incrocio tra il cardo ed il decumano, che risulta essere anche nucleo ordinatore di tutta l’organizzazione agricola circostante.
Ma cosa succede quando il centro storico si trova in posizione periferica o addirittura insulare rispetto alla città che ha continuato ad espandersi altrove?
Ragusa, la città dove vivo, ha un cuore che batte su una collina che volge le spalle al mare: Ibla. La raggiungi con una strada esterna, oppure con un serpente di tornanti o con scale pittoresche in discesa e faticose in senso opposto. Sembra un gatto addormentato tra cuscini di un vecchio divano di boschi, che ha scelto il posto volutamente più distante dalla modernità delle rotatorie, dei condomini, dei supermercati. Oggi ha un aspetto curato ed elegante, ma c’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui i tetti di case, palazzi e chiese erano sfondati e la natura stava inesorabilmente prendendo il suo possesso, come in un famoso castello delle fiabe. Per fortuna la bella addormentata è stata svegliata, non da un principe, ma da una legge regionale, la n. 61/1981, che ha portato risorse e strumenti per salvarla.

La stessa bacchetta magica ha salvato un’altra principessa, ancora più nobile per natali e antichità: Ortigia. Se Ibla è una penisola fluviale, ed il suo progressivo abbandono è iniziato dopo il terremoto del 1693, Ortigia è un’isola in posizione dominante su due golfi, e il suo successo ha fatto sì che la città di Siracusa si espandesse ben presto sulla terraferma. Siracusae-arum, ve li ricordate i pluralia tantum? Nomi di città presenti solo al plurale: avvertivano che non si trattava di città unitarie, ma di agglomerati policentrici di villaggi e centri produttivi e portuali.
I primi due esempi sono stati il mio punto di partenza, a cui sono legata per vicinanza e affetto. Da questi sono partita per un viaggio ideale, che non intende essere esaustivo, anzi vuole essere lo spunto per chiedere ai lettori di contribuire a questo catalogo di cuori che battono fuori dal loro corpo. Mi sono fermata alla nostra penisola, che per storia, orografia collinare e complessità delle linee di costa è ricca di esempi. Questi cuori fuori dal corpo sopravvivono per ragioni diverse: per interventi di rianimazione artificiale, per la loro vocazione turistica, per scelte politiche ben precise (come quella di collocarvi o mantenervi servizi amministrativi, culturali o accademici). Altri cuori si stanno a poco a poco spegnendo insieme al corpo che li tiene a stento in vita.
La maggior parte li ho visitati personalmente, qualcuno è nella mia lista dei desideri. Nella ricerca mi ha aiutato tanto google maps, per nulla l’AI, che sembra non capire l’oggetto delle mie domande
Il caso di Ragusa Ibla, con il centro storico collinare, ma posto ad una quota più bassa del resto dell’abitato è piuttosto raro. Nella maggior parte dei casi la parte alta è la più antica e i quartieri moderni sono scivolati verso la pianura, alla ricerca di spazi, strade, comodità. Ci sono città capoluogo, come Bergamo, con la sua città alta, protetta dalle mura veneziane e raggiungibile con scale e con funicolari, ed Enna, con il suo centro che domina come un nido d’aquila gran parte della Sicilia. Ma anche piccoli centri come Certaldo, da tutti noto come il paese che ha dato (forse) i natali a Boccaccio, ma che per certo ne conserva le spoglie.

Certaldo vecchia è un piccolo nucleo di case di mattoni e tetti rossi, posto su una collina che un tempo dominava la via Francigena, lungo il suo passaggio nella Val d’Elsa: ora è completamente separato dalla parte nuova che si è srotolata lunga la strada ferrata e le altre vie di comunicazione. Funziona benissimo come scenario inimitabile di festival e manifestazioni (anche perchè si possono controllare i pochi accessi e chiedere un biglietto per gli spettatori).

Da Boccaccio ad un famoso poeta…se vi dicessi Barga, cosa vi viene in mente? Ma Pascoli, suvvia. Qui non ci sono stata, l’ho scoperta proprio scrivendo questo articolo e ora ho una gran voglia di visitarla. Si trova in provincia di Lucca, nella Garfagnana, anche questo è un centro circondato da mura medievali, chiuso da porte, che guarda dall’alto la città moderna. Ed è anche la città più scozzese d’Italia, per una lunga storia di emigrazione e successive relazioni con la città di Glasgow.

