
Ci sono parole che non chiedono permesso.
Entrano nella frase come un corpo estraneo, occupano spazio, creano un indiscutibile imbarazzo.
“Palle” è una di queste.
Abbiamo scelto questo tema del mese perché non è neutro, non è elegante, non è comodo, ma ogni tanto bisogna anche essere scomodi. È una parola che dice troppo e male, proprio per questo ci interessa. Sta a metà tra il corpo e il linguaggio, tra l’insulto e l’elogio, tra il ridicolo e il potere. È una parola che pesa, che rotola, che urta.
Pensiamoci bene: da un lato viviamo in un tempo in cui si chiede continuamente di “avere le palle”. Ai leader, ai lavoratori, agli artisti, agli individui. Avere le palle per decidere, per rischiare, per resistere. Come se il coraggio abitasse in un organo specifico, come se tutta la forza fosse localizzata lì, come se tutto il resto del corpo – la testa, il cuore, la pancia – fosse un semplice accessorio.
Eppure, giova ricordarlo a tutti, le palle sono estremamente fragili. Fanno male. Si possono perdere. C’è chi le possiede e non vorrebbe averle per diventare una donna e ci sono donne che le desiderano per transitare nel genere maschile. Possono essere simbolo di dominio o motivo di vergogna. Possono esserci o non esserci, e spesso per definire l’essenza autentica di una persona non cambia assolutamente nulla.
Forse è proprio questa ambiguità che le rende così utili come metafora: perché permettono di mascherare rapporti di potere, di naturalizzare la violenza, di trasformare la prepotenza in carattere.
Allora perché, soprattutto gli uomini, continuiamo a usare le palle per spiegare tutto? Perché il coraggio deve sempre suonare maschile? Perché la noia è qualcosa che “rompe le palle”? Perché la bugia è una palla raccontata bene?
Qui non ci interessa celebrare le palle, fossero anche quelle indispensabili per giocare una partita di calcio o di tantissimi altri sport. Ci interessa di più osservare, smontare, prendere in giro, il modo che abbiamo di interpretare questo tema. Le palle sono corpo, parola, simbolo e metafora. Ci sono quelle che fanno ridere e altre che fanno arrabbiare.
Ci sono palle che volteggiano sospese nel cielo aggrappate a leggi di gravità per me difficilissime da comprendere.
Ecco perché questo non è un tema virile, maschilista o coraggioso. Non è un tema con le palle, ma sulle palle. Proviamo a capire perché la società odierna ce le chieda continuamente e perché, piuttosto, è possibile anche senza di esse spiegare il mondo…. anch’esso una palla celeste, in cui viviamo o proviamo a vivere.