
L’allenatore nel pallone è uno di quei film che molti italiani conoscono a memoria senza ricordarsi davvero quando l’hanno visto per la prima volta e poi per quante altre volte ancora. Solo per questo merita di essere considerato con la giusta attenzione. Passa in tv da quarant’anni, viene citato al bar e allo stadio, trova spazio sui social. Continua a funzionare, insomma. Non solo perché, ammettiamolo con buona pace di tutti, fa ridere, ma perché sotto la superficie farsesca racconta qualcosa di serio: il calcio come sport nazionale e l’italiano medio come eterno tifoso.
Il film ha la regia di Sergio Martino e Lino Banfi come indiscusso protagonista. E a guardarlo oggi sembra una barzelletta che dura novanta minuti. Proprio il tempo di una partita. Gag poco raffinate, doppi sensi e nonsense, personaggi sopra le righe, calcio ridotto a puro pretesto narrativo. Questi gli ingredienti. Eppure, dietro tanta superficialità, il film riesce a fotografare un’Italia calcistica e sociale con una precisione che merita più rispetto di quanto normalmente riceva.
Il protagonista è Oronzo Canà un allenatore improbabile e teorico di una rivoluzionaria “B zona”. La sua maschera comica affonda le radici nella tradizione della commedia all’italiana: è un illuso, un presuntuoso simpatico, una vittima delle circostanze che Banfi interpreta con una fisicità e un ritmo da attore in pienissima forma. Oronzo Canà non è solo ridicolo, ma tragicamente convinto di essere un genio incompreso.
La “B zona”, in questo senso, è una trovata geniale. È una presa in giro non solo delle mode tattiche, ma del nostro eterno complesso di inferiorità mascherato da creatività. Non sappiamo fare le cose come gli altri, allora le reinventiamo in modo confusionario e imperfetto sperando che nessuno se ne accorga. E infatti, Oronzo Canà la spiega ai giocatori e ai giornalisti senza che mai qualcuno la capisca. Nessuno osa ammetterlo, tranne un giornalista molto antipatico. Anche questo, come direbbe lo Stanis di “Boris”, è molto italiano.
Accanto a Banfi, una serie di personaggi e situazioni da cult movie.: Aristoteles, il brasiliano scoperto per caso e diventato bandiera della Longobarda; il presidente Borlotti, che incarna il capitalismo calcistico ingenuo e arrogante; il difensore un po’ iettatore Crisantemi acquistato nel calciomercato di novembre (ovviamente); Speroni centravanti belloccio e corrotto che si vende le partite; gli impresari interpretati da Gigi e Andrea astuti e ingannevoli come il gatto e la volpe; i giornalisti, pronti a osannare o distruggere in base alle circostanze. Tutti stereotipi visti e rivisti nel cinema di “cassetta” ma funzionali per accumulare situazioni comiche capaci di strappare comunque una risata.
Rivedendolo oggi, il film colpisce anche per la sua innocenza. Il calcio è già un grande business, ma non ancora un’industria globale iper-patinata. Gli stadi sono più squallidi, le divise delle squadre non portano cognomi scritti sulle spalle, i campioni come Ancelotti, Pruzzo, ed altri che appaiono come cameo nella pellicola, sembrano decisamente più umani dei calciatori di oggi. Il film cattura quell’istante prima della trasformazione definitiva del pallone in spettacolo permanente, quando le partite si giocavano solo la domenica pomeriggio ed era ancora possibile ridere di tutto senza sentirsi parte di una strategia di marketing.
La regia di Sergio Martino è ovviamente piatta, televisiva, superficiale. Ma, del resto, appare del tutto coerente con il materiale narrativo: L’allenatore nel pallone non vuole essere cinema “alto”, bensì intrattenimento popolare consapevole della propria natura. E proprio per questo riesce a sopravvivere al tempo meglio di molte commedie più ambiziose.
Se è passabile questo paradosso, L’allenatore nel pallone è un film intelligente nella sua stupidità dichiarata. Usa la risata per raccontare un Paese che si arrangia, che improvvisa, che imbroglia e si affida al caso e poi si sorprende quando il caso non funziona. Oronzo Canà, con la sua giacca stropicciata e le sue certezze granitiche, con le sue scaramanzie, la sua onesta ingenuità, e la sua devozione per il barone Nils Liedholm è uno specchio che deforma la realtà ma resta sincero: a distanza di oltre 40 anni ridiamo di lui e gli vogliamo bene perché, in fondo, lo riconosciamo. Ed è anche per questo che all’Allenatore nel pallone perdoniamo un sequel improponibile e continuiamo a citarlo, a rivederlo, a considerarlo un classico. Sgangherato ma classico.