{"id":416,"date":"2025-02-14T00:01:00","date_gmt":"2025-02-13T23:01:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.operaincerta.it\/OIWP\/?p=416"},"modified":"2025-02-10T07:56:53","modified_gmt":"2025-02-10T06:56:53","slug":"le-maschere-africane","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.operaincerta.it\/OIWP\/2025\/02\/14\/le-maschere-africane\/","title":{"rendered":"Le maschere africane"},"content":{"rendered":"\n<p>Ovunque le maschere parlano ed esprimono\u00a0cose che senza il loro uso sarebbe difficile o addirittura impossibile rivelare.\u00a0 Ad esempio dicono molto sulla cultura di chi le indossa, sul pensiero religioso, filosofico ed estetico e su molto altro. In Africa sono molto usate mentre in occidente sono relegate al carnevale, privato ormai del suo significato.\u00a0Le maschere africane rivelano un carattere peculiare dell\u2019arte africana: essa non \u00e8 mai contemplativa piuttosto diremo che essa \u00e8 funzionale. Qualsiasi espressione artistica in Africa \u00e8 completa solo se assolve una funzione, se la creazione perde l\u2019idoneit\u00e0 alla funzione per cui \u00e8 stata pensata non serve pi\u00f9 e perde ogni valore. Non serve guardare un immagine, al contrario \u00e9 l\u2019immagine deve servire. La poesia deve essere recitata, la maschera usata, indossata e danzata. In Africa le maschere sono di due tipi, muzima, sono quelle che rappresentano l\u2019uomo vivente e servono a scopi profani cio\u00e8 per feste e divertimenti; poi ci sono le maschere muzimu che servono a scopi di culto. Le prime rappresentano volti umani, le seconde invece rappresentano l\u2019uomo morto. Queste ultime non hanno volto perch\u00e9\u00a0 i morti non hanno pi\u00f9 il corpo e la loro realizzazione deve dare risalto a quei tratti che distinguono i vivi dai morti.\u00a0 Le maschere dei morti sono quelle degli avi, lo scultore \u00e9 libero, deve solo dare il senso di un volto \u201csopra reale\u201d, un non volto. L\u2019artista non ritrae (nel senso europeo del termine) in maniera fedele, ma ricrea cercando\u00a0 i tratti identificativi della figura che intende realizzare, la pettinatura, la corona, le vesti (cosa peraltro non estranea alla pittura occidentale, con la differenza fondamentale che in questa il volto ritratto \u00e9 sempre il punto di partenza). Diciamo che se il volto \u00e9 un elemento determinatore di primo grado l\u2019artista deve concentrarsi su quelli di secondo grado. Nella filosofia africana gli uomini vivono, i morti esistono, quindi lo scultore dovr\u00e0 concentrarsi sull\u2019esistenza dell\u2019avo, sulla sua importanza, non sul suo volto, ma dovr\u00e0 farlo rendendo comunque riconoscibili i tratti distintivi della personalit\u00e0 e del rango. Abbiamo detto che le maschere dei morti servono per pregare: ma come pregano gli africani? Ecco, qui occorre palesare quello che le maschere dicono e, per farlo, bisogna approfondire (solo quello che basta). La religione alla quale faccio riferimento \u00e8 quella dell\u2019Africa nera, una religione tradizionale, tramandata oralmente (naturalmente in Africa esistono tutte le altre religioni rivelate, nessuna esclusa). Diciamo intanto che in questa parte dell\u2019Africa (occidentale e subsahariana) si prega con la parola e con la danza. Anche noi usiamo la parola per pregare e nel vangelo Giovanni dice: \u201cIn principio era la parola, e la parola era presso Dio e la parola era Dio\u201d. Quindi? \u00c9 la stessa cosa? No, ci\u00f2 che rimane uguale \u00e8 l\u2019importanza del verbo, ma la differenza sostanziale sta nel fatto che nei Vangeli la parola resta presso Dio e l\u2019uomo pu\u00f2 solo testimoniarla invece in Africa il \u201cnommo\u201d, la parola, si fa carne presso il \u201cmuntu\u201d (uomo, ma nella lingua bantu il concetto di uomo abbraccia i vivi, i morti, gli avi e gli antenati divinificati). Ogni muntu ha il potere della parola, ma questo suo potere deve misurarsi con quello