Scheda / Salvatore Scribano
salvatorescribano@operaincerta.it
Sono nato a Ragusa, Ragusa Ibla per l’esattezza, il centro storico della città, e faccio l’insegnante di sostegno. Per giungere a questo esimio traguardo, ho dovuto fare 10.000 corsi: uno per l’abilitazione, uno per il titolo di sostegno, uno per il concorso a cattedre, altri per aumentare il punteggio. Se a questi si aggiungono quelli che ho fatto prima di dedicarmi all’insegnamento, si può dire che sono un corsista nato. Mi chiedo: “…Ma perché tutti questi corsi, a che pro tutto questo ‘sapere’?”
Qua, prevengo la battuta di qualche simpatico conoscente, che potrebbe dire: “Si, in effetti non pare proprio che tu abbia fatto tutti questi corsi”. L’accetto, che devo fare! Ma il discorso è un altro: quante energie bisogna sprecare prima di trovare la propria strada; quanti tentativi inutili bisogna fare. Nella penuria di lavoro in cui ci troviamo molte volte il corso è l’unica cosa che ti resta da fare: uno perché ti da il pezzo di carta; uno perché rappresenta un titolo; un altro perché ti procura le conoscenze. E così via, senza fine.
Insegnare mi piace, ma nella vita ho fatto altro: impiegato presso un’agenzia di assicurazioni; assistente al direttore - o aspirante tale - in una azienda di crittogamici di Vittoria; insomma un po’ di cose.
La passione per il rock com’è nata (“Sotterranei Rock” è la rubrica che curo mensilmente)? …Agli inizi degli anni ’80, quando tramite amici ho conosciuto gruppi come i Genesis, i Pink Floyd,i Jethro Tull, fior di musicisti insomma, per poi accorgermi che per ascoltare buona musica non bastano le tv, le radio, ma bisogna andarsela a cercare, magari leggendo un libro o delle riviste specializzate. Così è cominciata l’avventura!
Perché il rock? (Qua si entra nel personale) Perché il rock è carica, entusiasmo, voglia di vivere. Tra i generi musicali è sicuramente quello che ha avuto più carattere politico, quello che ha creduto di più nelle cosiddette utopie: si è battuto per l’antimilitarismo, il pacifismo, la perequazione della ricchezza tra i popoli (…ricordate gli anni ’60, le iniziative a favore del continente africano). Non vi è riuscito è vero, perché questi obiettivi non rientrano negli scopi della musica, ma ci ha creduto.
Beh! Questo è quello che provo io, ognuno poi di contenuti metta i suoi; è comunque vero che il rock è utopia, come tutta la musica in fin dei conti: utopia collettiva o personale, rivolta semplicemente s sé stessi, ai propri progetti, ai propri sogni. Utopia di quella buona però, di quella che se sei magari un po’ giù, ti tira su.
Ah, dimenticavo, per il rock non servono corsi