
Gesuiti euclidei, cinghiali bianchi, penne stilografiche, aerei da caccia, treni di Tozeur, mondi lontanissimi, meccaniche celesti, correnti gravitazionali, insalata e uva passa, orinali ed erezioni (anche se timide). E poi tutti i muscoli del corpo, tranne uno. Il cuore, ahimè.
In centinaia di brani scritti, arrangiati, cantati da Franco Battiato, in una carriera che ha saputo viaggiare in tutti gli spazi possibili delimitati dalle sette note, il “cuore” non sembra avere mai un ruolo da protagonista. Non trova posto neppure nel suo brano più celebre, La cura, un manifesto dell’amore universale.
Eppure tutto era cominciato con un battito cardiaco. È così che si apre, prima ancora delle parole e delle note, Fetus brano che dà il titolo al primo long-playing del Maestro di Jonia. Segue un verso:
Non ero ancora nato e già sentivo in cuore
che la mia vita nasceva senza amore,
che declina la rima più inflazionata nella maniera più spiazzante possibile. Il cuore serve a capire che la vita è un fatto puramente biologico, che non necessita di alcun sentimento per manifestarsi. È pur vero che qui siamo agli albori di una carriera che virerà sempre in traiettorie ascendenti e trasversali, ma il passaggio citato resterà molto significativo.
Gli anni della sperimentazione eclissano il cuore e si affannano tra formule scientifiche, sprazzi di memorie lontane, cieli di schizofrenia, fino a giungere alla catarsi di un suono puro che non ha bisogno più neppure della voce.
Sarà ne L’era del cinghiale bianco, che risorge in Battiato una vocazione pop. Prigioniero del “Re del mondo” e poi celato nel dialetto siciliano di Stranizza d’amuri, torna a battere il nostro muscolo di riferimento, rianimato da ’na scossa ‘ndo cori, un’emozione che non è certo un’aritmia, ma proprio il segno di un innamoramento sincero. Ma è uno sprazzo di autenticità che ritroveremo solo dopo molti anni.
Nel disco Patriots la parola “cuore”appare fugace nei fulminanti versi del brano Venezia-Istanbul dove nel solito vortice di immagini e citazioni ascoltiamo:
Socrate parlava spesso delle gioie e dell’amore e nel petto degli alunni si affacciava quasi il cuore.
E nulla più!
Nell’epocale La voce del padrone la parola “cuore” non compare mai. Tutto passa attraverso immagini, allusioni, cultura, ironia e distanza. Nei sette brani che hanno fatto la storia della musica italiana e che hanno polverizzato record di vendite tra centri di gravità, bandiere bianche, uccelli che volano in alto, nostalgia, segnali di vita e persino tanto sesso, non c’è spazio per il “cuore”.
E la musica non cambia, è proprio il caso di dirlo, negli album a venire. Con la sola eccezione di un brano di grande bellezza che si intitola La stagione dell’amore.
Ancora un altro entusiasmo ti farà pulsare il cuore canta Battiato dandoci l’illusione che l’innamoramento possa essere qualcosa di dolce, di bello. In realtà, forse, suggerendoci che la ciclicità di questo amore che viene e va come le stagioni, possa essere più prossimo a un’influenza o a un raffreddore che a un elemento positivo e vitale.
Il cuore, nei Mondi lontanissimi di Battiato, soffre un poco di “aritmia” e l’unica canzone quasi d’amore, come direbbe il suo collega Guccini, ha per titolo L’animale. Non proprio un buon viatico per credere che al cuore sia riservato un posto di privilegio.
A chiarire in definitiva le cose, però, ci pensano tre brani meno conosciuti ma coevi, composti sul finire degli anni Ottanta.
Nel primo, Secondo imbrunire (dall’album Fisiognomica) la contrapposizione tra la voce del cuore e la vocazione a una vita solitaria appare nettissima e insanabile.
E il cuore quando si fa sera muore d’amore,
non si vuol convincere che è meglio vivere da soli.
Il secondo brano si intitola “Il mito dell’amore” e aggiunge una drammatacità quasi funerea alle immagini di due innamorati che si lasciano su un lungomare. Il protagonista maschile della coppia decide di abbandonare la ragazza e dichiara senza troppi giri di parole:
Mi tocchi il cuore e la libertà
ma solo l’idea mi fa sentire prigioniero.
Non basta la dolcezza di E ti vengo a cercare, brano simbolo di questo LP, a lenire l’idea che l’amore tra esseri umani possa custodire qualcosa di buono.
Ma il processo che condanna senza appello il “cuore” nella poetica di Battiato si celebra in un disco parallelo. Parliamo di un brano scritto per Milva che si intitola programmaticamente Le vittime del cuore. Non è altro che un elenco spietato delle vulnerabilità emotive di chi crede nell’amore. Non c’è passaggio di questo testo che non metta in guardia in tal senso.
“Le vittime del cuore vivono di ideali
cercando un nuovo dolore che porterà delle ferite speciali…
Poveri prigionieri d’amore”
E ancora:
Il potere dell’amore chi lo può mai fermare?
Soltanto un’anima pura può scappare
dai tranelli del cuore e ancora e sempre
un mare di parole, energie da sprecare.
E se il concetto non fosse ancora chiaro arriva l’affondo finale:
Io degli innamorati del loro mondo ideale e delle loro avventure
non saprei che cosa invidiare.
Dopo pochi anni, toccate vette mistiche di grande rilievo, Franco Battiato abdicherà quasi del tutto al ruolo di poeta, lasciando al filosofo Manlio Sgalambro il compito di comunicare attraverso le parole. Cercare una qualche consolazione per il cuore nei suoi versi sarebbe un tragico errore. L’empietà di Sgalambro non risparmia Dio, figuriamoci i moti del cuore messi addirittura sotto accusa in uno spietato Auto da fé che anela a praticare il sesso senza sentimenti. Altri titoli chiarificatori riguardo la vita di coppia? “Amata solitudine”, “La quiete dopo un addio”, “I giorni della monotonia”….
Persino nel testo di Tutto l’universo obbedisce all’amore Battiato non manca di farci notare come si possa rimanere schiavi delle catene dell’amore.
La via del cuore, per lo meno riferita alla vita di coppia, non è la strada intrapresa da Battiato nel suo percorso umano ed artistico. Ma alla fine della strada un piccolo colpo di scena si celebra in uno dei brani, a mio avviso, meno riusciti di Franco Battiato.
Affaticato dalla malattia e forse consapevole di estrarre sempre piccoli tesori ma da risorse ormai esauste, Battiato congeda Le nostre anime, tra i suoi ultimi brani e forse il suo testamento. Un testo di immediata sincerità e che potrebbe lasciare interdetti per una prosaicità alla quale l’artista non ci aveva abituati. Si racconta dell’incontro con un amore del passato con il quale si sogna di percorrere l’ultimo tratto della propria vita. In questa canzone Battiato si lascia scappare in un filo di voce un verso che sembra volere chiedere scusa. Un cedimento emotivo al rigore quasi monastico con il quale l’uomo e l’artista ha forse contenuto i suoi sentimenti.
Riserviamo al cuore una lode canta in un flebile soffio ma è un soffio che ha, finalmente, il sapore della verità.
Bellissimo articolo sul ‘mio’ Battiato! Mi hai spinto a una ulteriore riflessione.
Secondo me, anche “Torneremo ancora” fa parte del suo lascito…
senza dubbio hai ragione. Ma “Torneremo ancora” è un brano “condiviso” con Juri Camisasca… “Le nostre anime” è proprio l’ultimo 100% Battiato 🙂