{"id":1075,"date":"2025-05-14T00:01:00","date_gmt":"2025-05-13T22:01:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.operaincerta.it\/OIWP\/?p=1075"},"modified":"2025-05-06T11:54:03","modified_gmt":"2025-05-06T09:54:03","slug":"caro-amico-ti-scrivo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.operaincerta.it\/OIWP\/2025\/05\/14\/caro-amico-ti-scrivo\/","title":{"rendered":"Cara Bologna ti scrivo\u2026"},"content":{"rendered":"\n<p><br>La mia storia d\u2019amore con Lucio Dalla (in senso metaforico, s\u2019intenda) affonda le sue radici gi\u00e0 nel periodo della mia primissima infanzia. Ricordo ancora quando da piccolissimo aspettavo a bocca\u00a0 aperta che si aprisse il lettore CD della mia macchina, pronto per mangiare un nuovo disco e farne uscire fuori le melodie straordinarie di un artista che all\u2019epoca mi appassionava solo per il ritmo e la musicalit\u00e0 dei suoi brani: ero ancora troppo piccolo per capire che la parte migliore di quelle canzoni era invece il testo. Ho preso consapevolezza di ci\u00f2 solo col tempo, dopo aver passato un periodo abbastanza vacuo in cui la mia grande passione per la musica era stata messa in ombra dall\u2019inconsistenza degli artisti che ascoltavo. Solo qualche anno fa ho ripreso ad ascoltare in modo assiduo la musica di Dalla, ma questa volta con le orecchie di un giovane appassionato orfano della vera musica e alla ricerca di versi che potessero aggraziare le sue orecchie e toccare il suo cuore. Proprio in quel momento, dal quale posso dire di aver sviluppato un ascolto assiduo del grande cantautorato nostrano, ho incominciato a capire la profondit\u00e0 di ci\u00f2 che ascoltavo, e quindi ad apprezzarne ancora di pi\u00f9 la grandezza. Il merito di questa \u201crinascenza\u201d va senza dubbio a mio padre, che si \u00e8 giustamente incaponito, come farei io con un mio ipotetico figlio, nel farmi crescere tra le melodie insuperabili degli artisti geniali del suo tempo, facendomeli ascoltare praticamente dalla culla. Oggi quelle parole, che all\u2019epoca imparavo a memoria ignorandone il significato, spesso mi fanno compagnia, e consistono in un piacevole esercizio mnemonico che mi ricorda essenzialmente quanto io sia stato fortunato ad essere cresciuto con la vera Musica. La conoscenza sempre pi\u00f9 approfondita di Dalla, e con lui dei suoi illustri colleghi, mi ha indubbiamente portato ad approfondire il ruolo che Bologna, citt\u00e0 natale del grande Lucio, ha avuto nella sua produzione decennale. Sarebbe banale e riduttivo parlare della \u201cbolognesit\u00e0\u201d dei testi di Dalla attraverso pochi testi, perch\u00e9 in pratica Dalla la inserisce in ogni singola parola e nota dei suoi lavori (come \u00e8 giustissimo che sia), ma per motivi pratici, oltre che per ragioni prettamente concernenti il mio essere un ascoltatore e non un esperto, mi concentrer\u00f2 solo su tre canzoni. La prima \u00e8 <em>Piazza Grande<\/em>, forse la pi\u00f9 bolognese delle canzoni di Dalla. Per quanto sia celeberrimo, \u00e8 uno di quei brani che non saprei bene come definire, ma ogni volta che provo a collocarlo tra le vaste categorie dei pezzi del suo autore, nonostante il vuoto che questa operazione mi crei, finisco sempre per lasciare perdere, rimanendo invece affascinato dal suo contesto, quella piazza che ad ogni ascolto diventa sempre pi\u00f9 magica, pi\u00f9 mistica, con le sue panchine e i suoi gatti \u201cche non han padrone\u201d, quasi si impossessi di Dalla e Dalla se ne impossessi a sua volta, trasformando la sua casa nella casa di tutti. Non a caso il nome della piazza, che \u00e8 anche il titolo del\u00a0 brano, \u00e8 frutto della fantasia di Dalla: Piazza Grande non esiste. \u00c8 pi\u00f9 probabile che il cantante bolognese si sia riferito ad un\u2019altra piazza, piazza Cavour, dove l\u2019artista pass\u00f2 gran parte della sua giovinezza; questo cambio di nome sembra pertanto essere la diretta conseguenza del voler adeguare la dimensione trascendentale di una piazza conosciuta alle dimensioni pi\u00f9 piccole delle altre migliaia di piazze che gli ascoltatori potevano vivere o aver vissuto nelle loro vite, vagabondi come il protagonista del brano o abitudinari come il Dalla degli ultimi tempi. L\u2019altra canzone, che tra le altre cose ha ispirato il titolo di questo scritto, \u00e8 <em>L\u2019anno che verr\u00e0<\/em>, uno dei classici intramontabili della nostra musica. Ogni volta che mi capita sotto gli occhi nella mia playlist, rifletto soprattutto sull\u2019espediente che Dalla utilizza per raccontare (prima che cantare) il suo brano, cio\u00e8 quello di una lettera ad un \u201ccaro amico\u201d. Quella che per Dalla \u00e8 una distrazione, risulta essere invece un vorticoso crescendo, che parte da un riassunto utopico e scanzonato dell\u2019anno appena trascorso, quasi una metafora dell\u2019Italia degli anni di piombo. Lo sconforto iniziale viene seguito dal cuore del brano, cio\u00e8 il crescendo vero e proprio, in cui l\u2019amico viene messo al corrente di tutte quelle cose che l\u2019anno nuovo porter\u00e0, o