Il segreto

Racconto

di Nick Neim

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    Data pubblicazione: 14 ottobre 2019

 

Era sbilanciata. Sì, era sicuramente non omogenea la luce nella stanza; c’era qualcosa che le impediva di giungere in ogni parte, negli angoli, nelle insenature bloccandola al centro e negandole quasi il diritto di insinuarsi in ogni pertugio e rendere tutto luminoso. Era sicuramente questo che gli rendeva quella stanza poco piacevole mantenendolo in uno stato di tensione irrisolta.
Era andato a fare visita al professore dietro un suo invito:
– Perché non vieni? Ci facciamo una bella chiacchierata, è da più di un mese che non ci vediamo, da prima che succedesse il fatto.
E aveva accettato. Adesso, seduto al suo fianco sul divano, si sentiva nervoso. Forse era la qualità della luce che sembrava avere una sua volontà, una capacità strana di illuminare alcune cose e altre no. I libri, per esempio. Quelli erano messi in risalto in modo eccessivo, quasi con spudoratezza, come fossero gli attori principali, mentre tutto il resto – quadri tavolo sedie lampada ad angolo la libreria stessa – era mantenuto in ombra. I libri e lui – il professore – erano illuminati in modo eccedente, per questo gli sembrava che gli angoli e le insenature, che si creano inevitabilmente in una stanza ingombra, fossero mantenuti in una sorta di semioscurità. In quell’ombra sembrava esserci qualcosa di nascosto, come se una sensazione di pericolo (non proprio di pericolo, di incerto) si fosse lì rannicchiata in attesa. E lui – il professore – sembrava goderne. E il suo godimento si ripercuoteva in modo negativo sull’ospite, il quale guardava indeciso il quadro alla parete, i libri ben ordinati sugli scaffali, la sua gamba sinistra accavallata sulla destra che quasi toccava il piede del tavolo di lavoro ingombro di niente: una penna a sfera, una matita ben appuntita, una gomma da cancellare, un temperamatite, un blocco di fogli a righi. Niente altro.
Sin da quando era giunto, malgrado fossero entrambi ottimi conversatori e gli argomenti non gli erano mai mancati, quel pomeriggio, nel loro discorrere c’era come qualcosa di non detto, di inespresso che rimaneva nell’aria, simile a polvere che il vento ha sollevato e lasciato in sospensione in attesa di disperdersi a terra.  
Erano seduti l’uno a fianco dell’altro sul vecchio divano che, malgrado ricoperto di cuscini e di una coperta rossa a quadri neri,  si indovinava vecchio e molto usato, non era così comodo come uno si sarebbe aspettato; forse era il divano dove lui, il professore, si sdraiava a riposare e a pensare.
L’ospite aveva la luce alle spalle e poteva osservare bene il viso dell’altro illuminato dalla luce proveniente dal balcone aperto: era anziano, magro, viso incavato eppure ancora giovanile e privo di rughe, labbra sottili indotte in una piega (meglio, in una smorfia) verso destra
per un sorriso appena accennato, voce tagliente e sarcastica, facilità di parola, brio della parlata, mobilità degli occhi che sembrava non riuscissero a trovare un punto dove fissarsi e posarsi. Questo era l’uomo che aveva a fianco e quel pomeriggio, sin da quanto era giunto lui,  aveva iniziato a parlare a scatti, con silenzi che nessuno dei due aveva voglia di riempire, interrompendo un argomento e aprendone un altro e subito lasciandolo in sospeso per riprenderlo dopo un poco, tanto da risultare difficoltoso seguirlo in tutti quegli ragionamenti continuamente frammischiati. Ma l’ospite c’era abituato, lo conosceva bene e sapeva che alla fine sarebbe ritornato sull’argomento iniziale. Forse divagava così tanto e apriva tante digressioni perché non voleva dare una risposta alla domanda diretta che lui, l’ospite, gli aveva rivolto quasi appena arrivato:
– Allora, amico mio, che cosa è avvenuto un mese fa? Perché tutti ti accusano?
