Se ci campamu...

Un ricordo familiare

di Saro Distefano

    imgfoto di Vito Campo

    Data pubblicazione: 14 novembre 2019

 

Scrivo il 30 ottobre 2019. Sta per finire la 44ma settimana dell’anno. Tra due mesi saremo in preparazione dei festeggiamenti per l’arrivo del 2020. “Se ci campamu” dicevano gli antichi. E mio zio Michele nun ci campau. È morto stamattina.
Michele era il secondo dei quattro figli di mio nonno Nino e mia nonna Gina. Il primo dei due maschi. Il secondo, Pippo, morì nel marzo del 1957, nel giorno del suo compleanno – il ventesimo – e del suo onomastico.
Michele, mio zio materno, lo sentivo molto vicino. Per il semplice fatto che per cultura personale e predisposizione familiare nel mio clan si rispetta (a dire il vero è un fatto tacito e forse nemmeno troppo compreso da tutti noi) l’antichissima regola del matriarcato, e pertanto mio zio materno è il maschio adulto mio consanguineo a me più prossimo.
Mio zio Michele è morto anziano, a differenza del fratello morto ragazzo (che lui ha voluto ricordare dandone il nome al suo primo figlio maschio, mio cugino). Aveva compiuto lo scorso giugno 86 anni. Gli ultimi dei quali vissuti da malato, gravemente malato. Una condizione pietosa per chi, come me (e con me i suoi tre figli, generi e nuora, tutti i cugini e i parenti), lo ricordava giovane e poi maturo.
Michele è stato il manifesto della vita. Adesso è morto. Ed è naturale, stavo per dire giusto. E lo confermo, perché non era giusto che continuasse a “vivere” tra virgolette, su una sedia a rotelle, con uno stuolo di badanti, con lo sguardo spento e la difficoltà alla parola, lui che è stato senza alcun dubbio il maggiore e migliore affabulatore che io abbia mai conosciuto.
Uno sguardo spento laddove fino a ben oltre i settanta anni c’erano due occhi penetranti; biascicare a fatica due parole laddove era stata la battuta prontissima, la risposta fulminante, la capacità di ammaliare.
Dispiace. Sempre. A maggiore ragione quando la signora in nero arriva in case che si frequentano da sempre, dove siamo stati tutti attorno a un tavolo per la tombola natalizia fino a esaurimento, dove abbiamo pianto i nonni, e adesso i genitori. Toccherà ai nostri figli piangerci tra – spero – molto tempo. E ai nostri nipoti la stessa sorte.
Saluto mio zio Michele, uomo che non arrivava al metro e sessanta, e con un cervello geniale, una presenza carismatica e una buona parola per tutti. È giusto così.