almeno si spera. E tra \u201cpreti che potranno sposarsi\u201d e \u201ccretini di ogni et\u00e0\u201d, l\u2019unica cosa certa \u00e8 che Dalla, a quell\u2019anno di rinascita, quantomeno si stava gi\u00e0 preparando. Il filo rosso che lega questo capolavoro alla citt\u00e0 di Bologna risiede nel fatto che il Bologna, la squadra di calcio, lo ha da qualche anno elevato al rango di proprio inno ufficioso: ogni volta che una partita finisce, vinta o persa, il popolo rossobl\u00f9 decide di compattarsi proprio sulle note di questa canzone, divenuta ormai il simbolo di una fede calcistica che, proprio in questi ultimi anni, sta stupendo per la sua potenza anche oltre le torri bolognesi. Il legame fortissimo che si \u00e8 venuto a creare tra Bologna e <em>L\u2019anno che verr\u00e0<\/em> \u00e8 stato quasi consacrato dalla recente installazione di alcune luminarie, recanti i primi versi della canzone, tra i negozi e le palazzine di Via D\u2019Azeglio: l\u00ec una passeggiata \u00e8 praticamente d\u2019obbligo per tutti gli appassionati che sentono\u00a0 di dover entrare in stretto contatto con la luminosit\u00e0 di quel testo. Chiss\u00e0 se Lucio, scomparso nel 2012 a seguito di un infarto, avrebbe mai immaginato che questa canzone sarebbe diventata l\u2019inno della sua citt\u00e0. L\u2019ultimo brano, ma non per questo il meno importante (anzi), va invece a calcare la mano su un altro importante aspetto della citt\u00e0 di Bologna, meno citato (per fortuna) ma non per questo meno meritevole di altri di avere voce in capitolo tra i versi di una canzone, cio\u00e8 quello della delinquenza e della malavita. Il brano in questione \u00e8 <em>Quale allegria<\/em>, a parer mio, uno dei pi\u00f9 grandi capolavori della musica italiana, se non il brano pi\u00f9 bello della sterminata produzione di Lucio Dalla. <em>Quale allegria<\/em> si configura sin dall\u2019inizio come una chiacchierata introspettiva tra l\u2019artista e la sua stessa intimit\u00e0, chiacchierata che colpisce, come una struggente e malinconica carezza nel profondo dell\u2019ascoltatore, tutte le corde del nostro cuore, anche quelle pi\u00f9 remote e mai sfiorate. La potenza del brano \u00e8 diluita nei vari versi, il cui tema principale \u00e8 il modo in cui noi viviamo, o meglio, siamo portati a vivere, e quindi quale sia per l\u2019uomo moderno quel peso insostenibile che rende difficile l\u2019esistenza. Il rancore che il brano si porta dietro emerge con potenza nella parte finale, in cui Dalla fa riferimento ad Andrea, \u201ccon un bastone e cento denti, che ti chiede di pagare per i suoi pasti mal mangiati, i suoi sogni derubati, i suoi furti obbligati, per essere stato ucciso per quindici volte in fondo a un viale, per quindici anni la sera di Natale\u201d. Nulla di inventato: il genio di Dalla, dopo aver buttato gi\u00f9 i versi inarrivabili di questo brano e aver delineato in pochi minuti i tratti principali del senso della vita dell\u2019uomo moderno, cio\u00e8 \u201carrivare in salute al gran finale\u201d, decide di impersonificare il senso della sofferenza umana proprio nella figura di Andrea, un quindicenne tossicodipendente preso a bastonate e ucciso per il fatto di aver rubato alcuni salami la sera di Natale del 1977 (forse). Bologna se lo \u00e8 preso e lo ha fatto scomparire, ma questa storia, mescolata al pessimismo che Dalla aveva gi\u00e0 maturato dopo la recente scomparsa della madre Iole, portano il personaggio di Andrea alla vita eterna, rimanendo per sempre scolpito tra i versi immortali di questa canzone. La citt\u00e0 sorridente e mai stanca che Dalla ha sempre amato ed elogiato nasconde i suoi lati pi\u00f9 tetri proprio in fattarelli di cronaca come questo: se non fosse stato reso immortale dal cantante bolognese, Andrea sarebbe scomparso tra le tenebre degli anni di piombo come tutti gli altri episodi di questo tipo che macchiarono la citt\u00e0 negli anni \u201870. Mi perdonino i puristi del cantante bolognese per il fatto di aver ridotto l\u2019amore di Dalla per Bologna a sole tre canzoni, ma, credetemi, questo lavoro di scrematura mi ha fatto soffrire pi\u00f9 di quanto si possa credere. Ho dovuto lasciare parcheggiate <em>Cara<\/em>, l\u2019unica canzone d\u2019amore in grado di commuovermi ad ogni ascolto, o <em>La sera dei miracoli<\/em>, una di quelle poche canzoni capaci di proiettarti direttamente dentro la mente del suo stesso autore, come in una pellicola cinematografica. Ma da questi anni di ascolto ininterrotto dei suoi capolavori una certezza l\u2019ho senza dubbio acquisita: la grandezza di Lucio Dalla non si misura dal numero delle canzoni di cui si parla, visto che molti dei brani pi\u00f9 celebrati del suo repertorio sono, a mio modo di vedere, fuffa pura (citofonare un qualche lupo da cui stare alla larga), ma si pesa: basta questo.<br><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La mia storia d\u2019amore con Lucio Dalla (in senso metaforico, s\u2019intenda) affonda le sue radici gi\u00e0 nel periodo della mia primissima infanzia. 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