{"id":1158,"date":"2025-05-14T00:01:00","date_gmt":"2025-05-13T22:01:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.operaincerta.it\/OIWP\/?p=1158"},"modified":"2025-05-12T07:21:00","modified_gmt":"2025-05-12T05:21:00","slug":"la-mia-raggiante-catania","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.operaincerta.it\/OIWP\/2025\/05\/14\/la-mia-raggiante-catania\/","title":{"rendered":"La mia raggiante Catania"},"content":{"rendered":"\n<p><strong>Nonsolounlibro<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><span style=\"text-decoration: underline\">Come potrei parlare della mia citt\u00e0?<\/span><\/p>\n\n\n\n<p>Estate 1979.<\/p>\n\n\n\n<p>Dei ragazzi suonano, uno di loro si chiama Toni. Il mare alle spalle, il tonfo del subwoofer sotto il mio sedere. Lo rivedr\u00f2 4 o 5 anni dopo, in un locale del centro. Lui suona ancora il basso, e il brano&nbsp;si intona alle prime pulsioni adolescenziali,&nbsp;di qualunque natura&nbsp;esse&nbsp;siano, si intitola&nbsp;\u201cAnimale\u201d&nbsp;<em>(&lt;&lt;\u2026&nbsp;io ti credo ciecamente \/ tu fai parte della gente \/ se mi giudichi un po\u2019 male \/ stai ferendo un animale\u2026&gt;&gt;<\/em>) e questo refrain lo cantiamo a gran voce.<\/p>\n\n\n\n<p>Toni \u00e8 il pi\u00f9 basso di tutti. Sembra per i fatti suoi, oppure tamburellare con le corde per un gioco che non comprendo. Sembra&nbsp;inseguire note che nessun altro ipotizza&nbsp;o sogna.<\/p>\n\n\n\n<p><em>(quando lo reincontrer\u00f2 anni dopo, mi dir\u00e0 che la musica sta dentro di noi, e dobbiamo essere proprio noi, solo noi, a tirarla fuori, senza una regola. Poi se ne \u00e8 andato troppo presto. Ciao Toni)<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Primavera 1984.<\/p>\n\n\n\n<p>Circonvallazione. C\u2019erano ancora i semafori, e uno zio che scende&nbsp;dall\u2019Alfasud&nbsp;a comprare le sigarette. Lo stesso zio che \u2013 quasi sotto casa, pochi mesi prima \u2013 era sceso in strada,&nbsp;e io dietro&nbsp;di lui,&nbsp;attirato dagli ululati delle sirene,&nbsp;dal clamore&nbsp;surreale&nbsp;che arrivava dal Cibali. E non giocava il Catania, in notturna.<\/p>\n\n\n\n<p><em>(dicevano che era Peppe Fava, quella Renault franta,&nbsp;quei cocci disseminati,&nbsp;i flash e il&nbsp;brusio&nbsp;vorace,&nbsp;quelle facce nella penombra lampeggiante,&nbsp;alcune&nbsp;quasi compiaciute per quel misfatto)<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Tornato in macchina,&nbsp;mi aveva intimato col suo solito tono, a met\u00e0 tra il burbero e il sarcastico, di mettermi alla guida. \u201c<em>Tanto sono tre pedali, lo sai no?..<\/em>.\u201d. Aveva spaginato il suo quotidiano&nbsp;\u2018La Sicilia\u2019&nbsp;e aveva iniziato a leggere.&nbsp;Mentre io sudavo (e non per il caldo) e Battiato cantava &lt;&lt;<em>\u2026il senso del possesso \/ che fu&nbsp;pre-alessandrino \/ la tua voce come il coro delle \/ sirene di Ulisse m\u2019incatena\u2026<\/em>&gt;&gt;.<\/p>\n\n\n\n<p>La prima accelerata mi sfugg\u00ec quasi da sotto il sedere, e lui non fece una piega. Fortuna volle che&nbsp;mi ancorassi dietro&nbsp;a una macchina ferma al semaforo.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201c<em>Guarda che questo&nbsp;qua&nbsp;davanti a noi ha parcheggiato, non \u00e8 in fila\u2026<\/em>\u201d, borbott\u00f2 senza alzare il naso dalla lettura.<\/p>\n\n\n\n<p><span style=\"text-decoration: underline\">Oppure<\/span>?