Restando in Toscana, altro borgo sospeso sulla via Francigena è Filattiera. Siamo in Lunigiana (provincia di Massa e Carrara), ed i paesi qui sono grigi di pietra e sasso. Nel borgo vecchio, in cui ho soggiornato per una settimana, ci sono solo due bar nella piazza principale. Per comprare il pane o spedire un pacco devi andare a Filattiera nuova, mentre per il supermercato ti serve un’auto che ti porti a Pontremoli. Tutto ti racconta delle difficoltà comuni ai centri minori delle zone interne, tra spopolamento e mancanza di opportunità.

Tutt’altra storia per le città costiere, dove la destinazione balneare rischia di produrre l’effetto opposto: Gallipoli, provincia di Lecce, ha un centro storico molto simile ad Ortigia, posto su un’isola separata dalla città. Oggi è presa d’assalto in estate per la bellezza del suo mare cristallino, mentre un tempo era ricca come centro di esportazione dell’olio lampante, tanto acido da essere usato solo per l’illuminazione.
Ma se il mare e la costa sono stati devastati da un’industrializzazione selvaggia, a nulla vale la tua posizione. Lo sa bene l’isolotto che socchiude il porto di Taranto, con trascorsi antichi e prestigiosi come quelli di Ortigia: a cavallo tra la città nuova ed il polo siderurgico, il centro storico di Taranto sopravvive a stento tra degrado e abbandono.

Sospesa tra i calanchi, tra il lago di Bolsena e la valle del Tevere, in provincia di Viterbo, Civita di Bagnoregio è uno dei cuori più sorprendenti: ci arrivi con una passerella pedonale, da cui puoi osservare i graffi delle frane che l’hanno a poco a poco ridotta e allontanata dal resto dell’abitato di Bagnoregio. Ci abitano in maniera permanente solo 10 persone, e, non so per quale arcano mistero, è visitata soprattutto da turisti cinesi, tanto che insegne e menù sono tradotti in ideogrammi orientali. Ogni angolo del piccolo borgo è lindo e fiorito, come se un incantesimo l’avesse imbalsamato per sempre, silenzioso e perfetto.
Molto diverso è il destino di Craco, piccolo centro in provincia di Matera. I calanchi sono identici a quelli di Bagnoregio, ma l’Appennino Lucano non offre altrettante opportunità turistiche. Una serie di frane cominciate nel 1963 hanno costretto i suoi abitanti ad andare via. Alcuni hanno ricostruito le loro case più in basso, nella città nuova, molti sono proprio emigrati altrove. Ora Craco vecchia è una vera Ghost town, visitabile solo grazie speciali tour autorizzati. Le case semidirute conservano arredi e segni di una vita semplice e povera, che non valeva la pena nemmeno portarsi dietro. Qui il cuore si è proprio fermato, e solo il fascino per l’abbandono spinge qualche turista ad addentrarsi per i suoi vicoli.

Concludo con un ricordo che mi riporta alla mia prima adolescenza: nel lembo sud occidentale della Sardegna, nel cuore del Sulcis, Tratalias fu per qualche secolo sede vescovile, e di questo periodo conserva una sorprendente chiesa romanica, che sembra una chioccia che protegge poche casette che si stringono alla sua ombra. Negli anni ‘80 del secolo scorso, una diga venne costruita poco distante, sul monte Prano, per agevolare l’agricoltura locale. L’acqua trovò altre strade per scendere a valle e si infiltrò tra i muri delle casette di Tratalias. I non numerosi abitanti furono trasferiti in un anonimo quartiere a qualche centinaio di metri di distanza.

Ho vivo il ricordo di un pomeriggio assolato di luglio: le porte spalancate, le tappezzerie sbiadite, gli specchi rotti. Ma non potrò dimenticare due vecchietti, con le loro sedie di legno e corda, seduti entro uno spicchio di fresco accanto alla chiesa, in quello spazio ormai troppo grande che un tempo era la piazza. Per loro il cuore della loro comunità batteva ancora ai piedi dell’orgogliosa chiesa di Santa Maria di Monserrato.
Quel ricordo mi fa dire che l’unica terapia che può tenere in vita la parte più antica delle nostre città, che siano centri geografici o extracorporei, è l’amore che per essi hanno i propri cittadini. Solo questo spingerà gli amministratori a trovare le strategie migliori, quelle necessarie per permettere a questi cuori di continuare a battere.