
Fu a fine del Settecento, in piena epoca del cosiddetto “dispotismo illuminato”, che l’astronomo e matematico Giuseppe Piazzi, ricevette dal re Ferdinando III di Borbone l’incarico di fondare a Palermo un osservatorio astronomico. Proprio quel Piazzi che, da lì a poco avrebbe scoperto Cecere, l’unico pianeta nano del nostro sistema solare.
In realtà la scelta di Piazzi, fino a quel momento un oscuro matematico valtellinese, non era stata una “prima scelta”. Ferdinando aveva prima chiesto ai più importanti astronomi di quel tempo la loro disponibilità a trasferirsi a Palermo ma tutti avevano rifiutato. Troppo lontana e marginale la Sicilia, e per di più sarebbero dovuti venire a lavorare in una città che non aveva ancora l’università. “Anche no, grazie”, era stata la loro risposta.
Piazzi invece aveva accettato, ma a patto che potesse aggiornarsi in campo astronomico andando in giro per l’Europa a visitare i migliori osservatori astronomici del continente. Fu così inviato per due anni a Parigi e a Londra per “migliorarsi nella pratica delle osservazioni”. E poiché era consapevole che la qualità della scienza dipendeva dalla qualità degli strumenti, era andato a bussare alla porta di quella che era la migliore officina conosciuta, quella del londinese Jesse Ramsden (1735-1800).
Ramsden non era un astronomo ma un “maestro ottico e costruttore di strumenti”. La sua bottega era famosa in tutta Europa per la qualità dei suoi prodotti. Ad esempio, era stato lui a risolvere il problema della distorsione ottica dell’oculare, la cosiddetta “aberrazione cromatica”, grazie alle sue lenti acromatiche. E fu anche lui a perfezionare il Dividing engine, una macchina per graduare con precisione i cerchi degli strumenti. È stata quest’ultima a permettergli di costruire il cerchio altazimutale che prende il suo nome.

Dunque Piazzi, attraverso una serie di contatti accademici e probabilmente con l’intermediazione della massoneria, era riuscito ad ordinare a Ramsden un cannocchiale che in quel periodo era uno strumento all’avanguardia perché montava il massimo della tecnologia ottica e meccanica dell’epoca.
Si trattava di un cannocchiale montato su due assi perpendicolare che permetteva di misurare con accuratezza la posizione di un astro in altezza, sull’orizzonte, e in azimut, cioè il suo angolo rispetto al nord. Con i suoi cerchi metallici, finemente graduati, e con il suo sistema di lettura a microscopi, ne facevano uno strumento formidabile per l’osservazione delle stelle.
Installato nella neonata Specula palermitana, dopo un rocambolesco viaggio dalla capitale inglese a Palermo, in un’Europa attraversata dalle guerre napoleoniche, il Cerchio divenne subito il miglior pezzo della strumentazione dell’osservatorio siciliano, cosa che permise all’osservatorio, nonostante la sua posizione periferica, di diventare un riferimento per tutta la comunità scientifica internazionale.
Il Cerchio di Ramsden rappresentò l’apice della tecnologia meccanica preindustriale. Tuttavia, con il passare degli anni, e con il rapido progredire della tecnologia, il Cerchio divenne obsoleto e da strumento di ricerca divenne, pian piano, “bene storico”.
Oggi il Cerchio di Ramsden è il “pezzo forte” del Museo della Specola, ospitato presso il Palazzo Reale di Palermo, ed è uno dei simboli del progresso scientifico della nostra epoca.