di altri uomini e di Dio (Amma); c\u2019\u00e8 insomma una gerarchia della potenza ma essa \u00e8 anche prerogativa dell\u2019uomo e non solo di Dio. Per questo io dico che la religiosit\u00e0 africana \u00e8 in qualche modo immanente. Avendo potenza sulla parola l\u2019uomo pu\u00f2 dirigere la forza vitale. Il neonato diventa muntu quando il padre gli da un nome e pronuncia questo\u00a0 nome. L\u2019uso delle medicine, la diffusione dei talismani, il persistere delle superstizioni, derivano da questo immenso potere della parola e senza di essa, sono privi di ogni virt\u00f9. Ricordo che anche in occidente, in Italia, in Sicilia, nella cultura contadina e popolare la parola era\u00a0 potente (formule per il raccolto, donne che toglievano il sole etc), quindi etichettare queste pratiche come folkloristiche e guardarle con disprezzo e diffidenza\u00a0 \u00e9 sintomo di superficialit\u00e0. Ma veniamo al secondo aspetto della preghiera africana: la danza. Senza scendere troppo nei particolari diciamo che nel tempo, e soprattutto nel medioevo, il cristianesimo non vedeva di buon occhio (fino a vietarle)le danze in generale ma soprattutto quelle fatte nei luoghi di culto, e ancora di pi\u00f9 le danze estatiche. Raggiungere l\u2019estasi attraverso il corpo \u00e9 peccato: quando\u00a0 preghiamo noi occidentali, siamo immobili e ci allontaniamo dal corpo per \u201csalire\u201d verso Dio. Gli africani invece Dio, o meglio gli dei, i Loa e gli Orisha (che sono antenati divinificati) li fanno scendere e si fanno cavalcare da essi nella danza. Avete visto le preghiera dei neri in America? Avete visto come ballano e cantano felici? Ecco questo \u00e8 ancora un chiaro retaggio delle loro origini che fieramente esprimono. E dice ancora qualcosa sull\u2019immanenza della preghiera africana che non sale verso il cielo ma chiama gli dei verso la terra.\u00a0La religione alla quale facciamo riferimento \u00e8 quella vudu che dall\u2019Africa \u00e8 poi arrivata a Cuba, a New Orleans, in Brasile e ovunque siano stati deportati gli schiavi. Essa \u00e8 tale per vari motivi. I suoi adepti credono nell\u2019esistenza d&#8217;entit\u00e0 spirituali viventi nell\u2019universo ma in stretto contatto con gli uomini. Esse costituiscono un Olimpo di dei, \u201cil culto \u00e9 organizzato e comprende una gerarchia sacerdotale, fedeli, templi, altari e cerimonie\u201d. Queste entit\u00e0 sono gli dei , i Loa, che sono delle forze. Tramite la danza, i costumi e le maschere l\u2019uomo, nello stato di possessione si apre a queste forze potenzia il proprio essere. Tramite la maschera egli abbandona la propria identit\u00e0 e viene trasformato nello\u00a0 spirito che la maschera rappresenta. La maschera porta naturalmente i tratti e i segni distintivi della divinit\u00e0 da cui si sar\u00e0 posseduti. Il danzatore diventer\u00e0 un tramite con l\u2019occulto e attraverso lui anche la comunit\u00e0 potr\u00e0 mettersi in contatto con gli antenati e le altre divinit\u00e0. Per questo motivo, le danze mascherate diventano\u00a0 anche propiziatorie per riti anche non strettamente religiosi.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ovunque le maschere parlano ed esprimono\u00a0cose che senza il loro uso sarebbe difficile o addirittura impossibile rivelare.\u00a0 Ad esempio dicono molto sulla cultura di chi le indossa, sul pensiero religioso, filosofico ed estetico e su molto altro. In Africa sono molto usate mentre in occidente sono relegate al carnevale, privato ormai del suo significato.\u00a0Le maschere africane rivelano un carattere peculiare dell\u2019arte africana: essa non \u00e8 mai contemplativa piuttosto diremo che essa \u00e8 funzionale. Qualsiasi espressione artistica in Africa \u00e8 completa solo se assolve una funzione, se la creazione perde l\u2019idoneit\u00e0 alla funzione per cui \u00e8 stata pensata non serve pi\u00f9 e perde ogni valore. 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