Cammino tra quelle radure, in un sentiero di palme e di fiori carnosi, dolcemente a strapiombo sull’Oceano Indiano, che ancora ombreggiano i resti di quella che fu antica prigione. Porto, eco di lacrime, buio senza speranza.

Avverto un silenzio dolce, odoroso. Una quiete densa. 

Come se quel luogo ricordasse tutto.

La fatica, gli spasimi, il cammino senza fine, le carovane disumane, l’impietoso strazio. Traffico di umanità e avorio e spezie.

E il mare non come fine. Ma come caso, agonia, oscurità.

Da lì si traghettava verso Zanzibar. Da Zanzibar verso Oriente, il mondo arabo.

Resti coloniali delle prigioni

“A Bagamoyo si piangeva. A Zanzibar calava il silenzio”. Così scrisse l’esploratore Burton.

E David Livingstone, medico missionario, riportò, non senza sgomento, che nessun occidentale avrebbe mai potuto immaginare quelle atrocità, quella totale assenza di Dio.

Ho lasciato la jeep sotto la riverenza delle palme, il lieve declivio è una messe di fiori e rigoglio di arbusti verdi. Per arrivare fin qui, ho attraversato il villaggio fino a un sentiero sottile che rasenta una antica missione cattolica.

Poco prima, un allevamento di coccodrilli.

Adesso i miei piedi affondano sulla sottile sabbia bianca, un dhow con la vela fiacca pagaia sulla linea pastello dell’orizzonte. Immagino che Zanzibar sia lì, proprio di fronte ai miei occhi.

Un dhow a Bagamoyo

Bagamoyo deve essere il punto in cui il viaggio ferma il suo movimento per divenire verità.

È come se questi visi, questi gesti, questi sorrisi, questo andirivieni lento, muto, ancestrale, della gente del villaggio, queste curiosità vive che si avvicinano timidamente, chiedessero non di ricordare, ma di non passare oltre con leggerezza.

Un uomo se ne sta seduto tra i rami di un albero, sospeso tra ombra e mare, più in là dei Masai in dissolvenza verso un’ansa lussureggiante, sotto a una transumanza di nubi. E gabbiani.

Come si fa a mantenere il cuore intatto, laddove altri lo hanno lasciato?

Il mare talora risuona di catene e carne lacera. Come di ossa e abbandono.

In un languore estenuante.

La lingua swahili è un disegno infantile, suona semplice e lascia libera la fantasia.

Ma l’immagine di Bagamoyo è placida, nel suo dolore inesprimibile.

Bwaga moyo” vuol dire “Posa il cuore”. Come abbandonare la speranza, lasciare l’anima e le radici per non tornare più indietro.

L’uomo sull’albero pare salmodiare in inglese, “Qui lascio il mio cuore, qui lascio il mio cuore”. E poi guarda altrove, come a scrutare ritorni. O illusioni.

Come a convincersi di non portarlo oltre, il cuore, di non proteggerlo, non salvarlo.

In swahili non si perde il cuore: lo si posa. Lo si depone.

Il palmeto di Bagamoyo

Adesso che ritorno sui miei passi, risalendo la medesima radura, avvolto dai colori e dai profumi dolci, un bambino mi osserva, ha gli occhi che luccicano, e con la sua manina cerca la mano della mamma.

Il mio sguardo passante gli chiede come un perdono.

Ma Bagamoyo è oramai un luogo dove la storia non grida, ma sussurra. Anche se il suo nome nasce dal dolore.

E il cuore non dovrebbe mai essere un peso da abbandonare, ma ciò che rende umano ogni passo.

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