Memento mori

Quasi un editoriale

di Ciccio Schembari

    img

    Gustav Klimt, Memento


    Data pubblicazione: 14 novembre 2019

 

Memento mori, “ricordati che devi morire”, locuzione le cui origini sono da ricercare nella civiltà romana: era, infatti, consuetudine nell’antica Roma veder tornare a casa generali trionfanti e vincitori di teatri bellici. Questi, però, correvano il grande rischio di diventare superbi e lasciarsi andare alle manie di grandezza.
Onde evitare ciò, durante i festeggiamenti, alle loro spalle, uno schiavo, appositamente incaricato, pronunciava: «Respice post te. Hominem tememento». Tradottoin italiano: «Guarda dietro a te. Ricordati che sei un uomo».
In tale senso può essere utilizzata anche l’espressione memento mori, ovvero “ricordati che devi morire” ampiamente pronunciata ancora oggi, magari in presenza di chi non manca di vantare i propri successi.
Nell'Età Medievale memento mori divenne il motto dei monaci trappisti e si diffuse come monito cristiano per rammentare ai fedeli la vanità delle ambizioni umane e la caducità della vita, che doveva essere vissuta unicamente in preparazione della vera vita, quella ultraterrena. La morte, dunque, non come punto d'arrivo, ma come inizio dell'esistenza più vera. In altre parole memento mori come proiezione in una ipotetica vita, post mortem, della presenza incombente della morte e delle insoddisfazioni della vita terrena. Per la necessità, poi, di diffondere il messaggio a tutti i livelli, anche alle persone più umili ed analfabete, il memento mori iniziò ad essere raffigurato con un teschio affiancato, spesso, a fiori o frutta.
In genere si è restii al pensiero della morte, io, invece, ho assunto il memento mori a base della mia quotidiana esistenza. Intanto in relazione alla mia morte che, andando verso gli ottant’anni, non vedo tanto lontana. La morte non mi spaventa né mi angoscia quanto invece mi spaventa e mi angoscia una eventuale lunga e grave disabilità. E poi in relazione alla quotidianità. Ogni cosa che si fa nella giornata è destinata a cessare ovvero a morire, averne consapevolezza e richiamando continuamente il memento mori costituisce, perciò, un invito e uno stimolo a viverla pienamente e a trarne appagamento e beneficio.  La vita è fatta di momenti e non è concesso riviverli. Sta a noi farli diventare momenti buoni. Se leggo un libro mi concentro e non penso ad altro. Se sono a teatro spengo il cellulare, mi isolo dal resto del mondo e mi godo lo spettacolo. Lo stesso per le due ore di biodanza o di recitazione o di qualsiasi altra cosa. Sto pienamente nel qui ed ora. Mi godo il momento.

Ho contato i miei anni e ho scoperto che ho meno tempo per vivere da qui in poi rispetto a quello che ho vissuto fino ad ora. Mi sento come quel bambino che ha vinto un pacchetto di dolci: i primi li ha mangiati con piacere, ma quando ha compreso che ne erano rimasti pochi ha cominciato a gustarli intensamente e viverli con l’intensità che solo la maturità sa dare. Non intendo sprecare nessuno dei dolci rimasti. Sono sicuro che saranno squisiti, molto più di quelli mangiati finora. Il mio obiettivo è quello di raggiungere la fine soddisfatto e in pace con i miei cari e con la mia coscienza. Abbiamo due vite e la seconda inizia quando ci si rende conto che ne abbiamo solo una.