{"id":3477,"date":"2026-05-14T00:01:00","date_gmt":"2026-05-13T22:01:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.operaincerta.it\/OIWP\/?p=3477"},"modified":"2026-05-12T10:06:58","modified_gmt":"2026-05-12T08:06:58","slug":"cera-una-volta-la-cabina-telefonica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.operaincerta.it\/OIWP\/2026\/05\/14\/cera-una-volta-la-cabina-telefonica\/","title":{"rendered":"C&#8217;era una volta la cabina telefonica"},"content":{"rendered":"\n<p>Come il telegrafo e la radiotrasmittente di Guglielmo Marconi. Cos\u00ec anche la cabina telefonica \u00e8 diventata un reperto storico. Io me ne sono resa conto nel 2016, in viaggio a Milano, durante la visita al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia. D\u2019un tratto mi fu chiara l\u2019evidenza: bench\u00e9 per le strade qualche esemplare di telefono pubblico fosse ancora fruibile, un\u2019epoca era definitivamente terminata. Eppure io le avevo usate le cabine telefoniche. In gita per tranquillizzare i miei genitori, nei mesi estivi per parlare con la nonna rimasta in citt\u00e0, a Natale per sentire gli amici lontani altrimenti irraggiungibili e chiss\u00e0 in quante altre occasioni. Oggi, nella collezione permanente del museo \u00e8 esposta ed \u00e8 sperimentabile in maniera interattiva la cabina telefonica SIP classica, quella con la cornetta pesante, la struttura in metallo e le iconiche pareti gialle; queste erano diffuse in tutte le citt\u00e0 negli anni Settanta e Ottanta, poi le porte sono diventate rosse negli anni Novanta e poi, oggi, completamente invisibili come il resto della struttura.<\/p>\n\n\n\n<p>Eppure la cabina del telefono possedeva una magia antica e moderna al contempo, riportava ad un colloquiare intimo con l\u2019interlocutore, conservava un fascino discreto capace di mettere in collegamento con qualcuno dall\u2019altra parte della citt\u00e0 o del mondo. Il tempo di conversazione e la distanza da colmare erano legati alla disponibilit\u00e0 economica di gettoni e monete. Chiamare in citt\u00e0 era diverso che fare un\u2019interurbana, telefonare di notte era pi\u00f9 economico che farlo di giorno. E poi bisognava conoscere il numero di telefono, digitarlo. Insomma, se volevi chiamare qualcuno dovevi averne davvero l\u2019intenzione.<\/p>\n\n\n\n<p>La prima vera cabina del telefono stradale pubblica \u00e8 comparsa a Londra negli anni Venti del secolo passato. L\u2019iconica \u201cRed Telephone Box\u201d come la chiamano i londinesi, \u00e8 diventata un simbolo del design britannico nel mondo. La sua forma definitiva \u00e8 stata affidata alle sorti di vari concorsi indetti allo scopo e, alla fine, vinse Giles Gilbert Scott con la sua&nbsp;K2. Scott cre\u00f2 una struttura neoclassica dall\u2019aspetto elegante e classico con una cupola, fessure per l\u2019areazione e vetrate all\u2019inglese. Le cabine dovevano essere di un sobrio color argento ma poi si opt\u00f2 per un rosso acceso pi\u00f9 visibile nella nebbia londinese. Il resto \u00e8 storia.<\/p>\n\n\n\n<p>In Italia la prima cabina telefonica italiana fu installata a Milano, in Piazza San Babila, il 10 febbraio del 1952. La SIP rese capillare e standard la presenza nelle citt\u00e0 italiane. Piccole \u201cstanze\u201d gialle 90&#215;90, posizionate in luoghi strategici con le porte chiuse permettevano di telefonare alla famiglia lontana, all\u2019innamorata, ad amici e colleghi di lavoro. Si pagava ogni telefonata, lo \u201cscatto\u201d, cio\u00e8 la risposta alla chiamata, e poi i minuti di conversazione. Cadevano gi\u00f9 rumorosamente i gettoni e le monete, segno che il tempo rimasto era poco e occorreva terminare in fretta gli argomenti. Dietro la loro presenza capillare nelle citt\u00e0 c\u2019era un\u2019esigenza sociale. Quelle cabine di nemmeno un metro quadrato servivano dapprima per democratizzare la comunicazione, in un periodo in cui il telefono fisso in casa era un lusso per pochi. Poi sono diventate un servizio per chi era fuori casa e aveva esigenza di comunicare qualcosa, un luogo di burla per fare scherzi telefonici senza essere riconosciuti, un posto dove rifugiarsi e abbattere distanze ascoltando la voce di una persona cara.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Le cabine erano centri di incontro dove, spesso, si faceva la fila in attesa del proprio turno e chi aveva comunicazioni urgenti e vedeva un giovane in fila chiedeva di passare per primo perch\u00e9 immaginava una lunga telefonata tra innamorati.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi pian piano sono arrivate le schede telefoniche prepagate, pi\u00f9 comode, che concedevano anche tempi pi\u00f9 dilatati per chiacchierare. Dopo gli storici e indistruttibili gettoni, le moderne schede colorate con gli angoli da staccare sono diventate oggetti di culto da collezionare, con tirature limitate a tema, da 5.000 o 10.000 lire. Di fatto hanno segnato un primo passaggio tecnologico, prima della scomparsa definitiva.<\/p>\n\n\n\n<p>Negli anni Novanta, le cabine del telefono diventano rosse come le cugine inglesi, ma il loro tempo \u00e8 ormai quasi scaduto. Iniziano a diffondersi i telefoni cellulari con cui si pu\u00f2 chiamare da ogni luogo, a qualunque orario e dappertutto nel mondo. Cos\u00ec, con l\u2019arrivo degli anni Duemila, \u00e8 iniziato il piano di rimozione di questi piccoli luoghi diventati non solo parte del paesaggio urbano ma anche custodi di speranze, segreti, giochi, promesse e sogni.<\/p>\n\n\n\n<p>Di certo abbiamo eliminato una struttura ormai obsoleta e forse scomoda per i nostri tempi che ci vogliono sempre connessi e raggiungibili. Sull\u2019essere realmente in contatto, invece, resta qualche dubbio. E&#8217; vero, abbiamo guadagnato la reperibilit\u00e0 perenne, ma abbiamo perso il rito. Resta l\u2019eco di quel gettone che cadeva con un rintocco metallico: l\u2019ultimo segnale acustico di un tempo in cui, per dirsi qualcosa, bisognava lasciarsi il mondo alle spalle.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Come il telegrafo e la radiotrasmittente di Guglielmo Marconi. Cos\u00ec anche la cabina telefonica \u00e8 diventata un reperto storico. Io me ne sono resa conto nel 2016, in viaggio a Milano, durante la visita al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia. D\u2019un tratto mi fu chiara l\u2019evidenza: bench\u00e9 per le strade qualche esemplare di telefono pubblico fosse ancora fruibile, un\u2019epoca era definitivamente terminata. Eppure io le avevo usate le cabine telefoniche. 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