Vjagg bla periklu

Corto in Sicilia - XVII Capitolo

di Carlo Blangiforti

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    Data pubblicazione: 14 novembre 2019

«Rav Farkas,» – il ragazzo nemmeno mi guarda mentre fissa il largo Ionio dal ponte della Smyrne – «Rav Farkas, manca a me Rav Toledano. Andrà tutto bene?»

«Andrà tutto bene. Corto, spero di essere io a poter raccontare questa storia al mondo intero, un giorno...»

Fa freddo. Il mento gelido e salato taglia come una lama di ghiaccio, umida e sottile, la nostra faccia. Le labbra del ragazzo sono secche e squamano come la pelle di una culovra. È ora di guardare al futuro, certo, lo so, questo ragazzo è il futuro di un nuovo mondo. Non è della nostra gente, lo so, ma i giusti sono in tutte le nazioni, e talvolta ebreo si può diventare, se questo è il volere del Signore. I cazari erano ebrei, grandi ebrei ma non discendevano da Mosè. Certe volte lo spirito fa il miracolo che la nostra stessa carne non riesce a concepire.

Scompiglio con un gesto veloce i capelli al ragazzo e sorrido, sorride anche lui, mentre quel che resta del sole piano piano sprofonda nel mare alle nostre spalle. È buffo: facciamo lo stesso viaggio che le antiche genti di Grecia fecero migliaia di anni orsono, ma lo facciamo al contrario. Di qua la Sicilia, la Magna Grecia e di là l’Ellade.

«Ragazzo, ti piacerebbe fare il rabbino da grande?»

«No, no...» – si schermisce muovendo le mani davanti a sé – «Mi piacerebbe fare quello che faceva mio padre.»

«Il marinaio?»

«No, anche, ma non solo. Vorrei fare il contrabbandiere, il contrabbandiere e il pirata come quelli di Stevenson. Ehi Rav, mi ci vedi come Jim Hawkins?»

Non so di cosa stia parlando, ma non voglio deluderlo. Ne resterebbe mortificato per me, per la mia ignoranza.

«Tu saresti un grande Gin Occhins

Sorride del mio grossolano modo di pronunciare i nomi inglesi.

«Rabbino, io attraverserei il mare, i deserti e il mondo intero. Conoscerei gente di tutti i colori e ruberei ai ricchi per dare sollievo ai poveri. Avrei pochi amici che varrebbero per mille.»

Fa freddo, decisamente freddo, è ora di tornare in cabina. Fuori è ormai tutto nero: il cielo, il mare, il ponte e il cuore di questi marinai mezzi turchi, mezzi bulgari e un pugno di albanesi.

«Su rientriamo ché fa freddo!»

Rientriamo che fa freddo.