<\/p>\n\n\n\n<p>(&lt;&lt;\u2026<em>quanto mi sembrava grande \/ questa citt\u00e0 quando ero un bambino, \/ qui si \u00e8 formata la mia intelligenza\u2026<\/em>&gt;&gt;, Mario Venuti, \u201c<em>Anni selvaggi<\/em>\u201d)<\/p>\n\n\n\n<p>Ho provato a tratteggiare Catania \u2013 o meglio: quella Catania che ancora affiora, solare e controversa, dai miei romantici ricordi di bambino, adolescente, ragazzo, studente \u2013 in diverse occasioni e nei modi meno ortodossi, senza mai riuscire ad andare oltre&nbsp;a&nbsp;dei bagliori,&nbsp;a&nbsp;delle nostalgie,&nbsp;a&nbsp;certi profumi e taluni schizzi aspri come quelli d\u2019un limone, gettato a terra e calpestato, su un marciapiede che scricchiola di cenere lavica.<\/p>\n\n\n\n<p>Ho soltanto sfiorato certe realt\u00e0 di quartiere, il tanfo di chiuso, la nebbia delle grigliate, i motori contromano, i muri cadenti, la spazzatura sparpagliata, certe facce scolpite dal silenzio, solcate dalla vita ai margini, la cantilena delle voci che echeggiano nell\u2019ombra dei labirinti lavici.<\/p>\n\n\n\n<p>Per il resto, Catania era&nbsp;per me&nbsp;la grande citt\u00e0, il&nbsp;baricentro&nbsp;dal quale&nbsp;muoversi&nbsp;oltre&nbsp;era piazza Montessori, mai&nbsp;valicare \u2013 da un lato o dall\u2019altro \u2013 \u2018<em>a&nbsp;vanedda&nbsp;\u2018a&nbsp;cucchiara<\/em>\u2019&nbsp;(la via Forlanini), o scavalcare la ringhiera di Villa Bellini attraversando&nbsp;il rettifilo&nbsp;ad alta velocit\u00e0&nbsp;della via Tomaselli.<\/p>\n\n\n\n<p>Spingersi da adolescente fin dentro \u2018<em>a fera o&nbsp;luni<\/em>\u2019&nbsp;era una concessione alla curiosit\u00e0, ma ero&nbsp;gi\u00e0&nbsp;pi\u00f9&nbsp;grandetto; addentrarsi&nbsp;da ragazzo&nbsp;alla \u2018<em>Piscar\u00eca<\/em>\u2019 una immersione rischiosa, da&nbsp;temerari. Scavalcare il reticolo rugginoso fin dentro il teatro greco una bravata&nbsp;per pochi, quando invece ammirare la porzione di anfiteatro romano di piazza Stesicoro&nbsp;rappresentava la sfilata borghese, fino al salotto della via Etnea.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019ingresso in tribuna, \u2018<em>razza etnea<\/em>\u2019, col rossoazzurro sulla pelle, ch\u00e9 le curve erano un covo di \u2018<em>malosangue<\/em>\u2019.<\/p>\n\n\n\n<p>Di recente mi \u00e8 capitato di dire \u2013 parlando con un amico \u2013 che sarei in grado di riconoscere in quale zona di Catania mi trovo semplicemente dall\u2019odore, annusando l\u2019aria come un randagio. Oppure attraverso certi rumori (suoni, avevo detto: suoni). E lui mi aveva osservato con il suo sguardo \u2018<em>di&nbsp;sghimescio<\/em>\u2019&nbsp;e mugugnando rauco: \u201c<em>Quella \u00e8 la Catania che tu ricordi di aver vissuto\u2026 Oggi perderesti bussola e pazienza\u2026<\/em>\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>Ha ragione lui. Probabilmente, come in molte delle cose che vado scrivendo, la mia memoria tracima e s\u2019impantana nella realt\u00e0 corrente. Che ha ben poco di romantico, di odoroso e di armonioso, se non fosse che su troppi muri, dietro angoli sbrecciati, a ridosso di slarghi improbabili, sono spiaccicati ricordi, paure, infatuazioni e incoscienze. <\/p>\n\n\n\n<p>E sogni andati.