Il paesaggio fuori era inusuale, non una fila di balconi a destra e a sinistra, non una distesa di tetti, non un cortile interno ma la fiancata di una scarpata costruita a sorreggere la vecchia ferrovia che giungeva dalla valle e risaliva fino al piano. L’ospite si alzò approfittando di una sospensione dell’amico, si affacciò al balcone cha dava sulla vallata, sospeso nel vuoto, si sarebbe detto che un qualche giorno di questi si sarebbe staccato per sprofondare giù. Altre volte si era affacciato al balcone ma quella volta una sensazione spiacevole gli si attaccò allo stomaco facendolo stare male; l’idea del volo nel vuoto non era rassicurante anzi, rendeva più incerto quel pomeriggio d’inizio ottobre ancora caldo.
Sì. Forse era quel tepore insolito che portava l’ospite a pensare a qualcosa di irrisolto, come una incertezza che giungesse dal fondo della vallata ai piedi del balcone dove adesso stavano a contemplare il paesaggio. Poi il professore riprese a parlare e questa volta non diceva soltanto, poneva anche delle domande coinvolgendolo e costringendolo quasi a dare delle risposte; forse voleva capire se s’era fatta una sua opinione, se lo accusava pure lui.
Adesso la luce si stava attenuando. Rientrarono. Le ombre, come avessero preso coraggio, stavano venendo fuori dagli angoli e dai pertugi dove erano stati confinati e stavano prendendo il sopravvento. Non sempre vince la luce, in alcuni frangenti il buio ha la meglio. L’ospite osservò il viso del professore che adesso parlava più lentamente, con pause più lunghe, sembrava che la sua forza discorsiva stesse riducendosi con la luce, come se le ombre avessero potere anche su di lui. Lo vide sbiancato in viso, una linea di pensiero gli attraversava la fronte e gli faceva aggrottare le sopracciglia, il sorriso non era più sfottente. Ma furono gli occhi e la linea del naso a sorprenderlo, meravigliarlo. Lo sguardo non rimbalzava da un oggetto all’altro, restava fisso su una fotografia di paesaggio alla parete di fronte, gli occhi avevano perso luminosità e s’erano fatti opachi e privi di luce. Le narici contratte si erano scolorite come quando si ha difficoltà a respirare, e il profilo del naso si era sbiancato, affilato quasi, come quando la vita sta per abbandonarci e la tensione interna ci tiene contratti.
A questo punto il professore si zittì, non aveva più voglia di parlare. Così si immaginò l’ospite, ma si sbagliava. Riprese, gli fece lesto una richiesta e continuò a parlare a bassa voce, sempre con gli occhi puntati sulla foto di fronte, ma perché teneva gli occhi puntati su quel paesaggio? Adesso anche lui prese a guardarlo; aveva qualcosa di familiare, avrebbe dovuto riconoscere subito il posto. Lo riconobbe infatti. Qualcuno, forse lui stesso, aveva preso una foto del posto dove era accaduto il fatto: un fatto drammatico. E lui si chiese perché teneva quella foto in vista, forse perché gli ricordasse i momenti di dolore e di paura e di angoscia che lì aveva vissuto: subendo e infliggendo dolore.
Le parole venivano pronunziate a bassa voce, lentamente, come fosse indispensabile trovare quelle giuste, anzi quelle esatte: non poteva sbagliare perché finalmente stava rivelando il segreto che aveva taciuto fino a quel giorno, e chi sa poi perché proprio a lui lo rivelava e proprio in quel giorno. Gli disse come si era giunti a quella situazione sgradevole, che cosa aveva determinato la crisi fra lui e la sua compagna, perché si erano ritrovati in quel posto, e qui alzò la mano indicando la foto a conferma che lì era avvenuto il brutto episodio, come si erano ritrovati a battagliare con le parole e tutto quanto era successo, nei particolari, dandomi le motivazioni e le scusanti di ogni suo gesto.

A questo punto dovrei rivelare che cosa mi raccontò, quale furono i motivi che portarono ai fatti drammatici di quei giorni, l’epilogo e le conseguenze. Ma non sono sicuro di poterlo fare, perché alla fine della sua confessione il professore mi ha raccomandato di non rivelare a nessuno il suo segreto fin quando era in vita, ed è ancora in vita. Non posso rivelarlo, se lo facessi che segreto sarebbe? E poi io sono un prete e il professore, prima di iniziare a raccontare, mi aveva precisato che quella che mi stava facendo era una confessione.