<\/p>\n\n\n\n<p>[\u2026<em>Mio zio Michele mi sguinzagliava per Catania come sotto una tenda asfittica anice e vaselina, e io adoravo quell\u2019aria di libert\u00e0 che sapeva di zagare e salmastro, le scimmie dei giardini Bellini e il pescato guizzante, le&nbsp;graffe&nbsp;del signor Marchese&nbsp;e le esposizioni di frutta&nbsp;sotto l\u2019archi, il&nbsp;\u2018liotru\u2019&nbsp;e l\u2019\u2019acqua o&nbsp;linzolu\u2019, le cornici di sciara e quel blu cobalto sotto il castello di Aci,&nbsp;dove in mutande imparai a nuotare per legittima difesa. Lo zio Nitto e le ostriche succhiate come femmina, le partite nella piazzetta e il primo coltello nella tasca di un amico,&nbsp;il gelato&nbsp;a Ognina, i rotolamenti sul prato di Piazza Europa, il mandarino al&nbsp;ciospo&nbsp;Giammona.&nbsp;I muezzin della \u2018fera\u2019 e&nbsp;gli oleandri della \u2018villa degli sbadigli\u2019, i&nbsp;luppini&nbsp;del&nbsp;Primosole.&nbsp;Le mie coetanee, civettuole&nbsp;s\u00ec&nbsp;ma con retrogusto selvaggio\u2026]<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><span style=\"text-decoration: underline\">E invece<\/span><\/p>\n\n\n\n<p>C\u2019\u00e8 una canzone, dal titolo <em>In bianco e nero<\/em>,\u00a0nella quale\u00a0Carmen Consoli\u00a0descrive la madre attraverso alcune foto di lei negli anni \u201960, in una \u201c<em>raggiante Catania<\/em>\u201d.\u00a0<\/p>\n\n\n\n<p>Bene, ogni&nbsp;qualvolta Carmen intoni&nbsp;quel&nbsp;<em>\u201c\u2026&nbsp;nitido scorcio degli anni sessanta \/&nbsp;di&nbsp;una raggiante Catania\u2026\u201d<\/em>, il pubblico, qualunque pubblico,&nbsp;la accompagna e prorompe in un tripudio.<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec \u00e8 successo anche durante un concerto a Roma, al quale ero presente&nbsp;come ospite.<\/p>\n\n\n\n<p>Da questo verso\u00a0deve aver\u00a0preso spunto Domenico Trischitta, scrittore, giornalista e saggista catanese, vincitore del Premio\u00a0Martoglio\u00a0nel 2009,\u00a0proprio\u00a0con quel suo\u00a0libro che porta questo titolo. <em>Una raggiante Catania<\/em>, riedito nel 2021\u00a0con una prefazione del filosofo Manlio Sgalambro.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel romanzo di Trischitta&nbsp;c\u2019\u00e8 questo amore&nbsp;neorealistico, crudo e scuro,&nbsp;per Catania, trovando poesia e&nbsp;ballate&nbsp;proprio nei bassifondi&nbsp;pi\u00f9&nbsp;emarginati, nelle periferie desolate, tra i sobborghi degradati,&nbsp;e&nbsp;persino tra&nbsp;rapporti&nbsp;umani&nbsp;veri e tossici.&nbsp;Rimestando con ingenuo disincanto tra le memorie di una citt\u00e0 che \u00e8 andata \u2013 e ancora va \u2013 troppo veloce per non dimenticare.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"s2\">Il&nbsp;quartiere&nbsp;da cui muove Trischitta \u00e8 quello&nbsp;di San Berillo&nbsp;&#8211;&nbsp;alle spalle&nbsp;dei palazzoni&nbsp;del Corso Sicilia,&nbsp;spartiacque moderno tra il mercato storico e&nbsp;quel degrado urbano&nbsp;\u2013&nbsp;ad inizio anni \u201870 \u2018trasferito\u2019 e poi&nbsp;emarginato nella zona nuova,&nbsp;in&nbsp;una periferia crepuscolare,&nbsp;San Leone:&nbsp;l\u2019ennesimo rione anonimo e abbandonato a se stesso, incubatore di una giovent\u00f9 senza pi\u00f9 radici. Come Monte Po,&nbsp;come Canalicchio,&nbsp;San Giorgio.&nbsp;E Librino.<\/p>\n\n\n\n<p>I personaggi che si muovono in questa storia SONO\u00a0essi stessi\u00a0la citt\u00e0, il quartiere, con tutte le contraddizioni e le disillusioni tipiche di quella stagione, quella che barcolla oscura tra gli anni &#8217;70 e &#8217;80.\u00a0Quella dei nonni che ancora tramandavano,\u00a0dei \u2018<em>falchi<\/em>\u2019 che scorrazzavano senza regole,\u00a0dei mestieri che resistono;\u00a0quella dei morti per strada al Fortino e degli ormoni sfogati sulla sciara,o in qualche\u00a0tugurio malmesso del \u2018<em>tondicello<\/em>\u2019 della\u00a0Playa, magari con la straniera di stagione.<\/p>\n\n\n\n<p>Quella delle stagioni buie come la pietra lavica, e di quelle assolate che esplodevano di speranze colorate&nbsp;\u2018<em>comu&nbsp;i&nbsp;bbummi&nbsp;ro tri<\/em>\u2019 (i giochi pirotecnici della festa di Sant\u2019Agata, ogni 3 Febbraio).<\/p>\n\n\n\n<p>Trischitta tenta di ripescare il recente passato di una citt\u00e0 viva proprio in tutte le sue contraddizioni, e di gettare quei retaggi sempre pi\u00f9 smagliati su un tessuto connettivo oramai incontenibile, frenetico.<\/p>\n\n\n\n<p>E lo fa senza sconti, senza edulcorazioni. Senza speranze.&nbsp;Nessuna illusione&nbsp;o indulgenza.<\/p>\n\n\n\n<p>Con tanta musica in sottofondo.<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec, il mio mare era quello limpido e odoroso nel quale mi&nbsp;gettarono, in mutande, per imparare a nuotare, o quello del Paradiso degli Aranci dentro le cui trasparenze&nbsp;restavo a sobbollire&nbsp;per mattinate intere.&nbsp;Il mio mare era una brezza di&nbsp;olio solare&nbsp;e tavole bagnate, sventolio dolciastro di oleandri, aliti di sigarette e iodio.<\/p>\n\n\n\n<p>Il suo \u00e8 quello inaccessibile e maleodorante della distesa dei lidi e degli scarichi della scogliera.&nbsp;Quello tumultuante e impervio che schianta carcami e orizzonti.<\/p>\n\n\n\n<p>Tra la mia Catania e la sua, dunque,&nbsp;tumultua la scintilla della memoria vista&nbsp;come&nbsp;da due sponde opposte,&nbsp;e&nbsp;attraverso percorsi&nbsp;antitetici.&nbsp;Un po\u2019 come leggere <em>\u201cI&nbsp;vicer\u00e8<\/em>\u201d di De Roberto o \u201c<em>I Malavoglia<\/em>\u201d di Verga.&nbsp;Sospirare&nbsp;la \u201c<em>Norma<\/em>\u201d di&nbsp;Vincenzo&nbsp;Bellini&nbsp;o tamburellare \u201c<em>Re&nbsp;Buf\u00e9<\/em>\u201d di Alfio Antico.<\/p>\n\n\n\n<p>Soltanto che quella vera \u00e8 la sua.&nbsp;Raggiante,&nbsp;ma solo per disincanto, per rassegnazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Un travolgente divenire, come il magma delle eruzioni&nbsp;e le costruzioni sventrate.&nbsp;Come la corsa della processione della Santa su per la salita di Sangiuliano.<\/p>\n\n\n\n<p>E grazie al suo libro rivedo&nbsp;\u2013 e ridipingo &#8211;&nbsp;tutte le&nbsp;sfumature&nbsp;della mia&nbsp;Catania.&nbsp;E anche le mie.<\/p>\n\n\n\n<p>Tutte, nessuna esclusa.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nonsolounlibro Come potrei parlare della mia citt\u00e0? Estate 1979. Dei ragazzi suonano, uno di loro si chiama Toni. Il mare alle spalle, il tonfo del subwoofer sotto il mio sedere. Lo rivedr\u00f2 4 o 5 anni dopo, in un locale del centro. Lui suona ancora il basso, e il brano&nbsp;si intona alle prime pulsioni adolescenziali,&nbsp;di qualunque natura&nbsp;esse&nbsp;siano, si intitola&nbsp;\u201cAnimale\u201d&nbsp;(&lt;&lt;\u2026&nbsp;io ti credo ciecamente \/ tu fai parte della gente \/ se mi giudichi un po\u2019 male \/ stai ferendo un animale\u2026&gt;&gt;) e questo refrain lo cantiamo a gran voce. Toni \u00e8 il pi\u00f9 basso di tutti. 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